La conclusione dell’indagine Mueller

Quando era un businessman, Trump non si è fatto scrupolo di finanziare il potere Democratico di New York, dal senatore Schumer alla senatrice Hillary.

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Il 23 marzo 2019 l’esito dell’indagine Mueller diviene noto con la consegna del rapporto al ministro della Giustizia Barr e con l’indicazione, da parte di Mueller, che nel rapporto non vi sono incriminazioni. Le conclusioni dell’indagine Mueller, che due giorni dopo il ministro Barr comunica al Congresso e dunque al pubblico, sono le seguenti: non vi è stata alcuna “collusione” tra Trump o persone a lui vicine e agenti russi; non vi è stata “ostruzione della giustizia” da parte di Trump; non un solo collaboratore o familiare, e addirittura non un solo cittadino americano, è incriminato per collusione o contatti illeciti con agenti russi. L’esito dell’indagine Mueller si aggiunge a quelli della Commissione Intelligence del Senato e della Camera (quando a capo di quest’ultima vi era David Nunes, cioè prima che il controllo passasse ai Democratici): niente collusione, niente ostruzione. Per due anni dal maggio 2017, quando a un’indagine dell’FBI già in corso da oltre sei mesi e al relativo polverone mediatico si aggiunse l’incarico affidato a Mueller dal viceministro della Giustizia Rosenstein, la nazione americana e il presidente sono rimasti sotto attacco dall’interno del paese, in quello che è stato uno dei maggiori scandali politici della storia americana e il più invadente tentativo, nella storia, di rovesciare il risultato di un’elezione presidenziale.

 

Non vi è mai stata alcuna giustificazione per accusare Trump di “collusione” con i russi. Non vi è mai stato alcun indizio di una “ostruzione della giustizia”, poiché il licenziamento del direttore dell’FBI Comey fu una scelta dovuta, alla luce di quanto di Comey si è saputo in seguito, e poiché il non consentire, da parte di Trump, a farsi intervistare da Mueller fu una scelta necessaria dei suoi avvocati per evitare la trappola di ulteriori accuse. La nomina di Mueller e la sua indagine appartengono a un colpo di stato. Lo scopo era di costruire accuse, usando il metodo sovietico di fabbricare un crimine per distruggere un avversario. Il complotto ha avvelenato la vita politica americana dal gennaio 2017 in poi. I due anni di indagine Mueller, costati circa 30 milioni di dollari, dopo aver trascinato 42 persone davanti a procuratori faziosi, dopo 2800 interviste sotto giuramento, dopo 13 viaggi di gruppo all’estero in cerca di un crimine, hanno avuto il risultato di far condannare Paul Manafort per reati fiscali commessi nel 2006, di accusare Roger Stone di aver detto bugie al Congresso, di ricattare Mike Flynn per attività di lobby del figlio, e di altre accuse minori senza rapporto con Trump né con la Russia. Inoltre, nel momento in cui la conclusione dell’indagine Mueller diviene pubblica, si deve ricordare che, anche se vi fossero state accuse al presidente o altre incriminazioni, si sarebbe trattato soltanto del parere dell’accusa, cioè del procuratore delegato, e non di una giuria: per arrivare a un giudizio, sarebbe stato necessario ascoltare il parere della difesa. Si deve anche ricordare che la squadra di Mueller non era imparziale, perché composta da 17 avvocati tutti vicini ai Democratici (e in qualche caso finanziatori della campagna di Hillary) e da un procuratore, Weissmann, noto per far condannare persone innocenti. Tanto più risalto, dunque, deve avere il totale esonero di Trump.

 

Fin dal primo momento la nomina e l’indagine di Mueller, con la disinformazione che le hanno circondate, sono state un abuso di potere. L’autonomia dei procedimenti giudiziari, il potere dell’FBI e quello delle agenzie di intelligence, il cui scopo è di proteggere il paese, furono usati contro persone vicine a Trump e contro Trump stesso. Ora, nonostante il sollievo recato, senza dubbio, dalla fine dell’indagine-truffa, il rapporto Mueller non è la vittoria finale della giustizia. Non è arrivato il Settimo Cavalleria a salvare i buoni. Perché vittoria vi sia, i responsabili devono pagare. Chi ha concepito la frode, chi l’ha messa in atto e chi l’ha installata nelle menti del pubblico, deve finire in galera: questo è quanto chiedono le voci migliori in America.

