La Conferenza sull’Europa e la politica estera: il Vecchio Continente alla prova.

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Biden ha posto dei problemi molto chiari, anzitutto quelli che riguardano il confronto con la Cina, sollecitando l’Europa a svolgere un ruolo più attivo e penetrante. Intanto, però, balza evidente la debolezza dell’Unione. Non esiste allo stato una politica estera comune. Bisogna tenerne conto perché alla lunga l’assenza di una coerente funzione in questo campo, laddove il globalismo impone una visione integrata e coerente, può decretare il declassamento del Vecchio Continente. 

 

(Enrico Farinone)

 

Una fortunata coincidenza ha voluto che l’incontro del G7 in Cornovaglia si svolgesse pochi giorni dopo l’avvio ufficiale della Conferenza sul futuro dell’Europa. Come abbiamo letto dai resoconti sulla riunione tenutasi in Inghilterra, la prima visita europea del nuovo presidente americano  è stata l’occasione per rilanciare l’idea dell’Occidente come baluardo di democrazia nel mondo, tema poi perfezionato dal successivo vertice della NATO. Pur con qualche accento diversificato e qualche discordanza su alcuni punti specifici il legame fra Stati Uniti ed Europa, incrinato durante il quadriennio trumpiano (e, a dir la verità, mai davvero rinforzato dalla gestione Obama), è stato per così dire rivivificato e attualizzato. Un buon risultato, che però adesso attende d’essere misurato all’atto pratico.

 

La Conferenza è allora nella condizione ideale per affrontare uno dei temi, se non – come ritengono molti osservatori – il tema, decisivi per il suo futuro, che proprio la settimana spesa in Europa da Joe Biden ha posto al centro: la politica estera della UE. Gli USA hanno rinnovato la loro partnership con gli europei (e ovviamente pure con i britannici), insistendo su un punto specifico (la Cina, ritenuta il vero avversario dei prossimi anni), mostrando fermezza ma anche cauta disponibilità al confronto su un altro (la Russia, invitata a smetterla con le provocazioni), glissando su un altro ancora (il Mediterraneo allargato, da ovest a est). Tutti punti esiziali per l’Europa. Per i rapporti commerciali la Cina, per quelli geopolitici sul territorio continentale la Russia, per quelli legati al tema migratorio e a quello dell’approvvigionamento energetico il Mediterraneo. Su ognuno di questi le posizioni, gli interessi specifici, le opzioni preferenziali sono differenziate all’interno della UE. Solo per fare un esempio, il gasdotto Nord Stream 2 (sul quale Biden si è mostrato più flessibile rispetto non solo a Trump ma anche ai suoi collaboratori) è fortemente voluto dalla Germania ma seriamente temuto dai Paesi Baltici, per i quali il problema numero uno è la politica assertiva e minacciosa di Putin. O ancora, le esportazioni verso l’immenso mercato del Dragone cinese sono un fattore economico di primaria importanza per paesi industrializzati come Germania, Francia o Italia e assai meno per altri partner meno capaci su questo fronte.

 

È insomma evidente che la politica estera dell’Unione allo stato non esista, in quanto mera sommatoria di diverse nazioni con diversi e talvolta sin opposti interessi: ciò genera debolezza complessiva nelle assise internazionali e nei rapporti bilaterali, sia con i potenziali amici sia con i potenziali avversari. Non si può procedere oltre con il sistema del diritto di veto, che in un’assemblea di 27 membri è facilmente strumentalizzabile da chiunque.

 

Osservazioni ormai talmente scontate, talmente tante volte ripetute da politici, da analisti, da semplici osservatori da apparire sin banali. Il problema è che non lo sono affatto, anche perché questa sua dissonanza interna l’UE poi la paga nel gioco politico esterno, allorquando – sempre più spesso – gli eventi la obbligano ad alzare i toni senza poi però passare ad efficaci azioni concrete. Ultimo caso quello bielorusso, a fronte del clamoroso dirottamento di un volo commerciale fra due città europee di paesi membri dell’Unione. Per non parlare dei difficili (eufemismo) rapporti con l’autocrate turco Erdogan, che si espande nel Mediterraneo impunito in quanto in grado di tenere sotto ricatto migratorio (per di più ben retribuito!) l’intera UE.

 

Joe Biden è venuto a portare un messaggio e una proposta, imperniati su una rinnovata alleanza fra le democrazie. L’Unione Europea, anche sulla scorta di questa opportunità, ha ora l’occasione storica, con la sua Conferenza sul proprio futuro, di trasformarla in una grande, inequivocabile scelta politica. Sempre più, infatti, la dimensione internazionale misura la capacità, politica appunto, di ogni istituzione.  E’ il tempo di tenerne conto.