La crisi è impervia per tutti. E se finisse all’angolo Salvini?

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Che sia una manifestazione di forza, non è poi così certo. Salvini era di fronte all’azzardo, poteva infrenare lo smisurato spasmo di potere, pericoloso in effetti perché fuori controllo, ma non l’ha fatto. Ha semplicemente abdicato alla funzione di autentico leader democratico, consapevole dei problemi e dunque dei rischi che incombono sul Paese, per giganteggiare nell’immagine riflessa del suo specchio di solitudine e (pre)potenza. Sì è visto autorizzato e in parte costretto a giocare la carta della crisi, confidando sulla debolezza dei suoi avversari. Adesso, dopo aver urlato a destra e a manca, non gli resta che urlare ancora più forte. Chissà quale spavento debbano nutrire alcuni temibili interlocutori, primi fra tutti gli investitori chiamati a sottoscrivere, in questa condizione ai limiti della rottura costituzionale (v. la lucida e sofferta denuncia di Formica nell’intervista di ieri al “Manifesto”),i titoli di prossima emissione a copertura del fabbisogno finanziario dello Stato.

Intanto ha dovuto piegarsi, il padrone dell’Italia sovranista, al volere del Presidente del Consiglio: non ci sono dimissioni al buio, ma un confronto nelle Aule parlamentari per consacrare sulla base di un formale ritiro della fiducia la fine dell’attuale maggioranza. Sarà la crisi più chiara della storia, ha detto Conte. Perciò non sarà, quello parlamentare, un passaggio di mero ossequio protocollare, con la ratifica di un divorzio consensuale e l’inchino a rapide procedure per lo scioglimento anticipato delle Camere. In quella sede ogni forza politica avrà l’obbligo di chiarire quali siano gli obiettivi che intende perseguire, non solo nell’immediato. Certo, nell’immediato, potrà valere su tutto il desiderio di archiviare la tormentata esperienza del governo giallo-verde. E poi?

I sostenitori del voto subito – ce ne sono molti anche a sinistra e tra questi, in prima fila il segretario del Pd – coltivano la suggestione di un lavacro purificatore, immaginando per il dopo la formazione di un governo più omogeneo e più efficiente, a vantaggio comunque di un Paese realmente bisognoso di una svolta. La destra sogna di ottenere una delega larga, incontrovertibile, pesante; la sinistra, confusamente, di frenare l’ondata neo-nazionalista e magari trasformare la resistenza in una pur improbabile vittoria. La prima ipotesi è consistente, la seconda molto meno. Andare al voto subito – in ogni caso servirà un governo di garanzia – darebbe all’azzardo di Salvini l’aura di una proposta ragionevole proprio in mancanza di plausibili alternative. D’altronde, con o senza Berlusconi, la Lega può mettere su una coalizione in grado di oltrepassare la soglia del 40 per cento, così da strappare con il premio fissato dalla legge elettorale la maggioranza assoluta dei seggi.

Ora Zingaretti, attratto dal big bang dei gialli-verdi e dalla rinascita di un schema bipolare, incentrato stavolta su Lega e Pd, non può ignorare il monito proveniente dai settori più responsabili del centrosinistra. Un Pd complice della Lega nel favorire l’interruzione della legislatura darebbe l’idea di un partito incurante del più che probabile trionfo della destra. Per giunta, se il “programma minimo” della sinistra è consolidarsi nel suo ruolo di minoranza, non si vede la ragione per la quale gli alleati debbano unicamente concorrere, come nel 2018, alla difesa del fortilizio del Nazareno. Va da sé che in queste condizioni si rende oltremodo carezzevole per essi la scelta di andare alle elezioni da soli, fuori dalla pur auspicabile convergenza tra forze di stampo riformista. L’ombra di Occhetto (1994) e Bersani (2013), banditori a distanza di 20 anni della medesima pretesa di autosufficienza, incombe ora sull’ultimo rampollo della dinastia post comunista. Il suo istinto di rivalsa è grande, ma deve fare i conti con un’area democratica (per lo più astensionista di necessità) che si professa “né di destra né di sinistra”, alla ricerca di una leadership adeguata.

Insomma, non è una crisi di piccolo cabotaggio. Si attende un sussulto di dignità, la cui origine non può che scorgersi nella sfera civile e morale, prima ancora che politica. Ci vorrebbe una sana ribellione dei parlamentari, anche leghisti, contro le volgarità e le offese del tronfio agitatore che siede al Viminale e pretende dal Viminale d’imporre la sua legge. Con eloquio da taverna ha persino invitato i deputati e senatori ad “alzare il culo”, perché somma è l’urgenza di un atto di sottomissione al volere del Capo. Invece sarebbe lecito sperare che questo Parlamento dia il benservito all’insolenza eretta a sistema, relegando  all’opposizione ora e subito il mallevadore di un eterno istinto anarco-autoritario che sostiene la visione aggressiva e sgangherata del sovranismo. Ci vuole una tregua democratica prima di tornare al voto.