La lezione europeistica di De Gasperi nell’attuale contesto di guerra  

580

  

Se l’Europa non riprende in mano con energia le ragioni che ne dettarono l’avvio, perfino il significato politico dell’esercito europeo sarà risucchiato in una logica di politica di potenza e di anarchia internazionale. Prima di tutto, questo è l’opposto delle idee degasperiane e, in secondo luogo, noi contribuiremmo così a quel progressivo è già grande allontanamento dagli ideali iniziali che fa presagire un brutto destino all’umanità. 

 

Danilo Bertoli

Provo a leggere il pensiero di Alcide De Gasperi  sulla politica europea ed internazionale proprio per  consentirne  l’attualizzazione, insomma di poter guardare la realtà attuale “con le lenti di Alcide De Gasperi”.

In altre parole, (ri)cercare la ragione profonda della azione di Alcide De Gasperi rispetto alla situazione internazionale di allora, per costruire, in coerenza, una nostra attuale modalità di intervento.

Mi sembra che rilevino tre punti qualificanti della strategia europea ed internazionale di De Gasperi. Punti in cui si connette la politica internazionale e quella interna, proprio nella logica degasperiana. Un suo lascito fondamentale.

1)  De Gasperi e la CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio. L’idea nasce da un brillante funzionario francese Jean Monnet e viene raccolta e fatta propria dall’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman. Si tratta del proposito di mettere insieme il carbone e l’acciaio di Alsazia e Lorena, materie prime che per secoli hanno costituito fattori rilevantissimi di ostilità tra Francia e Germania, tanto da essere causa di guerre ricorrenti. La logica che sottende a quella esperienza non è l’autonomia dell’Europa nella produzione di carbone e acciaio, che ne è una conseguenza, ma quella di sottrarre carbone e acciaio alla sovranità dei due storici contendenti e metterli a fattore comune di sviluppo e di benessere.

Quella idea brillante raccoglie adesioni in Germania con Adenauer, nel Benelux e in Italia con De Gasperi e diventa la prima esperienza di una visione comunitaria europea, costruita su un interesse parziale economico, ma portatrice di una visione così potente da indurre l’idea che quella Comunità parziale possa essere il primo tassello della costruzione federalista dell’Europa.

A confronto, si deve anche pensare che in quegli anni  la stessa idea di Europa aveva una pessima fama, come ha ricordato recentemente anche Edgar Morin, per via del fatto che eravamo all’indomani del disastroso tentativo di Hitler di arrivare all’unità europea come risultato della guerra di conquista nazista.

2) De Gasperi e l’avvio non riuscito della CED, Comunità europea di difesa. In quegli stessi mesi in cui matura la costruzione della CECA  e sull’onda di quel successo, De Gasperi  è tra gli artefici della CED, che poi sarà affossata inopinatamente dal voto negativo della Assemblea nazionale francese.

Dentro la Guerra fredda, l’idea della CED, voluta e sostenuta con tutte le sue forze da De Gasperi, nasce col proposito di sottrarre agli Stati nazionali, che diventano criminogeni quando assumono i connotati del nazionalismo,  la disponibilità dell’esercito che è lo strumento più duro della espressione della Sovranità. L’azione di De Gasperi è sostenuta da una visione assolutamente federalista. Infatti, la logica dell’azione degasperiana è di depotenziare la sovranità degli Stati per costringerla dentro una nuova logica della messa in comune dello strumento militare.  L’obiettivo politico non è tanto la costruzione dell’esercito europeo, semplicemente per rendere  più forte l’Europa nel contesto internazionale, quanto  quello di far condividere l’aspetto centrale della sovranità.

All’indomani della seconda guerra mondiale, dopo la deludente esperienza tra le due guerre mondiali della Società delle nazioni,  che non fu più che un Forum di dialogo tra le Nazioni perché privo di ogni strumento coercitivo condiviso, con la costruzione dell’ONU si  volle dotare la Comunità internazionale di uno strumento potenzialmente capace di estirpare la “guerra” come strumento di risoluzione delle controversie tra Stati. Per questo l’ONU, all’art. 49, delinea la possibilità di un Comando militare integrato finalizzato alle “azioni di polizia internazionale”.

