Intervista al prof Arnaldo Benini. Vaccino: il vulnus potrebbe essere la mutazione genetica del virus.

Arnaldo Benini è professore emerito di neurochirurgia e neurologia dell'Università di Zurigo. È stato primario di neurochirurgia alla Schulthess Klinik di Zurigo. Tra le sue pubblicazioni in italiano, ricordiamo, per Garzanti, Che cosa sono io. Il cervello alla ricerca di Sé stesso (2009) e La coscienza imperfetta. Le neuroscienze e il significato della vita (2012); per Raffaello Cortina Neurobiologia del tempo (2017) e il recente La mente fragile. L'enigma dell'Alzheimer (2018). Ha curato l'edizione italiana di Un Universo di propensioni (1991) e di Tre saggi sulla mente umana di Karl Popper (1992). Collabora alle pagine di Scienza e filosofia dell'edizione domenicale del Sole24Ore e alla pagina culturale del Corriere del Ticino. Con il Domani d'Italia ha già pubblicato tre interviste: "Pandemia Covid 19. L'umanità impreparata", "La mente fragile : l'enigma dell'Alzheimer" e "Il mondo si percepisce il tempo si sente".

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Caro Professore, una notizia diffusa dal canale TV tedesco Zdf  e ripresa dal quotidiano italiano Il Giornale riporta la teoria sviluppata dal virologo Alexander Kekulé, direttore dell’Istituto di microbiologia medica dell’Universitätsklinikum di Halle, secondo cui il 99,5% dei casi mondiali di Covid-19 risalirebbe a un ceppo di coronavirus più virulento nato nel Nord Italia. “Il virus diffuso in tutto il mondo in questo momento non è il virus di Wuhan.  È una variante comparsa solo nel nord Italia“, spiegando la presenza di più ceppi di coronavirus. “La quasi totalità dei casi della variante del virus attualmente in circolazione può essere fatta risalire a una particolare mutazione dell’agente patogeno avvenuta in Italia. Il ceppo Italiano è stato chiamato “mutante G “e sarebbe più contagioso della variante cinese. Aggiungendo che “Nei primi giorni del 2020 è esplosa un’epidemia non rilevata del virus originale per diverse settimane. Fino a quando non è stato scoperto a febbraio, il virus ha avuto abbastanza tempo per cambiare geneticamente. Ora è più contagioso della variante originale di Wuhan“. Questo spiegherebbe secondo Lei che l’Italia è ancora adesso uno dei Paesi con più alto tasso di contagio?

Il Prof. Alexander Kekulé. medico di valore,  non ha detto quel che gli ha messo in bocca il giornale italiano, e cioè che il virus diffuso in tutto il mondo sarebbe nato in Norditalia, nel nord della Lombardia: ha detto invece che in quella regione c’è stata una mutazione del virus, arrivato dalla Cina, particolarmente aggressiva,. Il virus era più virulento di quello di Wuhan,  e si è diffuso in tutto il mondo.  Essa è insorta, come sempre, casualmente, e i lombardi ne sono stati e ne sono  le vittime. Ancora oggi circa un terzo dei molti casi mortali in Italia è in Lombardia, a conferma che lì imperversa  una mutazione virale particolarmente aggressiva. Kekulé ha rimproverato non solo gli italiani, ma tutti gli europei di non aver capito per tempo la pericolosità del virus. Possiamo aggiungere che nessuno ha preso sul serio l’ammonimento che l’OMS aveva diffuso alla fine di gennaio, secondo il quale la pericolosità del virus era particolarmente alta a causa della frequenza delle sue mutazioni, cioè dell’imprevedibilità della sua virulenza.  Nei giornali, che hanno diffuso montagne di insensatezze, qualche volte si è parlato delle mutazioni del virus come rarità senza pericolo. È vero per la maggioranza delle mutazioni, tant’è che l’80 per cento delle persone infettate non ha disturbi, ma non è vero in assoluto. Ogni mutazione può essere insignificante, aggressiva o molto aggressiva, e non si può  né prevederla né prevenirla.  Gli esami non ci dicono se la mutazione è o sarà virulenta o innocua, ciò si vede solo da quel che succede nella popolazione.  Il genoma virale non è il solo responsabile di quel che succede:  anche il genoma della popolazione, l’età, malattie pregresse, l’inquinamento dell’aria, giocano un ruolo importante. Ma per ciò che è successo nel Nord Italia in primavera , Kekulé ha ragione: il  maggior responsabile è stato il genoma virale mutato.

