LA DESTRA È DIVISA MA PRETENDE DI GOVERNARE: CON QUALI NUMERI? E DOPO IL VOTO, OGNI PARTITO TORNA SOLO?

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Il direttore di Repubblica alza il velo sulla risorgente solitudine dei partiti. In base agli ultimi sondaggi disponibili, lo schieramento guidato dalla Meloni non raggiunge la maggioranza assoluta dei consensi. Per altro, la pura consistenza numerica non identifica automaticamente la credibilità di una prospettiva di governo. Il voto utile, semmai, rimanda alla centralità della rappresentanza effettiva delle forze in campo, ciascuna per la propria parte.

Un’arguta osservazione del direttore di Repubblica, formulata ieri sera a chiusura del dibattito con Renzi su La7, ha messo in evidenza un dato incontrovertibile, e cioè la fragilità delle coalizioni e l’esigenza, dopo il responso delle urne, di concentrare l’attenzione sui singoli partiti, obbligati un po’ tutti a misurarsi con la loro solitudine. Alle parole di Maurizio Molinari si può aggiungere una chiosa, molto semplice, sulla necessità di restituire il giusto primato alla rappresentanza proporzionale. Tutto quello che sappiamo, in base agli ultimi sondaggi disponibili, è che lo schieramento guidato dalla Meloni non raggiunge la maggioranza assoluta dei consensi. Per i seggi è un’altra storia.  

Una maggioranza puramente numerica non identifica automaticamente una reale prospettiva di governo. La Destra è divisa su punti sostanziali, in particolare sui rapporti con la Russia e sul ruolo dell’Italia in Europa. Guido Crosetto, co-fondatore di Fratelli d’Italia, appena adombrate le possibili connivenze della Lega con Putin, ha parlato di “Alto tradimento”; Berlusconi, invece, si è detto pronto a farsi da parte se gli “alleati” dovessero incrinare pericolosamente i rapporti con Bruxelles. La stessa Meloni, a dispetto del suo atteggiarsi a leader affidabile, capace di rassicurare i mercati, ha messo a verbale la volontà di rivedere il Pnrr (con ciò provocando l’allarme dei partner europei). Quale sia il grado di coerenza e compostezza della coalizione è difficile ricavarlo da queste evidenze gravemente problematiche. In queste condizioni, la proposta di governo si configura come un vero e proprio inganno.

Spetta doverosamente al Pd, in asse con il Terzo Polo, portare alla luce le contraddizioni della Destra. Non serve che Letta polemizzi su questioni secondarie. Gli ultimi giorni di campagna elettorale richiedono uno sforzo di  concentrazione per evitare che l’elettorato si lasci fuorviare dalla presunta compattezza dell’alleanza conservatrice: essa, al contrario, tutto è meno che unita. 

Da ciò deriva il suggerimento a considerare come e quanto gli equilibri nel futuro Parlamento dipendano dalla effettiva consistenza elettorale dei vari partiti, ovunque collocati. Di fronte alle sconnessioni che si registrano sul campo, la quota proporzionale finisce per inghiottire le coalizioni, costringendo ogni forza politica a specchiarsi con se stessa. Dunque, il voto utile riporta alla centralità della rappresentanza effettiva delle forze in campo, ciascuna per la propria parte. Bisogna prendere atto che l’Italia bipolare non esiste, né può esistere – la realtà pesa più della fantasia – un polo che si pretende affidabile nonostante l’incongruenza del suo profilo di coalizione. E nonostante l’assenza, più ancora, di un credibile progetto di governo.