Luigi Gui e la formazione di una generazione di leaders cattolici democratici. L’intervento di Renato Moro al convegno della Lumsa.

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Un disguido, senza colpa di nessuno, ha portato alla pubblicazione non corretta del testo del prof. Renato Moro. La relazione che egli ha tenuto l’altro giorno (mercoledì 27 aprile) presso la Lumsa, è stata presentata in forma ridotta, con l’estrapolazione della sua prima parte. Ora, ritenendo questa soluzione non adatta alla lettura sul web, il prof. Moro ha chiesto di superare l’inconveniente attraverso la semplice sostituzione del testo: dunque, al posto dello stralcio viene qui riprodotta, sotto la responsabilità dell’autore, un’ampia sintesi della relazione. Si è altresì convenuto, in conclusione e comprensibilemte, di togliere dal sito la versione integrale della relazione.

Quello della formazione della generazione cattolica che entrò nella Dc al termine della seconda guerra mondiale e che sarebbe stata destinata a un ruolo di primo piano nella storia del paese rappresenta un problema affascinante al quale ho dedicato buona parte della mia attività di studioso.

In effetti, dopo il 1943, accanto agli ex-popolari, emerse, e fu decisiva (prima, nella fase costituente, poi all’interno del partito di governo e in una vasta serie d’istituzioni e associazioni), anche una élite realmente nuova. Luigi Gui fu uno di quei «giovani». Quello che sappiamo della sua formazione giovanile – lo vedremo immediatamente – corrisponde profondamente, direi quasi perfettamente, all’itinerario complessivo. Quali sono i caratteri di questa generazione?

Come tanti dei suoi giovani coetanei, Gui si forma essenzialmente all’interno del mondo cattolico, nelle sue associazioni e istituzioni, nella Gioventù Cattolica e nella FUCI, la Federazione universitaria cattolica. L’associazionismo giovanile cattolico degli anni del fascismo, dati gli spazi ristretti concessi dal regime, puntò necessariamente sulla formazione individuale dei giovani, sulla dimensione spirituale, sulla pratica caritativa. Parlare dunque dell’associazionismo cattolico degli anni trenta come di una realtà antifascista sarebbe assurdo. 

Certo, c’è nell’esperienza familiare di alcuni di questi giovani qualcosa che li riconnette al passato pre-fascista e introduce qualche riserva verso il regime. Per Gui conta molto il ricordo della «reazione psicologica familiare» – sono sue parole – per l’assalto quadrista alla tipografia dove lavorava suo padre, ex-popolare: «una mattina, – racconta Gui -, andando a scuola insieme con lui all’angolo di Via Dietro Duomo, vidi tutto il materiale della tipografia rovesciato dagli squadristi sul selciato». Molti di questi giovani (e anche Gui, come Moro) faranno la «dura» esperienza – così si esprime ancora Gui – dell’aggressività fascista verso l’Azione Cattolica nel corso della crisi del 1931. Tuttavia, per loro, ormai, è l’orizzonte fascista l’unico orizzonte conosciuto, tanto che sembra pressoché impensabile che si possa prescindere da esso. 

Un amico fraterno di Gui come Giuseppe Dossetti, un amico che, per ammissione di Gui stesso, avrà un’influenza politica su di lui e che ha posizioni profondamente critiche verso il fascismo, ha raccontato di aver, un volta, fatto «i baffi» a un ritratto di Don Sturzo trovato sulla copertina di un libro. Gui, nelle sue memorie, usa un tono più misurato ma riconosce anche lui che, ancora alla fine del 1944, non aveva letto Sturzo. I giovani, insomma, non riuscivano a comprendere come si potesse restare ancorati a quelle che sembravano, al più, generose illusioni di un passato seppellito e destinato a non ritornare. 

Detto tutto ciò, però, la questione di una qualche «incompatibilità di carattere» tra Azione Cattolica e fascismo, come la chiamò il conte Dalla Torre, direttore dell’«Osservatore Romano», rimane. È vero: la formazione che si riceveva in essa era, quasi esclusivamente, religiosa. Tuttavia, è evidente che questa formazione, tutta spirituale, poteva giocare anche come una diaframma differenziante dal regime totalitario. 

Se le cose stanno in questo modo, quali sono, allora, i momenti decisivi e i contenuti determinanti per il passaggio di questi giovani dall’appartenenza religiosa all’impegno politico? 

La nuova generazione era stata abituata a filtrare l’attualità politica e sociale attraverso la propria mentalità religiosa. L’unico elemento stabile della loro cultura, immutato dal 1936 al 1943, fu l’anti-nazismo. Anche Gui racconta di essere progressivamente divenuto «specialmente antinazista». Emblematicamente, questo elemento fondamentale non era frutto di una precisa cultura politica, ma era eminentemente pre-politico, nasceva cioè dall’applicazione immediata di una sensibilità religiosa che vedeva nei nazisti i protagonisti di un rigurgito neo-pagano e anti-cristiano. 