Questa ricostruzione richiama alla mente la Sua intervista pubblicata il 30 marzo 2020  da Il Domani d’Italia, talmente anticipatoria, intuitiva ed esplicativa che vale la pena richiamarla all’attenzione dei lettori riproponendone il link integrale   (http://www.ildomaniditalia.eu/pandemia-covid-19-lumanita-impreparata-intervista-ad-arnaldo-benini/) insieme al nostro editoriale che ne aveva ripreso i temi fondamentali  (http://www.ildomaniditalia.eu/il-nome-della-cosa/) . In tale occasione Lei aveva evidenziato come la “mutazione genetica” del virus Covid 19 rendesse difficoltosa la battaglia che la scienza stava e sta combattendo per neutralizzarlo e sconfiggerlo. Lei aveva descritto  le caratteristiche particolarmente aggressive e atipiche del virus che stava colpendo le popolazioni delle province di Bergamo e Brescia, affermando “: “Si pensi alla varietà del quadro clinico: l’80per cento delle persone infettate non ha disturbi o solo lievi, il 15-18 per cento disturbi rilevanti, e l’1 o 2 per cento una polmonite incurabile che porta a morte in pochi giorni anche persone giovani e sane. Come si può pensare che si tratti dello stesso agente patogeno? È più verosimile che si tratti di agenti  che mutano spesso” E’ dunque la mutazione genetica del coronavirus a renderlo atipico e difficile da combattere e sconfiggere?

La ringrazio per la citazione. Non sono virologo, mi sono fidato e mi fido di quel che hanno scritto e comunicano riviste di cui son noti da decenni  rigore e serietà.  Una cosa ancor oggi, a pochi giorni o settimane dalla distribuzione del  o dei vaccini , non si sa: con quali criteri sono stati sviluppati. Ci auguriamo che i vaccini siano efficaci, ma perché le società che li producono, e li reclamizzano prima del tempo, non comunicano come possano agire?  Il vaccino non è una medicina. Esso sollecita il sistema immunitario a reagire senza indugi alla presenza dell’aggressore, in questo caso il virus, producendo il medicamento, che è un anticorpo altamente specifico contro l’antigene, cioè l’aggressore. I vaccini sono una delle maggiori scoperte della medicina,  senza i quali l’umanità dovrebbe ancora combattere contro flagelli come il morbillo, la difterite o la poliomielite.  Ma se l’antigene cambia, e nel caso del COVID 19 ciò sembra succedere più spesso che con altri virus, che effetto ha un anticorpo selezionato per un antigene diverso?  Di questo  problema non si parla. 

Le Sue valutazioni dell’aprile scorso avevano una valenza quasi profetica. “Si prevede una malattia influenzale da virus-RNA (come quella attuale), facilitata dai collegamenti fra regioni lontane e dalle città mostruosamente popolate. I virus potrebbero essere nuovi per mutazione oppure esser vissuti in altri animali e attaccare l’uomo per la prima volta, privo di difesa in ambienti sfavorevoli per eccesso d’abitanti. Anche se questa previsione non dovesse avverarsi pienamente, per miliardi d’esseri umani la vita potrebbe diventare un inferno”.

Ripeto: a quest’aspetto della pandemia da COVID 19 avevano richiamato l’attenzione istituti e virologi , non è stata la mia intuizione. Ho  pensato che avessero ragione.

