L PARADOSSO DEL PROGETTO POLITICO 

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Si aprono margini di azione insperati per tutti coloro che, al centro e non solo, sono consci della delicatezza del momento. Tutto si gioca sul filo del paradosso costituito dalla possibilità di rilanciare la politica, partendo proprio dalla disponibilità a confermare per la prossima legislatura Draghi a palazzo Chigi.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche riemerge l’importanza di un confronto fra progetti politici, che è la sostanza della democrazia. In sua mancanza l’ingegneria istituzionale e i diversi sistemi elettorali, pur essendo fattori rilevanti, non sono in grado da soli di colmare il crescente deficit di rappresentanza.

Se si osservano le dinamiche attraverso cui si formano i programmi e si definiscono i progetti politici dei partiti e delle coalizioni, almeno negli ultimi anni che hanno sancito la supremazia dei poteri economici sulla politica, si può constatare che sulle cose veramente importanti per la vita delle persone e per l’avvenire del Paese, non vi sono più effettive differenze.

I partiti ridotti a simulacri, sono costituiti per lo più da gente preoccupata di avere l’approvazione immediata dei media e il gradimento nei social mentre i contenuti delle scelte sono definiti da pochissimi centri di potere, di natura privata, strutturati a livello globale e in qualche caso più potenti sia degli stati che degli organismi internazionali.

In una tale situazione va riconosciuta, per rimanere all’Italia, la ragguardevole duttilità del Partito Democratico che ha saputo adattarsi al compito di identificare la propria visione con quella dettata dai poteri che ambiscono a gestire l’Occidente, e in prospettiva il mondo, secondo i loro esclusivi interessi e scopi. Non sottovalutando altresì il ruolo di Renzi, abilissimo a interpretare con rapidità anche le divisioni fra chi detta le priorità alla politica, come pure il ruolo di Forza Italia.

Al di fuori di ciò restano le terre del populismo e del sovranismo, rese desolate dalla prova del governo. Se questo modello di governance, di democrazia “leggera”, non fosse entrato in crisi, il Pd  potrebbe continuare ad essere per inerzia il cardine della politica italiana. Invece la nascita del governo Draghi ha prodotto una discontinuità che sta avendo forti ripercussioni sul sistema dei partiti.

E, a mio avviso, sta aprendo a tutti coloro che sono consci dell’elevata delicatezza di questa fase, margini di azione insperati, al centro, nel Pd, nel centrodestra, nella società civile, ovunque si trovino persone equilibrate e di buonsenso.

Il tutto si gioca sul filo del paradosso costituito dalla possibilità di rilanciare la politica, partendo proprio dalla disponibilità a confermare per la prossima legislatura Draghi a palazzo Chigi.

E l’originalità del progetto politico? Per come sembra messa la nostra, e altre democrazie occidentali, questa è una domanda ingenua. Lo spazio pubblico che conta, che forma l’opinione e la mentalità delle masse, appare saldamente occupato da una sola visione, sempre meno tollerante verso convinzioni, interessi, acquisizioni culturali e scientifiche, orientamenti ad essa in contrasto. L’unica dialettica che conta, fra posizioni diverse, talora alternative su questioni cruciali – come sulla guerra, sull’energia – avviene a livello di élite e quasi sempre in modo discreto e impercettibile ai più.

Dunque, non potendo più far valere il punto di vista popolare per manifesta disparità di forze, a livello di confronto di opinioni, si dovrà recitare, per incidere, l’unico mantra consentito ma con l’occhio rivolto ai fatti che non si piegano al potere incontrastato delle narrazioni. E proprio in questo modo si può liberare la forza di un progetto politico per il centro, e non solo, per le persone più attente a farsi interpellare dalla realtà, nei vari schieramenti.

Tale progetto politico in concreto consiste essenzialmente nel puntare a temperare, a disinnescare, a ridurre le conseguenze di scelte strategiche che, se attuate in modo integrale, con furore nei tempi e nell’applicazione, rischiano di compromettere la stabilità sociale ed economica del Paese e dell’Europa, e sul piano internazionale rischiano di allontanarci dall’80% dell’umanità non occidentale.

Il tutto nella speranza che il passaggio verso il mondo multipolare e del ritorno al primato dell’economia reale su quella virtuale, e della politica sull’economia e sulla tecnologia, avvenga nel modo meno traumatico e bellicoso possibile.

E mentre si puntella un sistema di governance sbagliato, anomalo per le democrazie occidentali, cercando di ridurre i danni, nel solo modo concretamente possibile, l’attenzione deve essere tutta sul mondo che sorgerà dall’attuale scontro fra Occidente e Resto del Mondo. La forza politica che riuscirà a veicolare un simile messaggio potrà non solo apparire interessante a chi vota ma anche contribuire a ridimensionare l’area purtroppo sempre più estesa del non voto.