Fu dunque la guerra, la guerra di un’Italia alleata del nazismo, a mettere in discussione l’autosufficienza della formazione religiosa. Quando nel 1939 Gui partecipò ai Littoriali, lo fece «per sostenere che l’Italia non doveva entrare nella guerra già iniziata dalla Germania di Hitler». Contrari all’intervento (anche Moro scrisse in quella fase parole eloquenti per la pace e contro la guerra), questi giovani, una volta che il paese entrò nel conflitto, sentirono che la nuova drammatica realtà imponeva una presa di coscienza e una qualche assunzione di responsabilità. Molti di loro parteciparono personalmente alla guerra, e lo fecero con patriottismo. Fecero però anche diretta esperienza dell’impreparazione, della vuota retorica, del militarismo fascista. Ho lavorato intensamente negli ultimi anni nell’archivio personale di Aldo Moro. Esso conserva migliaia di lettere degli anni di guerra di questo giovani. 

Ebbene, il fascismo, Mussolini, il regime non vi hanno alcun posto. Anche coloro che sono in procinto di partire per il fronte e che si dichiarano pronti a sacrificarsi per i compagni e per la patria, chiedono semplicemente vicinanza umana e preghiera, esigono al posto del “cameratismo” attenzione personale e affetto, non parlano di vittoria, esprimono, invece che il mussoliniano «odio al nemico», condivisione per le sofferenze di tutti i popoli, e addirittura simpatia per tutti i ragazzi che combattono come loro anche dall’altra parte della barricata, si augurano una pace prossima. Questi ragazzi non fanno e non farebbero mai azione clandestina antifascista; riaffermano però la lontananza dei loro ideali (quelli di un mondo futuro più giusto e più libero) da quelli, come dicono per sfuggire alla censura, «della massa». È un po’ come se, tra il fascismo e l’anti-fascismo politico, questa generazione fosse “altrove”, portatrice di un rifiuto morale ed esistenziale, e, in un certo senso, proprio per questo, ancora più abissale, della prassi e dei valori fascisti.

Gui fu ufficiale degli Alpini, fu destinato tra fine ’42 e inizio ’43 sul fronte russo. Racconterà di aver sentito quale odio i contadini russi nutrissero insieme per i tedeschi invasori della loro terra e per il tirannico regime comunista. La guerra dell’Asse non aveva dunque alcun significato. Quando, la sera del 25 luglio 1943, i suoi alpini andarono da Gui «a gridare esultanti sotto le finestre: “Sior tenente, i gà butà zo ganassa!», lo fecero sapendo che la loro felicità era pienamente condivisa. 

Il patriottismo, l’antinazismo, la rottura con i valori del fascismo, ma (almeno in questa prima fase) l’assenza di un orientamento politico preciso, sono dunque caratteri largamente ricorrenti nella esperienza non solo di Gui ma di tutti gli esponenti della futura seconda generazione democristiana. Il ruolo della guerra nel favorire il passaggio verso l’impegno politico fu infatti essenzialmente negativo. Essa costruì una nuova sensibilità, ma solo in senso pre-politico. Gui partecipò, anche se sporadicamente, tra il 1942 e il 1943, all’iniziativa di riflessione che si tenne a Milano, a casa di uno dei suoi professori, Umberto Padovani, nella quale erano presenti i suoi amici Dossetti, Lazzati e La Pira. L’obiettivo era quello di riflettere sulla situazione italiana e «ristudiare il pensiero cattolico alla luce della dottrina tomista», senza però entrare direttamente in politica: si trattava solo di fornire un «servizio culturale per i cattolici italiani». 

Dopo l’8 settembre, la scelta della Resistenza si collocherà essenzialmente sulla scia di queste premesse. All’inizio, la maggioranza di questi giovani (da Dossetti, a Moro, a La Pira, a Fanfani) avrebbe voluto continuare a dedicarsi all’impegno religioso e agli studi. Gui stesso ricorda «allora era fortemente attratto da un serio impegno spirituale nell’Azione Cattolica». Si convinsero poi all’impegno politico, con l’argomento della necessità di una testimonianza dei cattolici nell’opposizione al nazifascismo, dell’«esigenza pressante» – come ricorda Gui –  che l’Italia potesse risorgere «dai disastri di Mussolini e Hitler». Difficoltà con la politica di partito, insomma, permanevano, ma fu proprio il contesto resistenziale a fungere da acceleratore e a spingere definitivamente verso la politica e verso la DC, pur con una autonomia nettissima. 

Gui entrò dunque nella Resistenza. L’opuscolo che scrisse nel dicembre 1944, La politica del buon senso, costituisce una vera piattaforma delle posizioni della giovane generazione cattolica.

