La Bibbia scuola di empatia

A colloquio con il teologo austriaco Kurt Appel

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Tratto dall’edizione odierna dell’Osservatore Romano a firma di Gabriele Palasciano

La tela di Richard Bagguley Crucifixion at Oxford circus 2, realizzata nel 2010, è forse l’opera d’arte contemporanea che esprime al meglio almeno tre delle possibili reazioni delle donne e degli uomini di tutti i tempi di fronte al mistero cristiano della presenza, nonché della manifestazione, di Dio in Gesù crocifisso. Si tratta dello scandalo, della stoltezza e dell’indifferenza di una folla il cui flusso eracliteo sembra travolgere rispettivamente il passato, il presente e il futuro della fede cristiana. Le prime due reazioni sono “storiche”, ossia ben note perché documentate nel Nuovo Testamento. Paolo di Tarso affermava che predicare Cristo crocifisso significa annunciare uno scandalo e una stoltezza. Difatti, per i giudei, non solo è «maledetto colui che è appeso al palo» (Deuteronomio 21,23), ma l’idea stessa di un Messia crocifisso contraddiceva le proprie rappresentazioni centrate su un liberatore glorioso, potente e pieno di successi militari e politici. Lo skàndalon consisteva proprio in un ostacolo che fa cadere: non è possibile credere in un Messia rigettato dagli uomini, che ha subìto il supplizio della croce — simbolo per antonomasia dell’oppressore romano — che inoltre è stato anche rigettato da Dio. Nel mondo greco-romano del i secolo dell’era volgare, la stupidità di una fede in un uomo crocifisso era chiara: una tale fine lo allontanava dall’ingresso trionfale nel pantheon delle divinità.

Nessuna apoteosi era possibile, dato che questa costituiva il coronamento di una carriera di per sé illustre, ma solo una considerazione negativa: Gesù era un fallito a motivo della sua morte così crudele (si pensi a quanto scrivevano sulla crocifissione Cicerone, Tacito, Seneca e Giuseppe Flavio), mentre la fede dei primi cristiani nel Messia crocifisso appariva come una forma di «superstizione irragionevole e senza misura» (Plinio il Giovane, Epistole, x, 96, 4-8). Riguardo alla terza forma di reazione, l’indifferenza è diffusa. Per molti contemporanei, la morte di Cristo è inglobata nella banalità dello scorrere della vita, un ricordo che al massimo, per quanto triste, si evoca con dispiacere, ma che non esercita una forza di trasformazione sul mondo. Ritrovare il valore della crocifissione di Cristo è un compito arduo per il pensiero e la fede dei cristiani. Il teologo cattolico Kurt Appel, docente di teologia fondamentale all’università di Vienna, illustra la specificità e la potenza del messaggio del Crocifisso per la nostra epoca.

In passato, l’interpretazione teologica della croce di Gesù di Nazareth, il Cristo di Dio, con il suo carico d’ignominia, sofferenza e morte — che costituiscono poi i simboli delle diverse realtà e strutture di schiavitù, angoscia e annichilimento dell’essere umano di tutti i tempi — si iscriveva nella prospettiva di una visione religiosa del mondo e della conoscenza di sé. Professor Appel, questa “lettura” le sembra ancora valida? Oppure, nel caso in cui ritenesse che abbia perso valore, la ritiene riproponibile?

La croce è e rimane un simbolo estremamente potente che supera la nostra immaginazione. La morte sulla croce non era solo collegata a una tremenda sofferenza fisica, ma anche a segni di un’estrema umiliazione. Coloro che venivano crocifissi erano nudi, e questa nudità pubblicamente esibita era, in Oriente, la peggiore ingiuria che si potesse arrecare a qualcuno, addirittura peggiore della stessa morte fisica. Il fatto che il Messia di Dio muoia sulla croce, nudo e perciò stesso abbandonato fin nel più intimo alle mani dell’uomo e alle bestie (avvoltoi, insetti, e così via); che l’Inviato e il Figlio di Dio venga umiliato al massimo grado dall’uomo; e che Dio, a sua volta, non punisca questa umiliazione con l’annientamento dell’uomo, ecco: tutto questo è ancora oggi una delle più grandi provocazioni offerte dalla presenza del cristianesimo.

Sta di fatto che, nel mondo attuale e postmoderno, sempre più contrassegnato dalla rivendicazione dell’autonomia e dell’emancipazione dell’individuo, certe categorie teologiche, soprattutto quella di un “Dio crocifisso” o di un “Dio redentore”, rischiano di perdere — o hanno addirittura già perso — il loro significato.