 

Per due anni Mueller ha coperto, con gli estesi poteri conferitigli dal suo ruolo, azioni persecutorie. Egli non ha smentito i rapporti disonesti su quanto accadeva. La persecuzione di Mike Flynn è una grave macchia. I tentativi di estorcere dichiarazioni da Manafort, Stone, Corsi, benché non illegali, sono ingiustificabili. Gli effetti politici di freno sull’azione del governo Trump sono stati un sopruso. Mueller non va lodato per aver detto il vero, alla fine, riguardo alla mai esistita collusione. Mueller ha aspettato almeno un anno a dire ciò che sapeva, forse, da sempre. Ha rimandato l’esito del rapporto a dopo le elezioni di midterm, e in questo modo ne ha influenzato il risultato. Le conclusioni dell’indagine Mueller non cancellano ciò che è accaduto. É stato merito di Trump resistere alle pressioni. É stata una sua scelta alla fine vincente di non fermare l’indagine e non limitarla, come avrebbe potuto. Trump non ha nemmeno messo condizioni all’FBI o al DoJ, che hanno operato contro di lui; non ha licenziato Rosenstein; ha atteso 18 mesi prima di nominare un nuovo ministro della Giustizia; i suoi avvocati hanno consegnato tutti i documenti richiesti. Trump non ha “ostruito”. Quanto alla sua azione di governo, i condizionamenti, a causa della fobia antirussa che ha accompagnato l’indagine-truffa, purtroppo vi sono stati, ma erano inevitabili.  

 

L’indagine Mueller non è stata il trionfo della giustizia americana, bensì la sua  malattia, il cedimento alla politica. Non può essere lodata un’indagine in cui il primo inquisitore era Andrew Weissmann (definito da chi lo conosce bene “un mascalzone legale”), il quale cercò di imporre a Jerome Corsi una falsa versione dei fatti, tanto che Corsi aprì nei suoi confronti una causa giudiziaria, tuttora in corso. Alcune settimane prima della consegna del rapporto Mueller, Weissmann si è dileguato dalla scena pubblica; sappiamo che insegna alla New York University. Nelle conclusioni che il ministro Barr ha reso pubbliche, il giudizio su chi ha gestito l’indagine rimane implicito. Non vi è tutto in quelle conclusioni. Non vi è una denuncia dell’abuso che fu in sé la nomina di Mueller, che non avrebbe mai dovuto avvenire. Non vi è il ruolo svolto da Rosenstein, che nominò Mueller (in accordo con Comey) e consentì che l’indagine si allargasse al di là dell’incarico ricevuto. Negli ultimi mesi del 2018 Rosenstein cambiò linea, incontrò Trump e divenne cauto. Nel febbraio 2019 egli intendeva congedarsi dal DoJ e fu costretto a rimanere da Barr, il quale accortamente voleva che Rosenstein sottoscrivesse con lui, come un mese dopo avvenne, le conclusioni ricavate dal rapporto Mueller, in questo modo rendendo il verdetto non contestato da chi aveva iniziato l’indagine. Infine, nelle conclusioni rese pubbliche da Barr, non vi è in modo esplicito, e non poteva esservi, il ruolo svolto dal governo Obama.

 

