LA GRATITUDINE È IL SENTIMENTO DEL GIORNO PRIMA. LICENZIATO IN MALO MODO UN GRANDE CIVIL SERVANT.

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“Limmagine dellItalia – scrive l’autore sull’onda della delusione per la fine del governo Draghi – ne esce destrutturata e compromessa, in un contesto internazionale caratterizzato dalla guerra e dalla crisi energetica, dalle mire espansionistiche di Russia e Cina che aspirano ad un nuovo ordine mondiale. In unEuropa debole che cerca di organizzare una strategia comune la clamorosa estromissione di Draghi alimenta più di un sospetto su ingerenze e regie esterne”.

 

 

Francesco Provinciali

 

La concitazione e l’accavallarsi di incontri, accordi, trame, conciliaboli, cose dette e poi smentite, scritte e poi aggiustate, che ha preceduto il giorno del voto in Senato, con tutti i suoi siparietti, gli espliciti e gli impliciti lascerà un ricordo eloquente di cosa sia diventata la politica partitica, anche nei suoi cascami istituzionali e parlamentari. Instabilità è un termine che può spiegare molte situazioni, un clima generale di incertezza che si vive interiormente, crea disagio, oltre gli ordini di scuderia, come stato emotivo e si riverbera sul Paese: si percepiscono sfiducia e sofferenza, incomunicabilità e nuove forme di solitudine.

 

Da anni descriviamo e analizziamo il gap che separa il paese legale da quello reale, possiamo dire che il D-Day del voto al Senato ha rappresentato una delle pagine più inquiete, scellerate e vergognose della storia repubblicana recente. Quando erano venute al pettine le incongruenze e le incertezze del Conte 1 e 2 Mattarella si era affidato alla persona che meglio di tutte, per esperienza, autorevolezza e consuetudine istituzionale a livello internazionale poteva offrire garanzie per un governo di medio periodo che ripristinasse stabilità e ordine delle cose, visione e lungimiranza anche in coincidenza con la delicata gestione del Pnrr. In questi ultimi anni il Parlamento ha dato molti segnali di debolezza: lungaggini legislative, passaggi di partito, pletora di gruppi, arroccamenti aventiniani. Come la definisce Antonio Polito una politica “declinante”, una lunga teoria di figure retoriche di stile che esprimevano gli aspetti più deteriori, coreografici, acefali ma anche miserevoli e penosi di una immobilità del fare giunta al capolinea.

 

La paralisi provocata dalla mancanza di una solida maggioranza di governo, non dimentichiamolo, ha evocato la rielezione prima di Napolitano e poi di Mattarella. Ma ciò che è successo in questa occasione supera la più negativa e distopica delle situazioni possibili: l’autorevolezza di Draghi è sempre stata fuori discussione, la sua competenza unita ad un carisma naturale lo hanno in breve tempo portato al centro del crocevia delle relazioni internazionali. Guerra, pandemia, crisi climatica, fisco, imprese, mondo del lavoro, transizione ecologica, digitalizzazione: tutto è stato messo in agenda con un cronoprogramma in progress nel Pnrr, lui stesso ha sempre favorito la più ampia condivisione all’interno della composita maggioranza su cui poteva contare. Errori e ritardi sarebbero ammessi anche nella “Città del sole” di Tommaso Campanella, l’importante è la sintonia di intenti, il clima di lealtà e collaborazione. Il benservito che gli è stato riservato in occasione del voto è una pagina nera della democrazia parlamentare: ai 5S capeggiati da Conte con spirito di crociata e toni rivendicativi inaccettabili in una normale interlocuzione di maggioranza, al punto da provocare la scissione di Di Maio che – portando fuori dal movimento una cinquantina di parlamentari- ha svelato retroscena di un complotto ordito da tempo, si sono uniti all’ultimo momento la Lega e FI che fino al giorno prima avevano detto di sostenere comunque il governo in carica, considerando anzi una sorta di benedizione la fuoriuscita dei grillini.

 

È stato il colpo di grazia decisivo, una cosa inaspettata: ricordiamo tutti i siparietti televisivi dei vari convenuti dei due partiti che hanno sempre avuto parole di elogio e di rispetto verso Draghi, tanto da ripetere “lo sosterremo fino all’ultimo”. Evidentemente la riconoscenza è il sentimento del giorno prima, come asseriva Andreotti, poiché all’apparir del vero l’abbandono dell’aula senza votare è stato uno schiaffo morale alla persona e l’abiuro di un governo in cui entrambi i partiti avevano peso e rappresentanza. Non è un caso che forzisti da sempre come M.Stella Gelmini e Renato Brunetta abbiano lasciato il partito. In questa oscura e torbida vicenda c’entra, come ho già scritto, la sirena del ribaltone politico attraverso il voto anticipato, l’irriverenza verso un leader che il mondo ci invidia, i sentimenti di primazia dei troppi ombelichi nel ventre molle parlamentare, una spudoratezza confermata dalle dichiarazioni successive che addossavano a Draghi la pre-condizione della medesima maggioranza ricompattata, andata in crisi nei giorni bui delle rivendicazioni e degli ultimatum. Abbandonando senza neanche un saluto, una parola di ringraziamento il premier alla salita al Colle, coloro che hanno deciso l’anticipo di chiusura di questa legislatura hanno manifestato modi spicci e irriverenti, anteponendo interessi di parte a quelli del Paese.

 

Ma in politica l’ostentazione tracotante della sicurezza e la fideistica adesione ai sondaggi hanno sovente restituzioni inaspettate e non gradite. La gente non va più a votare perché – dopo averle provate tutte – non si fida più delle promesse elettorali. Molti degli attuali parlamentari, specie quelli eletti con una manciata di voti, non saranno più rieletti, ma la crisi è stata pilotata in modo tale da garantire loro il diritto al vitalizio che dovrebbe scattare dal 23 settembre, a seconda della data del voto.

 

Molte voci si sono levate nel Paese per invocare la permanenza di Draghi fino alla scadenza naturale, ma l’ingordigia dei pieni poteri ha fagocitato le brame degli apriscatole di sardine, dei populisti, dei nazionalisti, dei finti liberali e dei “patrioti”.

 

L’immagine dell’Italia ne esce destrutturata e compromessa, in un contesto internazionale caratterizzato dalla guerra e dalla crisi energetica, dalle mire espansionistiche di Russia e Cina che aspirano ad un nuovo ordine mondiale. In un’Europa debole che cerca di organizzare una strategia comune la clamorosa estromissione di Draghi alimenta più di un sospetto su ingerenze e regie esterne. Il rafforzamento dell’alleanza atlantica e il ricompattamento del mondo occidentale a fronte di pericoloso reset geopolitico e geoeconomico erano due capisaldi della politica estera Draghi a cui auguriamo di realizzarli ad un livello di responsabilità internazionale.

 

Ci aveva visto giusto e questo ha dato evidentemente fastidio a quei partiti – sostenuti da giornalisti, opinionisti e pseudo intellettuali – che esprimono una visione ben diversa delle alleanze e postulano rapporti di apertura e collaborazione con quelle potenze mondiali che avversano, anzi “odiano” il mondo occidentale. Ciò che sembrava essersi chiuso con il 900 rischia di riaprire ora scenari inimmaginabili.