Italo Tanoni: “Se non si riaprono le scuole di formazione politica, non si costruisce nulla di solido”

Italo Tanoni è giornalista professionista, direttore responsabile della rivista pedagogica Innovatio educativa. È stato Ispettore tecnico del MIUR, docente di Tecnologie dell'istruzione e dell'apprendimento (a Scienze della Formazione) e di Sociologia della religione (a Sociologia) presso l'Università di Urbino e all'Istituto Superiore di Scienze Religiose di Ancona. Autore di numerosi saggi e pubblicazioni a livello nazionale e internazionale

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Dott. Italo Tanoni, attualmente Lei  è Presidente della prestigiosa Fondazione Opere Laiche  (www.operelaiche.it) della città di Loreto, sede del Santuario mariano della Santa Casa, famoso in tutto il mondo. In passato è stato assessore comunale, consigliere all’USL, Presidente APT e ha ricoperto importantissimi incarichi politici e amministrativi non da ultimo quello di Garante dei diritti della Regione Marche. Nell’ottica di queste sue esperienze vissute, quali considerazioni si possono fare riguardo all’attuale stagione politica che stiamo attraversando?

Premetto che vengo da lontano….dalla scuola politica della Camilluccia che l’allora Partito della Democrazia Cristiana, a cui ho dato  sempre il massimo dell’ impegno, riservava ai futuri amministratori e politici del Paese. I miei insegnanti furono Fanfani, Moro, Rumor e l’ancor giovane Andreotti. Una scuola di vita e di principi sani, basati sui valori laici del cristianesimo come il rispetto per la persona, la solidarietà sociale, la libertà di pensiero e di critica, la tolleranza, la coerenza. Ne cito solo alcuni e mi chiedo come posso ritrovarli oggi nell’attuale classe politica. Sotto quest’aspetto la recentissima vicenda di Renzi e Italia Viva è emblematica e rivela in quale tourbillon siamo stati catapultati senza che in questi ultimi anni ce ne rendessimo pienamente conto.

Dopo la fine della DC e del Partito Popolare disperso in mille rivoli, com’è andata a finire la politica “vera”, quella dei “cavalli di razza” di fanfaniana memoria? 

Nella mia iniziale militanza politica ho fatto parte del gruppo dei cattolici democratici della sinistra sociale cristiana, coordinata da Carlo Donat Cattin, Ermanno Gorrieri e nelle Marche da Franco Foschi. Poi alla fine di quella stagione di grandi orizzonti ideali, molti di noi, tra cui il sottoscritto,  sono confluiti  prima nel Partito Popolare, poi  nella Margherita e in seguito nel Partito Democratico. L’Ulivo di Romano Prodi è stata una esperienza altrettanto significativa che aveva ravvivato interessi, passioni e rinnovato impegno di chi come me non aveva mai abbandonato il campo. Nel contempo tuttavia si manifestavano alcuni segnali preoccupanti che logoravano l’immagine di una classe politica screditata in seguito alla stagione di Tangentopoli. La politica con la P maiuscola, quella dell’impegno disinteressato e radicato nei principi da difendere strenuamente e governata dai gruppi organizzati nei partiti, cedeva il passo ai personalismi di turno dei singoli soggetti. In questo nuovo scenario di “passioni tristi” subentrava così un impegno prêt à porter che scivolava pericolosamente nel qualunquismo politico personalistico del “qui ed ora”.

Quali sono state allora le conseguenze più evidenti di questo scivolamento verso un periodo che potremmo definire “di basso impero”? 

Partiamo proprio dal basso, dalle amministrazioni comunali. Al tempo dei Partiti, fino agli anni 80 ogni problema veniva trattato, discusso e condiviso collegialmente prima in sede politica, poi in quella amministrativa che rappresentava il braccio operativo di ogni organizzazione partitica. Oggi anche i pochi Partiti rimasti sullo scenario, sia di destra che di sinistra, rappresentano solo una sbiadita immagine di facciata e nulla più. In pratica a partire dai comuni, alle province, regioni e su  fino al Parlamento, ognuno risponde, a se stesso a quello che gli passa per la testa nel momento contingente. Si parla di crisi, di trasformismo, di eccessivi cambi di casacca a tutti i livelli. È una situazione che attraversa trasversalmente tutte le varie realtà politiche dai 5S a Forza Italia, al PD e alla Lega. Le vie di fuga “dell’uomo forte” alla Trump o alla Bolsonaro con le drammatiche conseguenze che abbiamo vissuto a livello mondiale, sono a tutti note. Non ci possiamo certo meravigliare se una democrazia solida come quella degli Stati Uniti, in questo ultimo frangente, è apparsa come un “gigante dai piedi d’argilla”. Altro esempio significativo di come si comportano oggi i Partiti tradizionali è quello della mia regione: le Marche. Un tempo considerata per antonomasia territorio “della settimana rossa” che per quasi cinquant’anni è stata governata da coalizioni di centro-sinistra ed è passata  nel 2020 a guida centro-destra per colpa di un Partito Democratico che è stato capace solo di guardarsi l’ombelico, chiudendo, durante il periodo elettorale, a qualsiasi rapporto con la cosiddetta società civile con candidature che potevano essere scelte attraverso la mobilitazione delle “primarie” e che al contrario sono state cooptate attraverso le “camarille” autoreferenziali dei vari comitati provinciali e regionale. Risultato: una disfatta “senza se e senza ma” con un Partito Democratico che non ha saputo fare nemmeno una doverosa autocritica, azzerando tutte le cariche dei responsabili diventate ormai posticce. Una situazione che si è ripetuta anche in altre realtà del Paese che oggi vede la maggioranza delle regioni governate da coalizioni di centro destra. In definitiva quello che manca attualmente all’Italia sono “veri” Partiti politici. Lo ribadisce Carlo Galli in un articolo di Repubblica di domenica 17 gennaio p.29 intitolato Cosa paghiamo all’assenza dei partiti che sottoscrivo in piena sintonia. 

Non è un quadro troppo pessimista quello che lei ha tratteggiato? Intravvede una via d’uscita?

Al pressapochismo a cui assistiamo tutti i giorni nelle scelte che vengono fatte dai politici e amministratori a vari livelli, la risposta è l’antipolitica che porta a non votare il 41,8% degli elettori italiani: un vero e proprio Partito di maggioranza relativa. La mia risposta alla domanda sul “che fare” allora è: educazione, istruzione e formazione. Se non si condividono le regole della convivenza civile (Educazione Civica introdotta solo di recente) assieme ai fondamenti della nostra Carta Costituzionale, non si può pensare di superare la crisi d’identità che sta attraversando il Bel Paese. Se non si riaprono le scuole di formazione politica a tutti quelli che vogliono impegnarsi nell’agorà pubblico, non si costruisce nulla di solido e si continuerà a dare sempre più spazio ai carrieristi di turno. E sul versante della scuola, anche in questo frangente di pandemia diffusa, l’Italia è stata tra le prime nazioni europee a chiudere ogni realtà scolastica, comprese le università rispetto ad altri ambienti soprattutto economici, non a caso il nostro Paese rimane uno degli ultimi della UE a investire nella scuola e nella formazione dei giovani. Su questo punto di forte criticità diede le dimissioni l’allora Ministro MPI Fioramonti dei 5S, lanciando con estrema coerenza un durissimo j’accuse alla politica della coalizione giallo-rossa del governo Conte.  Oggi tuttavia si cerca di rilanciare “l’istruzione” con l’investimento di 28,49 miliardi del recovery plan. Tuttavia -dice il proverbio- “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”.