Nella nostra società, il simbolo della croce subisce una prima, importante svalutazione proprio da coloro che vogliono ridurlo a mera simbolica culturale. Le croci appese nelle aule scolastiche, esibite negli spazi pubblici o utilizzate come ornamento personale: in tutto ciò si può senz’altro osservare la dichiarazione o il segno distintivo di una storia peculiare, qualcosa cioè che inerisce alla confessione delle radici cristiane costitutive della nostra società. Allo stesso tempo, tuttavia, una tale onnipresenza non può non significare la banalizzazione del suo senso. Ciò accade in particolare quando, ad essere dimenticato, è esattamente lo sfondo reale della croce: la croce è — come ha ben espresso il vescovo brasiliano Dom Orlando Dotti, in occasione di una riunione di senza terra e di contadini espropriati — un simbolo che si pone di traverso. Esso, infatti, relativizza ogni pretesa e ogni forma umana di potere: queste vengono intese dal punto di vista individuale o sul piano socio-economico. Il simbolo della croce mostra pertanto, nel senso più autentico dell’espressione, che Dio non vive affatto nei palazzi del potere, sia esso di ordine politico, economico o persino religioso. Invece, egli se ne sta in compagnia di coloro che soffrono, camminando assieme a tutti gli oppressi della storia.

Ci si dovrebbe chiedere allora qual è il senso della croce di Gesù per la vita attuale, nonché concreta, del cristiano.

Senza alcun dubbio, Gesù ha vissuto la misericordia di Dio nella sua vita e in lui si rende incontrabile, in maniera esperienziale, la gloria di Dio che risiede nel suo nome biblico jhwh. Esattamente in questa vita di Gesù, Dio si è fatto prossimo, mai più di così. L’uomo, tuttavia, non ha sopportato una simile vicinanza. E precisamente per questo motivo: perché noi esseri umani siamo così tanto abituati a nasconderci dietro svariate maschere, a blindarci attraverso il possesso di beni materiali, con le convenzioni e lo status sociale. E tutto questo al solo scopo di non lasciare che la vita, nella sua propria vulnerabilità ed esposizione, si avvicini a noi. In Gesù, Dio ci redime, ovvero ci scioglie da tutti i nostri travestimenti, mascheramenti, inganni; cioè si espone senza riserve, facendo letteralmente comunità con coloro che si lasciano toccare dalla vita, mostrando misericordia e compassione.

Esiste un simbolismo proprio della croce, il quale possiede anche una forte carica spirituale ed etica.

Sin dalle prime generazioni di cristiani, la croce si lasciò rappresentare quale albero della vita, esprimendo con questo l’estremo di un paradosso. Tuttavia, a una considerazione più profonda, emerge la verità di questo simbolismo: essere un soggetto significa essere-in-connessione con gli altri. Il nostro organo più importante allora si rivela essere la pelle: noi cioè viviamo internamente ad essa e ci possiamo connettere con l’ambiente. Infine, attraverso di essa siamo anche radicalmente vulnerabili. Patire (pàthein) sulla croce significa essere connessi con la vita, capace di creare affetti e di soffrire. In un certo qual modo, la croce è diventata la “pelle di Dio”, avvolgendo e accogliendo tutti i tempi e gli spazi, indossandoli come forme di affettività. Sulla croce di Gesù, Dio ha rivelato una volta per tutte che egli è affezione. In ultimo, se la Chiesa è il corpo di Cristo, e dunque anche il sacramento per il mondo, non potrà non essere lo spazio presso il quale ogni essere vivente ha modo di toccarsi e di percepirsi in reciprocità.

Da questo luogo di sofferenza qual è la croce, quali prospettive di liberazione crede possano aprirsi per l’umanità?

La croce significa liberazione dalla nostra corazza emotiva, dall’indifferenza nei confronti dell’Altro. Oltre a ciò, nella Bibbia si trova un’ulteriore considerazione, davvero splendida: nel giudaismo, infatti, il Santo dei Santi era identificato con il Tempio e più specificatamente con l’arca dell’Alleanza, il cui propiziatorio (coperchio) coincideva con lo stesso trono di Dio, laddove il mondo terrestre e quello celeste si toccavano. In questo luogo sacro, il sommo sacerdote era chiamato a celebrare solo una volta nel corso dell’anno il cosiddetto rito di espiazione, mediante il quale Israele riceveva il perdono dei propri peccati. Qui alcune gocce di sangue, simbolizzanti la vita di Israele, venivano spruzzate sul propiziatorio. Il popolo di Israele offriva così simbolicamente la sua vecchia vita segnata dalla colpa, ricevendo nuova vita mediante lo zelo di questo gesto. Sulla scorta dell’esperienza della risurrezione, i cristiani hanno interpretato la croce quale nuovo tempio, ossia luogo della vita nuova e dimora di Dio. Gesù offre la sua vita per l’intero creato, ricevendo vita nuova in rappresentanza di tutta la creazione. Questa nuova vita è contrassegnata da una prossimità, intima e corporea, di Dio alla vulnerabilità della sua creazione.