In realtà tutte le strade del complotto iniziano dalla Casa Bianca di Obama. Negli anni precedenti, il governo Obama aveva usato l’Agenzia delle Entrate (IRS) per discriminare con penalità fiscali i gruppi del Tea Party. Davanti al pericolo che Trump rappresentava per il potere globalista e per lo stato profondo, il governo Obama ha usato i vertici del DoJ, dell’FBI e della CIA per delegittimare la vittoria di Trump e bloccarne l’azione di governo. Quanta responsabilità personale di Obama vi sia, non lo sappiamo; ma è molto probabile che essa vi sia. A cominciare da Brennan, che ha tenuto le fila della cospirazione servendosi come copertura del suo mantello di ex direttore della CIA; che si è recato di persona a Londra per concordare con agenti stranieri la produzione del falso dossier poi esibito al tribunale FISA; che dagli schermi TV per due anni ha lanciato accuse esplicite a un presidente eletto: tutto ciò non sarebbe stato possibile se Obama non avesse saputo. Un incontro come quello del 5 gennaio 2017 alla Casa Bianca tra Susan Rice, consigliere di Obama, e i direttori dell’FBI e dell’intelligence, in cui si concordò (secondo quanto scrive la Rice in una mail del 20 gennaio) la linea da chiedere ai media nei confronti del governo Trump, in quel momento prossimo a insediarsi, non sarebbe stato possibile se Obama non avesse saputo. L’ideologia ha consentito a Obama di recare un grave danno alla nazione, oltre che alla reputazione del DoJ, dell’FBI e dei vertici dell’intelligence, cioè di agenzie in cui il paese deve avere fiducia.

 

Già con i ministri Holder e Lynch, e con la nomina di decine di giudici di parte, Obama aveva politicizzato la Giustizia. Nei tre anni dopo il 2017, oltre 15 alti funzionari del DoJ e dell’FBI sono stati dequalificati o licenziati, con forti sospetti di corruzione a fini politici. Le interviste pubbliche nel febbraio 2019 dell’ex vicedirettore dell’FBI McCabe, che è accusato di falsa testimonianza in Congresso, hanno confermato che il processo di sovversione nei confronti di Trump era un obiettivo articolato: alla rete CBS (nel programma 60 Minutes) McCabe ha riferito che lui e Rosenstein a inizio estate 2017 fecero “il conto” di quanti funzionari nel governo potessero aderire nel “dichiarare il presidente incapace di eseguire i doveri del suo ufficio”, e quindi aprire una procedura di impeachment. McCabe lo ha affermato impunemente, anzi si è vantato. Vi sono state diverse testimonianze di questa entità, a confermare che ciò a cui abbiamo assistito per tre anni è stata una cospirazione, un tentato colpo di stato e un occultamento di illeciti. La guerra a Trump è stata costruita e articolata fin dal momento in cui la minaccia Trump si è delineata.

 

I responsabili della tossica cospirazione devono pagare. Vi dev’essere una resa dei conti: per i politici, per i funzionari che hanno usato l’FBI e il DoJ per costruire il complotto, per i giornalisti che hanno mentito. Le poche benché autorevoli voci che in America per due anni hanno denunciato il complotto, dopo il rapporto Mueller dicono: coloro che hanno agito in nome della legge, mentre in reltà attuavano un grave abuso di potere, devono essere sottoposti a processo penale. I conduttori TV che dalla CNN, o dalla MSNBC, o altro, hanno diffuso con bieca invadenza notizie infondate, divenendo i portavoce della cospirazione, devono pagare (anziché giovarsi della falsa assoluzione pronunciata dal presidente della CNN Jeff Zucker: “Non siamo investigatori”). Dopo il rapporto Mueller, gli ottimisti dicono che il processo penale vi sarà e che sarà Barr a iniziarlo. Dicono anche che il pubblico punirà i media. Ma per quanto riguarda la richiesta che i responsabili rispondano alla giustizia a seguito di un’indagine penale, tale esito è ostacolato dal controllo Democratico delle Commissioni Intelligence e Giustizia della Camera, le quali anzi rilanciano indagini non giustificate a danno di Trump e dei suoi sostenitori. Chi dirige quelle Commissioni dovrebbe essere destituito. Per esempio, Schiff non può rimanere a capo della Commissione Intelligence: egli ha mentito in Congresso e ai media affermando di avere prove della collusione; ha fatto pervenire distorte fughe di notizie ai media riguardo a indagini non autorizzate; ha incontrato più volte il direttore della ditta Fusion GPS, che fu pagata per costruire dossier di accuse false. Schiff, persona ripugnante (“shifty Schiff”, lo chiamano: il subdolo Schiff), non può restare al suo posto, se tra i leader Democratici è rimasto qualche decoro e se i Repubblicani sono in grado di agire. Stessa cosa per il turpe Nadler, che presiede la Commissione Giustizia.