Siamo abituati a dibattiti televisivi ripetitivi e stucchevoli, dove opinionisti ed influencer (cioè soggetti privi alcuna cognizione scientifica) si cimentano in diatribe inconcludenti e prive di alcuna spiegazione logica. Non mi risulta sia stato mi affrontato – ad esempio- il tema dell’incremento demografico che aveva indotto il biologo Edward O. Wilson ad affermare che la sovrappopolazione genera una sorta di conflitto di sostenibilità ambientale. E gli studi ONU sulla estinzione della biodiversità, la ribellione della natura di fronte allo sfacelo provocato dalla mano dell’uomo. Lei aveva evocato questo scenario come il contesto più favorevole ad un attacco virale del genoma umano, anche per zoogenesi: anziché approfondire il tema ci si è soffermati più sulle conseguenze che sulle cause, molte del tutto trascurate. Ce le vuole ricordare?

Credo che sia opportuno riportare ciò che scrive Noam Chomsky nel suo libro appena uscito:  è  stupefacente che la popolazione, di fronte ai danni già oggi immensi della crisi climatica dovuta alle follie dell’homo sapiens sia “disposta a guardare dall’altra parte quando la posta in gioco è la sopravvivenza della società umana.”  Chomsky  sottolinea che   “problemi spaventosi” , per risolvere i quali il tempo sta per scadere,  alimentano il dubbio più che fondato che la società umana non sia “in grado di sopravvivere.”  L’indifferenza circa i problemi fondamentali si manifesta a tutti i livelli, non solo per quel che riguarda il clima: la società più ricca del mondo, gli Stati Uniti,  ha un sistema sanitario che “è un’autentica vergogna internazionale, con costi pari a circa il doppio di quelli di paesi  comparabili”, complice, fra l’altro, “la ricerca del profitto…in gran parte privatizzato.”  Se la crisi climatica continuerà, fra pochi decenni tutta l’Africa subsahariana, prevede Chomsky,  diventerà inabitabile, e ciò non per precipua colpa degli africani, ma soprattutto per l’uso crescente di combustibili fossili da parte delle società industrializzate. L’impegno, preso da diversi stati, di ridurlo a zero entro il 2050,  è una tragica burla. 

Ci si chiede – e Le chiedo- come si possano avanzare teorie riduttive o negazioniste ( “si tratta di una forma simile all’influenza”…. “il virus è un’invenzione della politica per limitare le libertà individuali e imporre il terrore”….”le mascherine, il distanziamento e la prevenzione non servono a nulla… abbracciatevi e baciatevi” …) anche in ambiti vicini al mondo scientifico o farne motivo di conflitto politico. Lei aveva parlato nella precedente intervista di una “umanità impreparata”: conferma questo assioma?

Molto di quel che si è detto e scritto sulla pandemia ha superato i limiti non solo della ragionevolezza, ma anche della decenza, fino al punto di sostenere,  nel Parlamento italiano, che si chiudevano mostre e gallerie solo perché “la sinistra odia la bellezza”.  Se è comprensibile che  nelle prime settimane si potesse credere ad una comune influenza, il crederlo dopo è la manifestazione più evidente del livello culturale della classe dirigente, non solo in Italia.

Nella Sua citata intervista dell’aprile scorso Lei affermava: “Nel 2017 uno dei maggiori virologi,     l’americano Ralph S. Baric, alla domanda circa il pericolo di una pandemia catastrofica, ammonì che    la prima barriera preventiva sono le infrastrutture di sanità pubblica: maggiore igiene, strutture      mediche più efficienti e un sistema di assistenza in grado di attivarsi velocemente. Inoltre era    indispensabile rafforzare la ricerca per capire i virus. Parole al vento. Si sono ridotti, anche    drasticamente, in Italia e altrove i fondi per la ricerca e la sanità pubblica”.  Perché – ad esempio- l’Italia ha rinunciato finora  ad avvalersi delle provvidenze finanziarie del MES     per adeguar le proprie strutture sanitarie? Le evidenze non sono abbastanza eloquenti?  

