Intervista alla Prof.ssa Antonella Canini. La Città della Conoscenza e dell’Innovazione: una eccellenza italiana

Antonella Canini è professore ordinario di Botanica presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” dove è stata direttore dal 2012 al 2018. E’ responsabile dell’Orto Botanico dello stesso Dipartimento ed è stata Delegata del Rettore per il Territorio e Ambiente dal 2014 al 2019. Nei suoi studi si occupa di metaboliti secondari nelle piante, nuove tecniche per l'archeobotanica, conservazione della biodiversità, micropropagazione di specie di utilizzo ambientale, sistemi di produzione di sviluppo sostenibile ed economia circolare. E’ Principal Investigator del Progetto “Città della Conoscenza e dell’Innovazione” che recupera e riconverte l’opera incompiuta della Città delle Sport. In questo progetto vi è lo sviluppo di tecnologie per la didattica, la ricerca, il terzo settore e un sistema di rigenerazione urbana del quadrante sud-est di Roma Capitale. Per tale progetto ha ricevuto il premio Nazionale ANGI- Edizione 2020

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Gentile Professoressa Canini, ricordo che il direttore di un noto quotidiano mi disse un giorno che le buone notizie non si trovano neanche al mercatino dell’usato. Se questa è una regola non scritta dei media si può dire che Lei costituisca una brillante eccezione: recentemente infatti Le è stato assegnato il prestigioso Premio nazionale ANGI (associazione italiana giovani innovatori) 2020 per il Progetto “Città della conoscenza e dell’innovazione”.  Vuole illustrare ai lettori il contenuto di tale Progetto e la sua importanza per la riqualificazione del territorio, a partire dalla ex “Città dello sport” a Roma?

Il Premio ANGI mi ha riempito di gioia e lo dedico a tutto il corposo gruppo che ha lavorato al progetto “Città della Conoscenza e dell’Innovazione”. Innanzitutto il progetto intende costituire un modello di integrazione e di sinergia collaborativa tra realtà diverse la cui somma genera un qualcosa di completamente nuovo, diverso, più ricco.  La Città della Conoscenza e dell’Innovazione è un brand in cui ogni termine è l’eco di una realtà complessa, articolata in cui la componente naturalistica/ambientale si intreccia ai concetti di ricerca scientifica ma anche all’entertainment con i temi della realtà virtuale: la tecnologia costituisce il collante il framework di riferimento, la piattaforma su cui le diverse discipline si incontrano e collaborano per realizzare un universo innovativo. E ciò è ancora più significativo se pensiamo al sistema in cui il progetto si inserisce: un quadrante della Città su cui sono presenti numerose realtà eccellenti in ambito scientifico che operano nello stesso territorio su cui insite l’Università di Roma Tor Vergata e nell’ambito del quale si inserirà la Città della Conoscenza e dell’Innovazione con l’obiettivo di esercitare una funzione di aggregazione e collaborazione, ricercando, sollecitando e proponendo iniziative di ricerca che valorizzino i diversi apporti al fine di realizzare innovazione. Ecco allora che la Città della Conoscenza e dell’Innovazione si presenta come un modello, un paradigma il cui valore e la cui importanza è data dalla forza di coesione e integrazione delle diverse componenti, dalla capacità che ciascuno degli elementi costitutivi avrà di interagire con gli altri fornendo stimoli, scambiando esperienze e risultati attraverso la costante interazione tra gli individui che ne costituiscono il capitale umano. Concretamente il progetto prevede il riuso della Vela ex Pallanuoto (Vela 1 – assemblata) in Città della Conoscenza. Qui si realizzerà una nuova Facoltà di scienze, riconvertendo gli spalti in aule didattiche, mentre la grande U che avvolge la Vela sarà sede di studi, stanze e laboratori didattico-scientifici della Facoltà. Inoltre nella Vela sarà realizzata una maestosa serra subtropicale, altamente tecnologica e d’impatto mondiale collegata al Kew Garden (Londra), al Parc de la Villette (Parigi), al Garden by the Bay (Singapore), serra che verrà utilizzata per le attività di ricerca e di didattica in ambito naturalistico/ambientale ma anche come attrazione per il grande pubblico, in termini di entertainment ed education. La proposta di riconversione è stata concordata e ha avuto il placet dell’Ing. Arch. Santiago Calatrava. La Città dell’Innovazione sarà ospitata nella Vela ex Palasport, adiacente alla precedente Vela: qui saranno allocate complesse e importanti attività tecnologiche all’avanguardia correlate al mondo della Realtà Aumentata, della Sicurezza, dell’Intelligenza Artificiale e dei videogiochi intesi come strumenti di ricerca e di didattica oltre che di intrattenimento. Costituirà un vero e proprio palasport polifunzionale con entertainement  e Sport.