 

Per quanto riguarda l’impero dei media dire che, per le vicende legate all’indagine Mueller, la copertura di grandi quotidiani un tempo stimati, come il Washington Post o il New York Times, è stata vergognosa, è ancora riduttivo. Come la CNN o la NBC, essi hanno alimentato una cronaca fuorviante che ha diviso il paese e ne ha danneggiato il governo. Per oltre due anni centinaia di articoli di giornale e di programmi TV hanno propagato falsità che avevano come obiettivo l’impeachment di un presidente, con affermazioni quotidiane di “notizie-bomba”, di “svolte decisive”, di “muri che si chiudono” intorno a Trump; dunque di un impeachment imminente. Eppure, anche dopo il rapporto Mueller, la proprietà e gli azionisti di grandi corporations come AT&T, che controlla la CNN, o Comcast, che controlla la NBC, tacciono, non impongono conseguenze per quanto è accaduto sulle loro reti. Senza la complicità dei media, l’abuso di potere che ha generato l’indagine Mueller non sarebbe stato possibile. Da questo punto di vista si tratta del maggiore scandalo della storia americana. Il suo titolo non è Russiagate, bensì Mediagate. Una certa confusione dei più diffusi media americani davanti al rapporto Mueller si riflette nei media italiani, con gli indecorosi titoli il 23 marzo 2019 del Corriere della Sera: “Russiagate, Trump trema” e di Repubblica: “Russiagate, resa dei conti per Trump”, prima di cancellare l’argomento dalle loro cronache. In America la falsa narrativa sulla “collusione” non scompare né dai media né dalla politica. I danni che essa reca alle relazioni con la Russia vengono trascurati, benché ciò riduca la possibilità che il Cremlino lavori insieme agli USA su temi di comune e vitale interesse strategico.

 

La rabbia psicotica di conduttori TV e di politici Democratici non si esaurisce con il rapporto Mueller. Essi non ritrattano le accuse disoneste; al contrario, ne avanzano di nuove. In questo modo assistiamo all’inizio di un secondo colpo di stato. Il tragitto della guerra a Trump, iniziato quando, per esempio, un politico Democratico (Kucinich) dichiarava a fine 2016: “L’intenzione è di abbattere il nuovo presidente”; o quando Brennan affermava che “i funzionari dello stato” avevano “l’obbligo di non eseguire gli ordini del presidente”; o quando il “sito di notizie” The Daily Beast parlava della squadra di Mueller come “un prestigioso team che può distruggere Trump”; quel tragitto non finisce nella primavera 2019 con l’indagine Mueller. Nel partito Democratico vi è chi, in relazione alla vicenda Mueller, ha commesso reati. Secondo il dettato della Costituzione, costoro devono essere “messi sotto accusa per tradimento, corruzione e reati minori”. Ma per fare ciò ai Repubblicani manca l’unità, a causa dei freni imposti da senatori, opinionisti e finanziatori che sono anti-Trump, sono pseudo-conservatori e sono guardiani della palude globalista. Dunque a politici Democratici e a conduttori TV viene consentito non soltanto di non ammettere di aver mentito al pubblico e di aver preso parte a una cospirazione, ma di annunciare nuove indagini, questa volta sulla carriera e sugli affari di Trump prima di entrare in politica. E per la nuova indagine stalinista (cioè in cerca di un crimine) sul business di Trump e dei suoi familiari, i media avversi a Trump sono pronti come venditori ambulanti e ciarlatani.

