La black culture del Mississippi

Keith Richards disse nel 1990, riferendosi a Johnson, che per capire quanto fosse fenomenale la musica blues, uno dei modi migliori era ascoltare le sue canzoni.

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Ormai da alcuni giorni, ancora una volta, mi sono imbattuto nel club dei 27. Non certo un club di cui si vuole fare parte, ma sicuramente un club che ha raccolto molti dei musicisti di alto livello dell’ultimo secolo.

Il termine “Club 27” fu coniato a seguito della morte di Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison, anche se il vero e proprio iniziatore di questa “maledizione” fu probabilmente Robert Johnson.

Di lui si conosce ben poco. La sua biografia è ferma alle poche battute che includono la data di nascita, l’8 maggio 1911 ad Hazlehurst, nel Mississippi, e ad alcuni particolari della sua breve vita.

Un’altra di quelle storie che si sono snodate nel territorio del Mississippi. Quel fiume e quel territorio che erano stati resi disponibili alle fattorie, grazie al lavoro degli schiavi che si occuparono di rendere le coste del fiume, più simili ad una giungla, terreno adatto per le coltivazioni.

In questo clima nasceva la musica di Johnson, un cantante, un autore, un chitarrista veramente innovativo.

Molte delle sue canzoni descrivono un paesaggio cupo spesso pieno di spettri e di demoni in cui i musicisti viaggiavano più per fare esperienza e migliorarsi che non per le serate organizzate in qualche locale.

Narra la leggenda, che il giovane bluesman avesse stretto un patto col Diavolo, vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo.

Peter Guralnich ci racconta la vicenda in questo modo: “Robert era un accanito ascoltatore di blues. Cantava male e suonava peggio una chitarra che si era costruito da solo. Ma un giorno, era lui stesso a raccontarlo, si era recato a mezzanotte al centro di un crocevia e lì si era messo a suonare in attesa di un possibile evento. Ed era arrivato un uomo tutto nero che gli aveva preso la chitarra, l’aveva accordata, aveva suonato un motivo sconosciuto e poi gli aveva restituito lo strumento. Non si erano scambiati una parola, il ragazzo e quel diavolaccio nero”.

Altra cosa che rafforzò la leggenda fu la morte dell’autore non ben definita.
La versione più probabile è quella che ci lasciarono Sonny Boy Williamson II e David Honeyboy Edwards che la notte del 13 agosto 1938 suonarono con Robert Johnson.

Dichiararono che dopo una bevuta di wisky, forse contaminato con del veleno, iniziò una lenta agonia che si concluse con la morte.

In quella occasione ci fu chi parlò anche di magia nera.

Anche la vera tomba di Robert Johnson non è definita. Nei dintorni di Greenwood ci sono ben tre pietre tombali con il nome di Robert Johnson inciso sopra.

A questo punto come non cavalcare la storiella del musicista dannato?

Il racconto, come ogni falso mito, si consolidò molto velocemente, sicuramente grazie alla sua stupefacente tecnica chitarristica, basata sul fingerpicking, tuttora indicata come una delle massime espressioni del delta blues e sicuramente grazie al racconto della sua vita e della sua morte alimentato da produttori che videro un guadagno immediato dietro l’insegna del cantante maledetto.

Keith Richards disse nel 1990, riferendosi a Johnson, che per capire quanto fosse fenomenale la musica blues, uno dei modi migliori era ascoltare le sue canzoni.

Vittorio Franchini, che fu grande critico musicale, lo definì “sconosciuto ai più, sempre in fuga da se stesso prima ancora che dagli altri sempre senza un soldo, senza una casa ed ora venerato dagli appassionati, studiato dagli esperti che lo giudicano fra i padri del blues, con la sua musica insinuante ed asprigna pervade tutto il novecento statunitense”.