La guerra dopo Bucha. Morti e devastazioni hanno suscitato ripugnanza nella pubblica opinione internazionale.

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Non avremmo immaginato tanto disastro. Gli orrori ci hanno fatto capire – o semplicemente rammentato – che non esistono guerre o resistenze “comode” e che tra i prezzi da pagare c’è purtroppo anche quello che deriva da scelte difficili, ma molto spesso necessarie. 

 

Massimo De Simoni

 

I tragici accadimenti di Bucha segnano inevitabilmente uno spartiacque nella storia della guerra che la Russia ha scatenato contro l’Ucraina. Le immagini di civili inermi torturati, uccisi ed ammassati in modo indegno e disumano nelle fosse comuni ha scosso l’opinione pubblica occidentale e ha turbato la coscienza di ciascuno di noi; abbiamo anche riletto in modo diverso le parole con le quali Biden (attirandosi diverse critiche) ha definito Putin “un macellaio”.

 

Bucha ha fatto emergere anche l’insufficienza dell’azione europea che in questo primo mese di guerra ha pensato di poter agire con delle sanzioni “comode” che avessero effetto sulla Russia, ma non sui paesi che le adottavano; delle sanzioni – in altre parole – che non intaccassero le nostre necessità, i nostri stili di vita e le quotidiane comodità. Ma quegli orrori ci hanno fatto capire – o semplicemente rammentato – che non esistono guerre o resistenze “comode” e che tra i prezzi da pagare c’è purtroppo anche quello che deriva da scelte difficili, ma molto spesso necessarie.

 

Chi propone di non sostenere la resistenza ucraina nella speranza che Putin si possa “accontentare” della regione del Donbass, dovrebbe spiegare perché questa tattica non ha già dato i suoi frutti, visto che già nel 2008 in Georgia e nel 2014 in Crimea l’Europa fece finta di non vedere l’aggressione della Russia.

 

Chi invece pensa che la NATO sia una delle cause dell’aggressione, rifletta sul fatto che l’Ucraina sta lì a dimostrare esattamente il contrario, ovvero che ad essere attaccati (non casualmente) sono i paesi non aderenti al patto atlantico, proprio perché si trovano fuori da quel perimetro di difesa occidentale comune.

 

Quando ci si imbatte in commenti sulle inevitabili crudeltà della guerra si capisce che l’allungamento dei tempi del conflitto può far dimenticare chi ha sparato il primo colpo, con il rischio di un bilanciamento delle responsabilità. E’ un rischio grave, perché se la guerra (come dice Papa Francesco) è il fallimento dell’umanità, la responsabilità principale di questo fallimento ricade su chi ha freddamente e scelleratamente deciso di dare fuoco alla miccia. Va tenuto a mente, perché la guerra uccide donne e uomini e con essi anche la verità e la logica; non vorremmo quindi assistere all’ulteriore oltraggio di mettere sullo stesso piano gli aggrediti e gli aggressori.