Sulla base del legame tra Antico e Nuovo Testamento, quali altri simbolismi evoca la croce?

La profezia dell’Antico Testamento contemplava l’attesa del giorno in cui, alla fine dei tempi, saranno riunite tutte le nazioni della terra presso il tempio di Gerusalemme, per celebrare la presenza di Dio e la sua riconciliazione. Nel Nuovo Testamento, la croce costituisce ormai il luogo presso cui la globalità della creazione incontra, nella sua vulnerabilità, la propria riunificazione dentro l’apertura e la dedizione di Gesù. La croce del Messia è pertanto simbolo di salvezza, perché è esattamente il luogo in cui il mondo intero è toccato nella reciprocità del contatto tra Gesù e il Padre suo. Dio, cioè, si è fatto più vicino a noi di quanto siamo in grado di avvicinarci a noi stessi. In altre parole, la croce è il luogo presso cui alla brutalità e al potere fisico dell’essere umano viene a rispondere la tenerezza divina.

Soffermiamoci su alcune considerazioni di carattere storico e teologico. Iniziamo con la storia. La croce di Gesù di Nazareth non è riducibile a un errore giuridico, tantomeno a una condanna di ordine politico. Ciò che sembra caratterizzarla più profondamente è la realtà del “disprezzo” religioso, politico e — aggiungerei — teologico. Dal punto di vista religioso, Gesù è accusato di essere un bestemmiatore della Torah, mentre dal punto di vista politico è considerato un sovversivo e ribelle contro il potere dell’occupante romano. Da un’angolatura teologica, cosa vuol dire che Gesù Cristo è morto come un bestemmiatore e un rivoluzionario politico?

Gesù venne crocifisso a motivo della messa in questione, attraverso la sua vita e il suo insegnamento, del centro sacrale del mondo di allora, ovvero il tempio di Gerusalemme. La gloria di Dio aveva infatti lasciato il tempio, come Ezechiele aveva già visto in una delle sue visioni. Nella persona di Gesù aveva finalmente trovato una nuova dimora ciò che si rivelava dalla peculiarità del suo insegnamento e dal suo operare: nelle guarigioni di storpi, nel suo volgersi alla cura dei peccatori e dei prigionieri di ogni sorta. Il regno di Dio, inaugurato con l’avvento di Gesù — ossia il mondo in cui Dio si è fatto sperimentare con un’intensità del tutto nuova — ha messo in questione, nel suo più intimo, lo stesso impero romano. Non si può non cogliere la sottile, profonda ironia nella esemplarità di quel momento mostratoci dalla narrazione giovannea: nel fronteggiare il governatore Pilato, Gesù, il prigioniero, fa capire che il suo regno non appartiene all’ordine di questo mondo. Qui Gesù non sta facendo riferimento a un aldilà lontano; egli piuttosto attesta di appartenere a un mondo che ha principi diversi rispetto a quelli di Pilato. L’essenza del mondo di Roma si identifica, infatti, con la forma della Pax Romana e il corrispondente apparato militare ed economico, mentre la venuta del Messia rende inoperoso esattamente il dominio di quella violenza, portandone allo scoperto l’intrinseca insensatezza. In questo modo possono così emergere nuove forme di amicizia e di solidarietà e nuovi rapporti di fiducia, che sono più affidati a Dio che ai dominatori di questo mondo. Gesù non doveva essere un guerrigliero per essere ritenuto un vero rivoluzionario: fondamentale è stata infatti la sua messa in discussione non violenta del potere sacerdotale e governamentale. I potenti di allora hanno almeno compreso la forza dirompente scaturita dalla vita e dall’annuncio di Gesù; a differenza di teologi e cristiani contemporanei che non sono più in grado di riconoscere la sfida socio-politica e religiosa che Gesù suscita.