Cominciava programmaticamente con una riaffermazione del valore dello stato. Gui rifiutava nettamente la visione fascista di uno stato che si faceva «tutto» o rivendicava a sé l’individuazione della legge morale, ma ribadiva che lo stato era «indispensabile per il bene dell’individuo». Secondo punto era la riflessione sul «regime democratico-liberale», considerato, senza messi termini, «benefico», ma allo stesso tempo, caratterizzato da imperfezioni profonde, sia sul piano della mancanza di eguaglianza reale sia sul piano dell’autorità di governo minacciata dal prepotere dei partiti. Gui esaminava quindi le grandi alternative ideologico-politiche sul tappeto, riconosceva i loro valori innegabili, ma metteva in evidenza i loro precisi limiti: il liberalismo aveva sganciato la libertà dalla giustizia «trasformandola in licenza sfrenata» e aveva reso lo stato «superfluo e indifferente di fronte ai problemi che agitano la società»; la democrazia cercava l’uguaglianza ma mancava di dare al popolo una vera coscienza dei suoi doveri; il socialismo voleva la giustizia ma finiva per trasformare il cittadino in «uno schiavo, un numero, una semplice rotella dell’immensa macchina». 

Il fascismo si era proposto di «rafforzare l’autorità dello Stato e la solidità del governo» ma aveva finito per sopprimere e opprimere la libertà e negare i principi di uguaglianza. Non si poteva però tornare semplicemente indietro. L’esigenza posta malamente dalle dittature autoritarie di rafforzare lo stato era giusta: occorreva dunque rafforzare il potere esecutivo, assicurandogli una sufficiente indipendenza dal potere legislativo e dai partiti, come avveniva nella democrazia presidenziale americana. Gui suggeriva quindi – e la cosa non stupirà, se si è compresa la prospettiva di questa generazione – di guardare agli unici due partiti “nuovi” emersi sulla scena: la Democrazia Cristiana e il Partito d’Azione.

Partendo dallo scritto di Gui è facile comprendere perché una vera e propria querelle generazionale divise «giovani» e «anziani» (come li chiamava lo stesso Programma della Democrazia cristiana del 1943). Gli ex-popolari pensavano al cattolicesimo politico come ad un quid unitario, mentre i giovani sentivano come naturale la pluralità delle opzioni politiche. I primi pensavano al primato della politica, mentre i secondi preferivano il lavoro culturale e avevano una concezione della democrazia stessa in cui si insisteva sulla sua natura educatrice più che sulle regole del gioco ed il pluralismo (e proprio Gui, assieme ad Aldo Moro, sarà tra i più convinti e impegnati sostenitori della funzione centrale della scuola in questo senso). 

I primi proponevano come un dovere l’agitazione antifascista, mentre i secondi sentivano ancora un vincolo patriottico che impediva loro di sottrarsi al destino comune del paese. I primi guardavano al fascismo come a una parentesi, mentre i secondi ritenevano che il fascismo avesse dato risposte sbagliate a problemi nuovi e veri, ragion per cui non si poteva semplicemente «tornare indietro». I primi avevano come bussola la libertà politica, mentre i secondi insistevano sulla necessità di evitare il modello liberale in favore di una libertà “ordinata”. I primi volevano un sostanziale ritorno alla democrazia parlamentate, mentre i secondi consideravano quest’ultima responsabile della stessa vittoria dei fascismi, criticavano la «democrazia della scheda» e dei partiti, e preferivano forme nuove, «organiche», «economiche» di democrazia basate sulla rappresentanza professionale o tecnica, dai contorni – bisogna dirlo – piuttosto confusi. I primi insistevano sulla necessità di riportare lo stato super partes, i secondi insistevano sul grande valore di promozione, di mediazione, di iniziativa, di potenziamento e di completamento delle possibilità individuali fornito da uno «Stato nuovo» che risolvesse il problema cardine della politica del Novecento, quello del rapporto con le masse, trascurato dagli ex-popolari. I primi rivendicavano il primato dell’antifascismo nel suo complesso, mentre i secondi, pur non essendo nati antifascisti ma essendolo divenuti con la guerra e la Resistenza, insistevano sulla natura antifascista del partito cattolico, e sulla necessità di una dichiarazione antifascista di principio nella costituzione. I primi avevano un programma di restaurazione democratica, mentre i secondi aspiravano a dare un carattere “rivoluzionario” alla loro visione, anche con venature anticapitalistiche, e insistevano su un’idea della DC come partito “programmatico”. I primi si confrontavano con le sinistre nei termini politici dello scontro, del confronto o dell’alleanza, mentre i secondi provavano un’ansia di assimilazione dei valori del socialcomunismo e sentivano che la vera lotta non era sul terreno della repressione ma era essenzialmente battaglia sociale in mezzo alla classe lavoratrice. 

I «giovani» si collocarono non a caso pressoché tutti, come Gui, a sinistra nell’articolazione del panorama democristiano. Guido Formigoni, delineando il quadro politico dell’Italia della Guerra Fredda, ha delineato due grandi tendenze: il “partito dell’immobilismo”, che intendeva innanzitutto garantire lo status quo, e il “partito dell’evoluzione”, che pensava che, pur nelle condizioni difficili del paese, fosse possibile una strategia di riforme che allargassero gli spazi della democrazia. Luigi Gui, con il suo amico Aldo Moro, è stato certamente uno dei protagonisti di questo “partito dell’evoluzione”. Credo che questo non piccolo significato storico gli vada pienamente riconosciuto.