La crisi della neonata Dc e la necessità di una presenza politica dei cattolici

Quel mondo più che mai  sensibile alla realtà civile ed alla necessità di operare per una ricostituzione di un Paese che sembra aver smarrito le base etiche su cui si fondano, o si dovrebbero fondare, il comportamento privato e quello collettivo

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Cosa sta succedendo nella neonata Democrazia cristiana? Il Presidente del partito, Gianni Fontana, si è appena autosospeso dalla carica. Si tratta di un gesto non previsto dallo Statuto e, per questo, segnale politico ancora più importante. Una “ provocazione”, un estremo tentativo per far trovare ad un partito appena rinato la giusta via.

Questo accade proprio mentre si pone con maggior forza la necessità di dare una voce a quei cattolici democratici intenzionati a presentare valori e prospettive autonome ed originali ad un Paese che pare ogni giorno di più nel pieno di una crisi d’identità che è, assieme, politica, economica e morale.

La decisione di Fontana nasce sulla base della consapevolezza che nel suo partito emergono  una grave carenza di analisi e di presenza sui problemi del Paese, una gestione lontana da quella che sarebbe necessario per  ridare ossigeno ad un partito scomparso dalla scena politica da decenni e, soprattutto, per l’insofferenza verso una deriva sempre più pronunciata a favore della destra.

Una deriva  basata sull’idea di dare vita ad una Federazione di tutti i partitini e gruppuscoli che usano il simbolo o la denominazione Democrazia cristiana per formare uno spezzone di complemento di una destra non leghista. Una posizione ambiguamente legata alla necessità di schierarsi con il Ppe che, però, in Italia è in maniera sostanzialmente monocorde guidato da Silvio Berlusconi.

Parliamo, in realtà, di una destra in caduta libera e, per vari motivi, è lecito, ma persino ovvio, porsi  la domanda se questa sia la strada giusta da imboccare per proporsi quali continuatori del solco popolare e democratico cristiano.

Fontana, l’artefice della rinascita del partito, era stato sostituito alla Segreteria proprio perché indicava un’ipotesi diversa, tutta praticabile sull’esclusivo  terreno dell’autonomia, senza alcuna piaggeria verso lo schieramento di destra o di quello opposto.

Un percorso difficile, senza dubbio, ma ragionevole  e costruttivo perché si proponeva all’interno di una più generale  rigenerazione in atto nel movimento politico dei cattolici, sia pure nella consapevolezza che molta acqua è passata sotto i ponti e che questo movimento è divenuto, nel frattempo, più ampio e frastagliato.

In questi giorni si è parlato molto, e volutamente a sproposito, dei passi da fare per avviare una iniziativa politica che potrebbe costituire la premessa della rinascita di un partito ispirato cristianamente. Un partito laico in grado di coinvolger anche chi cattolico non è, ma pur tuttavia  animato dalla volontà di porsi al servizio del bene comune sulla base di una realistica ricognizione delle cose, della ragionevolezza e la determinazione a voler ricostruire il tessuto sociale ed economico del nostro Paese.

Abbiamo visto che soprattutto la destra ha preferito parlare di “ partito dei vescovi”, prendendo a pretesto più degli strampalati titoli di giornale, piuttosto che considerare la valenza di una presenza specifica. Ma anche altre voci, spesso legate alle fallimentari esperienze della diaspora degli anni scorsi, hanno sollevato distinguo risibili e senza fondamento,  a conferma del fatto che molti cattolici sono i primi a non essere intenzionati a riproporre il valore e la forza di quella corrente ideale di pensiero che partì con don Luigi Sturzo sulla base di una scelta di libertà e di autonomia.

Mi rendo conto che chi ha poca familiarità con gli insegnamenti sturziani e di De Gasperi, o chi quegli insegnamenti intenda , in realtà, persino cancellare, finisce per ridurre un impegno fatto tutto da laici ad una sudditanza verso gli uomini di Chiesa i quali, invece, sono i primi a ritenere inopportuna, oltre che sbagliata,  una qualunque iniziativa clericale o integralista.

Soprattutto a livello di territorio si sente, invece, emergere un fermento nuovo, dopo le fallimentari verticistiche confluenze nella destra come nella sinistra. Temi su cui è stato molto dibattuto nei mesi scorsi anche su queste colonne. A conferma che esiste una domanda  cui deve pur giungere una risposta.

Una Democrazia cristiana rinnovata, capace di fare i conti con il passato e su quella base di guardare con occhi nuovi al presente, aperta alle novità della società contemporanea, ai giovani, al mondo del lavoro e della cultura potrebbe costituire una parte del ribollire in atto nel mondo cattolico.

Quel mondo più che mai  sensibile alla realtà civile ed alla necessità di operare per una ricostituzione di un Paese che sembra aver smarrito le base etiche su cui si fondano, o si dovrebbero fondare, il comportamento privato e quello collettivo, le dinamiche del vivere civile e di quelle del mondo economico e produttivo.

Oggi l’insieme di quanti sono intenzionati a ricostruire una politica ispirata  cristianamente è molto più ampio di quanto non lo sia una Dc non assolutamente paragonabile a quella che per 50 anni ha guidato l’Italia. E’ un problema di età, di qualità del gruppo dirigente nel suo complesso, di dimensione, del collegamento con i ceti sociali. Eppure anche la Democrazia cristiana avrebbe potuto portare un proprio contributo, ma evidentemente persino il suo presidente ha molti dubbi al riguardo e temiamo che il futuro servirà solamente a confermare la portata di questi dubbi.