La rinuncia alle provvidenze del MES ad uso sanitario in una situazione come quella attuale in italia è la conferma della stoltezza  di una classe politica fanatica e scandalosamente impreparata.  

Saranno le case farmaceutiche a garantire l’efficacia del vaccino o interverranno autorità sanitarie    pubbliche?.  Il Prof. Andrea Crisanti docente di microbiologia all’Università di Padova ha sollevato     questo problema delle “garanzie di efficienza-efficacia” . Rischiamo di avere vaccini inefficaci per    una sorta di insofferenza ed ansia anticipatoria collettiva?  La mutazione genica è un problema affrontabile? Ma perché non se ne parla abbastanza nelle sedi opportune?

Perché non se ne parli o se ne parli tanto poco, non riesco a capirlo, quando il problema delle mutazioni dell’antigene è fondamentale.  Circa la garanzia dell’efficacia del vaccino,  il giornale Tages Anzeiger di Zurigo il 28 novembre e l’Agenzia Reuters qualche giorno prima hanno dato risalto ad un evento senza precedenti: le società che producono vaccini li vendono esclusivamente agli Stati che s’impegnano ad assumersi la responsabilità di effetti collaterali e complicazioni. Le società non assumono rischi. I rischi sono degli Stati, i guadagni delle società.  La cosa è particolarmente  urtante, ha scritto un esperto di economia sanitaria, per il fatto che le società che producono vaccini ricevono massicci sussidi dagli Stati.  Anche di questo  si tace.  Non si può dire con sufficiente certezza che cosa ci si può aspettare dai vaccini.

La preponderanza e la diffusione pervasiva del coronavirus ha messo alle corde i Governi e i sistemi sanitari di tutti Paesi del mondo. Qualcuno adombra ipotesi di selezione della specie: sono discorsi orribili ma Lei stesso lo ricordava la volta scorsa:   Se il numero dei colpiti gravi intaserà le sale di rianimazione, i medici, il cui lavoro è veramente eroico e molto rischioso, saranno posti di fronte ad un problema etico senza precedenti: dover scegliere chi curare e chi lasciare al suo destino per ragioni di posto. Già ora Accademie mediche diffondono raccomandazioni e linee di condotta. Sento l’atrocità d’un tale dilemma, al quale, in quaranta e più anni di professione, non sono mai stato obbligato”. Sperare di farcela è un dovere morale ma ci sono alcuni punti irrinunciabili che dobbiamo imparare e non dimenticare mai più?

I punti sono tanti, tantissimi, perché la cattiva gestione della sanità, non solo in Italia, ma in molti paesi, ha superato da anni i limiti della decenza. Sugli Stati Uniti abbiamo riportato il giudizio di Chomsky. In Italia la spesa sanitaria è ad uno degli ultimi posti in Europa. Negli ultimi anni sono stati licenziati migliaia di  medici e di personale sanitario, ed ora si va alla caccia di medici in pensione. Molti di loro sono andati in pensione anzitempo grazie alla famigerata legge “quota cento”, la maggior parte dei quali per lavorare nelle cliniche private. In Italia sono morti oltre 200 medici al fronte della battaglia contro il virus, in pronti soccorsi ed ospedali. In Svizzera e in Germania nemmeno uno. Sarebbe utile capire le ragioni di tale differenza. È ora di finirla di lodare il sistema sanitario italiano come il migliore o fra i migliori del mondo: lo si vada a dire a chi deve aspettare mesi per una esame, anche se urgente, se lo paga la mutua. Tutte le volte che chiedevo al telefono una data per un esame radiologico per un paziente italiano, la prima domanda non era, come dovrebbe essere, ‘quanto l’esame era urgente’, ma ‘chi lo pagava’. Se è la mutua, non si riceve nessuna data. Il paziente allora entrava in una lista d’attesa che poteva essere infinitamente lunga. Una prassi, diffusa in tutta Italia, infame.   

Già un’infamia del genere è la prova che il sistema sanitario italiano dovrebbe essere riformato dalle fondamenta, dalla medicina di base a quella specializzata.