 

Nella primavera 2019 la Commissione Giustizia della Camera, presieduta dal turpe Nadler, invia 81 lettere a familiari, collaboratori e persone già vicine a Trump, con richieste di documenti o convocazioni in Congresso, in questo modo dando inizio a indagini che riguardano 260 individui o società. Niente di simile è mai accaduto. Mai un presidente e la sua famiglia hanno incontrato molestie così organizzate. Fallita la risorsa Mueller, si vuole fermare il governo Trump con le testimonianze da inquinare, con le notizie alterate, con il teatro logorante delle audizioni congressuali. Usando il supporto mediatico e la confusione generata dall’annuncio di indagini, si vuole ripetere nelle aule del Congresso ciò che nei campus universitari si ottiene con piccole violenze: intimidire e condizionare chi sostiene Trump e ne condivide gli obiettivi. Tra le persone chiamate a testimoniare vi sono: collaboratori della campagna elettorale di Trump nel 2016 e di quella del 2020, segretarie, ragionieri, esperti di computer, guardie del corpo, i dirigenti (executives) del Trump business (la Trump Organization); l’ex avvocato della Casa Bianca, McGahn; l’avvocato di Trump per l’affare Mueller, Jay Sekulow; i figli di Trump; Jared Kushner e le società della sua famiglia; il figlio di Mike Flynn; poi alcuni attori dell’indagine Mueller: Comey, McCabe; poi Avenatti, l’avvocato di Stormy Daniels (se libero da obblighi carcerari, suppongo, poiché è sotto cauzione). Si tratta di un insulto al paese. Si tratta anche di un nuovo abuso di potere, per quanto aprire indagini sia prerogativa della Camera.

 

Ma non basta. Il Democratico Cummings (eletto in un distretto di Baltimora che è un regno del crimine e della droga), che presiede la Commissione Sorveglianza della Camera, “indaga”, con fanfara mediatica, sulle dichiarazioni dei redditi di Trump: chiede 10 anni di documenti fiscali, e li chiede allo studio contabile che li ha elaborati (cosa che gli esperti in materia considerano un sopruso). Egli conta su un’Agenzia Entrate (IRS) ancora politicizzata, come durante la presidenza Obama e come in passato: usare l’IRS per colpire gli oppositori fu praticato da Lyndon Johnson e, in quantità industriale, da F. D. Roosevelt (anche Nixon lo fece: la differenza è che egli fu punito, ciòe tale azione fu tra i motivi del suo impeachment). Chi ha elaborato il secondo colpo di stato intende cercare un crimine, il che – affermano gli esperti di legalità – è in sé un abuso di potere che trasforma il Congresso in una sede giudiziaria, anziché legislativa, del governo. La funzione di controllo che la Costituzione assegna al Congresso è prevista in funzione dell’attività legislativa, non per bloccare un presidente. Di nuovo, in vista del 2020, lo scopo è l’annuncio di accuse, per quanto ingiustificate. Lo scopo è sequestrare il governo, impedire il freno all’immigrazione, cambiare il sistema elettorale in modo che un Trump non possa mai più essere eletto. É un’operazione di terrorismo legale, condotta da persone ripugnanti. La loro azione è così deforme e corrotta, che i Repubblicani in Senato dovrebbero a loro volta indagare (come prova a fare Lindsey Graham per le vicende relative all’indagine Mueller). Le voci autorevoli, che chiedono di resistere al nuovo sopruso, non mancano. Mark Levin suggerisce un “reclamo per motivi etici” presso la Commissione Etica della Camera. Mark Meadows e Jim Jordan denunciano un altro vergognoso uso dei soldi dei contribuenti. Joe DiGenova afferma che tutti gli indagati dovrebbero rifiutarsi di collaborare e di fornire documenti; e se chiamati a testimoniare con un’ingiunzione, appellarsi al Quinto Emendamento per non presentarsi (come hanno fatto alcuni responsabili degli illeciti legati all’indagine Mueller). Alcuni degli indagati, dice DiGenova, possono usare il privilegio legale di comunicazioni riservate con il presidente; e nessuno ha l’obbligo di consegnarsi a una Commissione che molesta con fini politici.