Il grande regista Pupi Avati volle sottolineare – spiegando la sua vocazione cinematografica – la differenza che c’è tra passione e talento. Possiamo dire che per realizzare un Progetto qual è quello a cui si è dedicata, occorre possedere entrambe le doti? Il talento è un dono innato, una vocazione mentre la passione implica impegno, dedizione, tempo, studio, sacrificio: vuole dirci come ha pensato a questa idea che l’ha portata alla ribalta come eccellenza italiana della ricerca scientifica, dell’innovazione e dell’ingegno?

L’ex Città dello Sport è da diversi anni il simbolo delle opere incompiute italiane ma allo stesso tempo è un’opera bellissima e imponente, firmata dal prestigioso Architetto Calatrava, che si vede da tutte le parti di Roma ma che insiste sul Campus dell’Ateneo Tor Vergata. Una mattina nel lontano 2014, scendendo da Monte Porzio Catone, dove abito, ho avuto l’intuizione  di vederla come una risorsa per la nostra Università: il simbolo dell’aggregazione e della conoscenza per la ricerca, la didattica e la terza missione. Proposi questa idea all’allora Rettore Novelli che mi stimolò a realizzare una proposta progettuale: da allora è diventata la mia sfida intellettuale e accademica.

Una grande opera come quella da Lei progettata reca con sé oltre un valore intrinseco sul piano dell’immaginazione, di un disegno, di una rappresentazione mentale, di una idea…. anche una valenza sociale che mira al perseguimento di un bene comune. Come possiamo descrivere in termini di avanzamento e qualità un progetto pensato come opera architettonica che costituisce – uso le Sue parole “ una sinergia tra ricerca/rigenerazione urbana, nuove opportunità di collaborazione tra Accademia e Stakeholders”?

Ho sempre creduto che Ricerca e Sviluppo siano un binomio di valenza solo se l’Accademia, attraverso le sue attività di formazione e di ricerca riesce a dare un contributo reale allo sviluppo del Paese e questo può avvenire solo se il sistema produttivo a sua volta usufruisce dei progressi scientifici e culturali. Ecco in questi termini la Città della Conoscenza e dell’Innovazione si prospetta come una piattaforma che favorisce questo ponte tra ricerca e aziende. Inoltre tutti gli interventi, compreso la realizzazione di una ‘metrorail’  leggera, di ultima generazione, metterà in connessione la metro A con la metro C e quindi tutta l’area sud-Est con il cuore della Capitale; questa diventerebbe un’occasione unica per il recupero di una periferia di Roma Capitale degradata e socialmente difficile. 

Quale volano sarà innescato da quest’opera rispetto al futuro degli attuali studenti, laureati e dottorandi, anche in termini di occupazione e impiego? Conferma la previsione di creare circa 14 mila nuovi posti di lavoro? Come saranno diversificati, prevedibilmente?

Il progetto si caratterizza per complessità e ampiezza di impatto. Sebbene incida su un perimetro geograficamente delimitato le sue ricadute si riproducono su una dimensione nazionale e internazionale. Da tutte le attività scientifiche, didattiche, culturali, incubatori di innovazione, sviluppo di tecnologie informatiche, servizi di rete e aggregazione, ristoranti e caffè, commerci e supporti alle visite e alle esigenze dei fruitori: la realizzazione dell’Opera permette di generare a regime 14 mila nuovi posti di lavoro. Di questi almeno 2800 saranno direttamente collegati alle attività di ricerca e didattica e permetteranno di reclutare un’importante fetta del capitale umano che ogni anno le università italiane formano e che molto spesso è costretto a emigrare in altri Paesi dove riescono a mettere a frutto le loro conoscenze.

Un pregio assoluto di questo vero e proprio “premio Oscar dell’innovazione” consiste – per quanto è stato spiegato ed è dato intuire – dal fatto di creare un ambiente dove tecnologia, new green, biodiversità e sinergie con le imprese collocheranno  la  metodologia della ricerca-azione nell’ottica della “rete” di risorse umane e materiali. Può spiegare perché questo può creare un polo sperimentale affinché  “tecnologia 4.0, didattica, ricerca e ripartenza verde” possano generare un circuito sperimentale virtuoso,  fortemente innovativo e replicabile altrove?

Perché la competitività nella ricerca, nel trasferimento tecnologico e nei settori dello sviluppo sostenibile si svolge oggi, e a maggior ragione nel futuro, tra sistemi integrati, multidiscipliari e multipurpose, diffusi e cooperanti che assicurano sviluppo economico e benessere al sistema Paese.

In questo senso il modello da Lei immaginato oltre a costituire un’occasione di riqualificazione e rilancio di un’area territoriale afferente all’Orto botanico, all’Università di Tor Vergata , attraverso la totale riqualificazione della ex Città dello sport progettata da Santiago Calatrava, in quale misura può generare un effetto moltiplicatore per l’intero Paese?

