La Germania cambia ma incrocia il rischio della instabilità politica. E se tornasse la Grosse Koalition?

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Non è facile prevedere quale governo s’insedierà a Berlino. Le ipotesi che si fanno a caldo rivelano un che di fantasioso. Non è detto che alla fine, come avvenne cinque anni fa, non si riproponga l’intesa, stavolta a parti rovesciate, tra socialdemocratici e cristiano-democratici.

Le previsioni della vigilia non sono state smentite. Poteva essere più netto il distacco dei socialdemocratici sui più diretti concorrenti, i cristiano-democratici di Armin Laschet, giunti impreparati e storditi alla prova del dopo-Merkel. Tuttavia Olaf Scholz è riuscito nell’impresa di restituire la palma del primato al suo partito, fino a qualche mese addietro in caduta libera nei sondaggi. C’è riuscito spostandosi al centro e rivendicando l’eredità del sano pragmatismo della Cancelliera. In questo modo ha intercettato quella fascia di elettori che nell’ultimo anno i Verdi avevano sottratto all’anchilosato blocco centrista, indebolito anche dalla concorrenza dei liberali. Da questo a proclamare un netto spostamento a sinistra dell’elettorato ce ne passa, considerando ad esempio il drastico ridimensionamento della Linke. Il problema è che la CDU-CSU ha retto solo in minima parte al turbinio di sentimenti e interessi di una Germania bisognosa di certezze, una volta archiviata la lunga stagione di governo (16 anni) della Merkel.  

Il commento a caldo dell’autorevole Die Welt ha smontato la pretesa di Lachet di proclamarsi quasi vincitore, nonostante il verdetto delle urne. “Armin Laschet (CDU) – si leggeva ieri notte sul sito del quotidiano – si dimostra un maestro dell’autosuggestione. “Abbiamo ricevuto un mandato chiaro dai nostri elettori”, ha detto nella serata elettorale il candidato dell’Unione alla Cancelleria, ricevendo gli applausi scroscianti dei sostenitori riuniti nell’Adenauerhaus di Berlino. Appare estremamente soddisfatto, anche se il partito ottiene con questo risultato elettorale per il Bundestag un dato negativo mai visto. Ciò sarebbe, in circostanze normali, un motivo per le dimissioni della dirigenza del partito, per un passaggio senza onore all’opposizione, per un riesame dell’indirizzo programmatico, e quindi per un completo rinnovamento. Ma stavolta le conclusioni sono storicamente diverse, come lo erano queste elezioni generali”.

Adesso subentra però la fase del realismo e della concretezza, per definire quanto prima un nuovo assetto di potere. Non è detto che le percentuali restino quelle degli exit poll, magari qualche loro correzione inciderà sull’attribuzione finale dei seggi. In ogni caso, l’alternativa che vede opposte la “coalizione Giamaica” (cristiano-democratici, verdi e liberali) e la “coalizione semaforo” (socialdemocratici, verdi e liberali) conserva in sé qualcosa di aleatorio e fantasioso. Non si vede all’orizzonte una effettiva capacità aggregante di Laschet, data la resistenza già manifestata dai verdi, né un’analoga forza di attrazione di Scholz, data la presumibile volontà dei liberali di alzare il prezzo di fronte a un’ipotesi di accordo.  Scholz, per altro, avrebbe qualche seria difficoltà a proporsi come degno successore della Merkel ponendosi a capo di un’alleanza governativa fatalmente ostica verso un partito, spinto all’opposizione, che comunque della Merkel rimane proiezione legittima e immediata, a prescindere dall’esito di queste elezioni. Tutto sembra magmatico, per non dire incerto. Basti dire che verdi e liberali, nelle prime esternazioni notturne, hanno persino alluso a una concertazione che segnerebbe una loro immaginifica centralità in vista delle trattative.

Come andrà a finire? Nessuno può dirlo. Ad ogni buon conto, non è da escludersi nemmeno che la “Grosse Koalition”, finita in campagna elettorale nell’angolo più buio, come l’Araba Fenice possa risorgere dalle sue ceneri. D’altronde è la coalizione, anche soltanto ristretta ai due principali partiti, che nel Bundestag ha i numeri per governare. Laschet deve compiere il sacrificio di cedere il passo a Scholz per la Cancelleria, questi ha l’onere di frenare la “spinta alternativistica” del suo partito. Anche cinque anni fa sembrava impossibile, poi la Merkel rimise in piedi l’intesa tra socialdemocratici e cristiano-democratici, riuscendo a dare alla Germania un altro ciclo di stabilità politica. Certo, era…la Merkel.