 

La Casa Bianca di Trump, dopo aver consegnato oltre un milione di pagine di documenti a Mueller, può certamente opporsi a nuove richieste, ma non può controllare le 260 persone. Il numero è tale che una risposta univoca alla nuova “caccia alle streghe” non è probabile, e ciò è un effetto calcolato. Per non perdere il potere, i servi dello stato profondo si applicano a distruggere il paese, non soltanto la presidenza Trump. L’ideologia che ha reso possibile nominare un procuratore speciale per indagare un crimine che non esisteva; l’ideologia che ha arruolato burocrati nascosti dietro le scrivanie del Southern District di New York, cioè del tribunale distrettuale in prima linea nelle nuove indagini avverse a Trump; l’ideologia che vuole i confini aperti, l’immigrazione senza freni, la tolleranza verso la droga; che calunnia e attacca i sostenitori di Trump; che disprezza la polizia; che vuole controllare l’informazione e l’istruzione: questa ideologia non è in ritirata dopo il rapporto Mueller. Anzi, essa prepara nuovi strumenti.

 

Anche il secondo colpo di stato inizia con il supporto dei media più diffusi. Nella primavera 2019 essi ignorano la grave crisi e la massiccia invasione in corso sul confine sud: 100 mila migranti fermati in marzo e quasi tutti rilasciati, perché gli spazi di detenzione sono colmi e perché le leggi sul diritto di asilo sono adeguate al 1901, non al 2019. La prospettiva è di oltre un milione di illegali che entrano nel paese nel 2019. Il “ferma e poi rilascia” (catch and release) è a livelli mai raggiunti. Il capo della CBP (Customs and Border Protection), McAleenan, manda messaggi allarmanti: a fine marzo 2019 egli afferma che il 40% dei suoi agenti è impegnato nel trasportare migranti malati negli ospedali e in altre forme di assistenza. Alcuni osservatori (tra questi Lou Dobbs) ritengono che la Homeland Security, di cui la CBP fa parte, non faccia tutto ciò che è necessario, e che il suo ministro, la Nielsen, non sia adeguata al difficile incarico: un’emergenza nazionale è in corso, e la Homeland, che ha avuto un aumento degli agenti in servizio, non ottiene risultati sufficienti. Si delinea dunque l’unica, e in realtà urgente, soluzione possibile: chiudere il confine con il Messico, o grandi parti di esso, incluse le stazioni di entrata. Il che è un’adeguata punizione per il governo messicano che non blocca i traffici illeciti, non ferma – nonostante le severe leggi sull’immigrazione di cui potrebbe avvalersi – gli arrivi dal Centroamerica, non controlla intere regioni messicane, di fatto in mano ai cartelli della droga; e intanto, però, continua a giovarsi delle rimesse degli emigrati negli USA. La chiusura del confine, con il blocco del traffico di merci, per il Messico è un danno misurabile. Lo è anche per alcune corporations immigrazioniste in America, e anche ciò è adeguato.

 

Ma di questo i media non parlano. Senza più Mueller, i media, divenuti l’agenzia operativa del partito democratico, tornano su accuse minori a Trump, come quelle sui pagamenti a Stormy Daniels (che non furono un illecito). Ben altro la Casa Bianca, nella storia, ha nascosto: dalle condizioni di salute di F. D. Roosevelt, al linguaggio di Truman, alle molestie alcoliche di Johnson allo staff, all’arricchimento spregiudicato di Obama e della moglie. In paragone, Trump è un boy scout. Quando era un businessman, Trump non si è fatto scrupolo di finanziare il potere Democratico di New York, dal senatore Schumer alla senatrice Hillary. Da presidente, però, non ha incassato un solo dollaro per la sua carica e ogni trimestre versa lo stipendio per scopi benefici. In paragone ai suoi nemici, che mentono e calunniano, Trump è un idealista puro. Nei tre anni di truffa mediatico-politica sulla “collusione”, egli è stato vittima del più grave scandalo di faziosità e corruzione della moderna storia americana. L’indagine Mueller è derivata da abusi di potere del DoJ e dell’FBI nell’ultimo governo Obama. Essa è rimasta in piedi per due anni a causa della malafede di media e politici. La stessa cosa vale per il secondo colpo di stato, iniziato da politici che non avrebbero mai dovuto arrivare ai vertici della Camera. L’America sta vivendo un incubo da cui la parte migliore della nazione può uscire soltanto confermando la fiducia a Trump. Ne può uscire se Trump avrà la forza di combattere, fermando il logoramento della nazione, che è lo scopo ultimo di chi conduce la guerra a Trump.