Che cosa distingue la croce di Gesù dalle altre innumerevoli croci issate dai romani e subite dagli uomini dimenticati e sconosciuti della storia?

Da una parte, la croce di Gesù si colloca in una storia interminabile di sofferenza umana. Dall’altra parte, essa differisce qualitativamente dalle altre per il fatto che la risurrezione di Gesù è venuta ad attestare l’insuperabile approssimarsi di Dio a Gesù e, mediante Gesù, all’intero creato rigenerando la vita nuova. Quindi solo in virtù di Gesù la croce ha realmente un’efficacia redentiva. In un altro modo, ossia senza Gesù, essa rimarrebbe circoscritta ad esprimere unicamente la violenza dell’uomo e la conseguente sofferenza.

Dal piano storico, passiamo ora a quello teologico. Il “disprezzo” da cui è segnata la croce di Gesù può essere letto anche come un abbandono da parte di Dio?

Dio non lascia da solo Gesù sulla croce. Si ricordi che Gesù, già crocifisso, prega il Salmo 22, dove Dio si rende esperibile nella situazione di profonda tribolazione e di abbandono; si noti, per inciso, come il Vangelo di Marco ne citi l’inizio, mentre quello di Giovanni la fine. Il Crocifisso diviene così un vero e proprio spazio di risonanza della presenza paterna. Il paradosso di Dio consiste proprio nel suo essere presente persino nelle più inaccessibili profondità e nelle più estreme situazioni di indigenza che contrassegnano l’esistenza umana; ossia proprio quando all’uomo, a causa di questa distanza, Dio risulta non più invocabile né rappresentabile. Nella sofferenza — così come in esperienze intense di gioia e di amore — vanno in frantumi tutte quelle immagini e concezioni di sé in cui l’essere umano ordinariamente può concepirsi. Certo, l’uomo può essere distrutto dalla sofferenza, ma da un punto di vista biblico prende consistenza la speranza che Dio sarà stato vicino all’uomo perfino in questo suo andare in frantumi, soccombere, naufragare. Precisamente in ciò si rivela l’onnipotenza di Dio: l’essere, anzi l’esser-ci per noi, proprio lì dove l’essere umano è giunto alla fine di ogni sua possibilità.

Dinanzi a un Dio che accetta di essere accanto alle sue creature, che accetta di soffrire con e per l’essere umano, c’è da chiedersi cosa resta della categoria di onnipotenza.

L’espressione intensiva e più pregnante dell’onnipotenza di Dio risiede nella sua capacità di trasformare un luogo di morte in un luogo di vita. La consistenza — se così si può dire — del vero potere di Dio si mostra pertanto nella sua forza di amore, in virtù della quale si rende possibile anche un profondo riconoscimento.

Il teologo protestante Jürgen Moltmann ha raccontato di aver scritto «Der gekreuzigte Gott» («Il Dio crocifisso», Queriniana, 1973) in risposta al dramma di Auschwitz e all’orrore, da lui stesso sperimentato, scaturito dalla Seconda Guerra mondiale. La grande domanda che si pone è quella classica della teodicea. Quale contributo offre la teologia della croce al problema che pone il male nel mondo?

Il pericolo della questione della teodicea — ovvero la possibilità dell’esistenza di un Dio giusto a fronte della sofferenza del mondo — consiste nel tentativo di volersi immunizzare di fronte alla sofferenza e alle tante domande esistenziali formulate dall’uomo. Credo che la prospettiva biblica non rappresenti un tentativo di risposta alla domanda della teodicea di impianto scolastico. Essa si rivolge piuttosto al lettore come un caloroso invito a percepire la vulnerabilità della creazione, a cogliere quella bellezza che risiede proprio in questa fragilità. La Bibbia è una vera e propria scuola di empatia, che ci rivela la bellezza del mondo, nella misura in cui impariamo a entrare in questa empatia.

Quale nuova visione antropologica e del tempo porta con sé il Crocifisso-Risorto?

Paolo ha compreso in modo straordinario il messaggio della croce, allorché indica Dio come colui che sceglie la debolezza di questo mondo. Questo messaggio si pone ancora oggi, per così dire, di traverso rispetto alla logica del mondo; e tuttavia è ciò da cui scaturisce non solo la Chiesa, ma anche la cultura che noi qualifichiamo come “occidentale”. Tradire il senso umano fondato su questo messaggio, che si esteriorizza nella percezione empatica dei deboli e di tutti coloro che si ammassano ai margini delle nostre società, equivarrebbe a negare la croce.