LA CAMPAGNA ELETTORALE VOLGE AL SUO EPILOGO. ELEMENTI DI SCONFORTO? SÌ, MA VOTARE È UN DOVERE.

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La riduzione del numero dei parlamentari da eleggere ha favorito una gestione verticale e personalistica delle candidature. Per altro, la frammentazione del quadro politico è evidente e non favorisce una scelta convinta. La sfiducia generalizzata è percepibile tra la gente. Votare tuttavia è un dovere.

Si trascina stancamente verso il D-Day una campagna elettorale caratterizzata dalle invettive e dalle accuse incrociate e sbiadita nei contenuti, probabilmente la più scialba degli ultimi decenni, dall’esito condizionato dai sondaggi e largamente previsto. Una guerra lampo dopo la caduta del governo Draghi, dove le tattiche hanno prevalso sulle strategie, decisamente autoreferenziale nella rappresentazione di scenari apocalittici, con molte comparse e qualche primattore, condizionata da eventi internazionali come la guerra in Ucraina e la crisi energetica, priva di programmi di breve e medio termine, in conflitto con se stessa tra governo delle larghe intese e rimasugli di retaggi ideologici, sostanzialmente e decisamente molto confusa.

Il tema veramente prioritario della crisi climatica è stato solo sfiorato, purtroppo l’alluvione nelle Marche ha messo le forze politiche al cospetto della propria latitanza. Il timore è che il gap che separa ormai da tempo il paese legale e della rappresentanza nelle istituzioni da quello reale della società civile finisca per radicarsi nell’astensionismo: l’indecisione degli scettici è certamente miscelata con l’indifferenza e la delusione dei potenziali elettori. La riduzione del numero dei parlamentari da eleggere ha favorito una gestione verticale e personalistica delle candidature: pochi i chiamati, scarsa la rappresentanza della società civile, alcune conferme e altrettante rinunce o mancate nomination anche per il timore dell’esito incerto, una legge elettorale criticata da tutti ma che rafforza le leadership dei partiti, vedremo solo dopo la qualità degli eletti.

Ci sono stati sbandamenti e ripensamenti iniziali o tardivi, le sfumature e le pregiudiziali hanno configurato gli schieramenti a metà della breve contesa e non vi è chi possa dire che quelle che si presentano all’elettore siano alleanze stabili. La frammentazione del quadro politico è evidente e non favorisce una scelta convinta, la partitocrazia genera mostriciattoli da zero virgola, ognuno corre per sé e non è certo che tutti arrivino al traguardo. La predica del voto utile non sembra aver fatto proseliti, tra chi andrà a votare ci saranno i fedelissimi, gli aficionados, chi si turerà il naso per evitare che vinca l’avversario di sempre, le antipatie prevarranno sulle scelte convinte – nessuno ha fatto niente per alzare i toni delle motivazioni abbassando le altezze delle presunzioni – e in tanti saranno coloro che decideranno all’ultimo minuto, magari nel segreto della cabina elettorale.

Non vedo tanto entusiasmo quanto palese è la rassegnazione, sono passati i tempi in cui i partiti contavano milioni di iscritti e nelle sezioni la gente discuteva di politica e di ideologie, l’epoca dei capi carismatici a cui affidare i destini della nazione ma anche quella in cui i congressi favorivano il confronto e caratterizzavano una proposta: le scelte ora sono estemporanee e pragmatiche, forse un malinteso concetto di democrazia ha premiato la parcellizzazione dell’insieme, una sorta di polverizzazione con molte sfumature identitarie, dove finisce un’opinione ne comincia un’altra, entrambi labili e cangianti.

Vedo molta coreografia ma poche spiegazioni convincenti, molti dubbi non chiariti: alcuni verranno rubricati nella cronaca, altri saranno palesati dalla Storia. Le incognite sono molte e il fare tribunizio della retorica non ci aiuta a comprendere che cosa ci attende dietro l’angolo, i comizi facilitano le promesse ma governare è altra cosa. La parola crisi è sottesa ma si percepisce come comun denominatore, c’è infatti chi adombra che il voto non servirà a restituire quella stabilità che consente di realizzare programmi chiari e lungimiranti se le diatribe interne alle coalizioni non saranno sopite in nome del bene comune. Siamo in crisi con tutto: con l’ambiente, con il lavoro, con la sostenibilità generazionale, con le poche certezze di cui disponiamo e che non ci vengono certo elargite dalla demagogia politica.

Alle origini delle crisi politiche del tempo della post-modernità ci sono deficit di tipo culturale, la banalità prende il sopravvento e i luoghi comuni sostituiscono la ragionevolezza e il buon senso comune, le opinioni subentrano alle idee. La sfiducia generalizzata è percepibile tra la gente e nulla risulta meno convincente di una classe politica complessivamente inadeguata, incapace di coniugare competenza e responsabilità. Votare tuttavia è un dovere, anche se le incognite prevalgono sulle certezze.