Sono convinta che Roma attualmente non disponga di una struttura moderna e con una ricettività adeguata per accogliere grandi eventi internazionali come accade nella altre grandi capitali europee. La realizzazione di questa Opera permette strutturalmente di riqualificare l’area su cui insiste e, per come è pensata, produce start up innovative dove le migliori menti nazionali e internazionali generano conoscenza amplificando le potenzialità umanistiche, economiche, giuridiche, scientifiche, tecnologiche e mediche. La pluralità di applicazioni consentite, la varietà di funzioni per la fruizione, le modalità con cui i visitatori si rapporteranno e interagiranno con i contenuti e i servizi offerti determinerà il passaggio da un modello “classico” di innovazione a quello competitivo del futuro che avrà ricadute in termini occupazionali.

Quali ispirazioni ha tratto – per far rinascere un manufatto abbandonato al degrado – dal Parc de la Villette di Parigi e dal Gardens by the bay di Singapore, per ideare un’area in cui saranno compresenti musica, concerti, sport, tecnologie digitali e multimedialità? Poiché nulla può essere affidato al caso immagino un Progetto ad alta complessità realizzativa e a massima fruibilità per l’utenza. E’ una intesi che spiega il senso del Suo lavoro?

L’ispirazione è quella di ambienti culturali avanzati in cui la cultura viene fruita dalla società civile soprattutto nel tempo libero. Il nostro Paese ha bisogno di crescita culturale e di ambienti in cui le famiglie possono percepire innovazione in sicurezza e con stimoli in linea con i tempi. La nostra fortuna è di poter abbinare a una indiscussa opera architettonica contenuti moderni che diano opportunità di crescita ai cittadini e quindi al Paese.

I temi della biodiversità, della sua lenta estinzione, della sostenibilità ambientale, del degrado della natura provocato da interventi scelerati dell’uomo sono presenti nei più recenti Rapporti dell’ONU e  dell’OCSE, ma non ancora adeguatamente fatti propri da un politica ambientalista che a livello planetario sappia contemperare l’incremento demografico con i pericoli derivanti dalle alterazioni ecologiche. La pandemia da Covid 19 ha riportato prepotentemente alla ribalta questi temi. Gli scienziati a cui l’ONU ha affidato lo studio della stato di salute del pianeta hanno paventato la sesta estinzione della vita sulla Terra , per la prima volta per mano dell’uomo. Che cosa si può fare partendo induttivamente dall’Orto Botanico che Lei dirige, dal Dipartimento di Biologia, dagli Studi accademici, dalla Ricerca, per fronteggiare questi pericoli incombenti? Come esperta e scienziata sta dimostrando che iniziando “dall’hic et nunc “ le cose si possono migliorare. Ma quanto è determinante un’assunzione di responsabilità dei decisori politici dal livello locale e quello mondiale?

Il ruolo di un Orto Botanico è quello di rappresentare i temi da lei sollevati in particolare l’importanza della biodiversità, la capacità di resilienza che gli ecosistemi hanno in risposta ai cambiamenti nell’evoluzione e l’importanza delle biotecnologie nella ricerca scientifica. Il principale allarme che vedo in atto è il repentino cambiamento della temperatura che produrrà sempre più un disallineamento tra piante e insetti e questo produrrà effetti catastrofici con risvolti anche in ambito alimentare. Abbiamo visto che nella prima fase di lockdown il Pianeta ha mostrato di avere ancora una capacità di resilienza;  certo la pandemia è un fatto che ha costretto a casa miliardi di persone e quindi abbiamo potuto avere un decremento dell’emissione di anidride carbonica e di inquinanti. Per avere dei risultati incoraggianti bisognerebbe agire con coraggio e coordinatamente per consentire al Pianeta di “respirare”. Noi abbiamo la fortuna di avere un Orto Botanico di 82 ha e possiamo rappresentare praticamente le tematiche sia nell’ambito della ricerca sia in un’ottica di didattica rivolta a tutti gli studenti. Abbiamo impiantato un Arboreto con caratteristiche di bosco mesofilo e abbiamo misurato la quantità di anidride carbonica assorbita nel tempo e a regime riusciremo a neutralizzare la CO2 emessa dai veicoli che nell’arco di un anno circolano nel Campus. Uno degli ultimi traguardi è stato l’installazione di una serra acquaponica, completamente sostenuta da energie rinnovabili,  alimentata da un ciclo di acqua chiuso in un vero sistema di economia circolare, dove viene rappresentata l’importanza di coltivazione fuori dal suolo e di mantenimento della qualità dei prodotti cresciuti all’interno. In questi anni anche i decisori politici devono agire nell’ambito dello sviluppo sostenibile ma occorre un maggior coordinamento altrimenti si rischiano interventi a spot con valenza inferiore a quella che potrebbero avere.

Ho sempre pensato che per correggere le storture della globalizzazione e della concezione del mondo come ‘materia’ da consumare e sfruttare, occorra partire del “genius loci”: valorizzare ogni porzione del territorio ottimizzando la compresenza tra uomo e contesto di vita, recuperare le radici della tradizione e inserirle in un progetto innovativo che le conservi, progredendo. Pensa che si tratti di un’utopia o di una scelta perseguibile?

E’ la scelta contemplata nella Città della Conoscenza e dell’Innovazione!