In questa ottica, i federalisti, e De Gasperi era uno di questi, pensano alla Comunità europea come parte, come articolazione della Comunità internazionale, non come “potenza militare”, non come parte di un nuovo “equilibrio di potenza” da costruire, ma come esperienza storica di fiducia reciproca. Fiducia tra le nazioni europee e fiducia tra le nazioni della più ampia Comunità internazionale. Si tratta di sostanziare l’idea della Comunità internazionale, non di un ritorno di Sovranità ottocentesche più o meno ampie (nazionali o continentali)  in potenziale lotta tra di loro.

3) Superare le divisioni culturali ideologiche religiose,  che originarono nella modernità  scontri e guerre in Europa. Alle basi morali  della solidarietà europea da costruire, De Gasperi dedicherà un memorabile discorso nella Conferenza dei politici cristiani dell’intera Europa tenutasi a Bruxelles nel 1948. In quel testo, poi raccolto in un volumetto di Giuseppe Petrilli, dedicato alla Politica estera ed europea di De Gasperi e  opportunamente rieditato da  Il Domani d’Italia, De Gasperi parlerà, in piena Guerra Fredda, del contributo positivo che ciascuna grande tradizione culturale e politica europea potrà dare. Ce n’è per tutti. Parla esplicitamente di una esigenza di collaborazione della corrente laica, che ha impersonato non di rado l’illuminismo come forza antagonista dell’esperienza cristiana invece che come estrinsecazione delle potenzialità del pensiero cristiano, della corrente socialista anche nella sua variante marxista come capace di contribuire alla costruzione di una società basata su un ragionevole equilibrio tra capitale e lavoro, e dirà anche parole chiare alle varie correnti cristiano democratiche, cattoliche e protestanti,  finalmente richiamate ad un dialogo ricostruttivo dopo le lacerazioni delle lotte di religione  in Europa.

Queste idee hanno avuto  conseguenze nella costruzione degli  Stati costituzionali europei e sono rimaste sottese al disegno dell’integrazione europea anche se, dopo la battuta d’arresto del disegno politico federalista incentrato sulla CED, l’Europa ha poi proceduto sulla strada del funzionalismo: integrazione tecnica ed economica e spill-over politici.

Voglio esplicitare due passaggi che ci insegnano molto per l’oggi.

Sul piano interno. L’idea dello Stato liberale democratico, non semplicemente nazionale, ma costituzionale e pluralista, ha condotto ad esempio, nella esperienza italiana, a riconoscere all’Alto Adige-Sud Tirolo una autonomia specialissima dentro lo Stato costituzionale ma contro garantito dall’Austria. Le basi di questo accordo furono trattate da De Gasperi con Gruber, il ministro degli esteri austriaco, già  a margine della Conferenza di Parigi del 1945.

Sul piano internazionale. Nonostante la Guerra Fredda, dopo la crisi dei missili a Cuba del 1962 e dopo quella degli Euromissili del 1977, con la Conferenza sulla Cooperazione e la sicurezza in Europa, si sono poste le base per una nuova possibilità di pace in Europa da costruire sul reciproco riconoscimento e la coesistenza. Artefice di quella intesa fu per parte italiana, non a caso, Aldo Moro.  Certamente, un continuatore, in un contesto nuovo, della visione degasperiana. Sguardo lungo. Interpellato sulla tenuta della CSCE, che secondo certi ambienti scettici della realpolitik era debole per la presenza al tavolo di interlocutori non affidabili, Moro rispose “Helsinki rimane e Breznev passerà”.

Senza quella cornice, Gorbaciov non avrebbe avuto, molto probabilmente, la fiducia di trovare un contesto adatto a raccogliere a Ovest la sfida della Glasnost e della Perestroika e non sarebbero stati possibili i Trattati sulla riduzione delle armi nucleari in Europa.

Per l’azione sulle questioni di oggi.

Le idee degasperiane vanno riprese per evitare il rischio di deragliare. Le cose non sono semplici ma serve riprendere il bandolo della matassa. E va fatto ora, anche nel pieno di questo turbine, costituito dalla guerra della Russia contro l’Ucraina, parte di un più ampio ridisegno degli equilibri di forza.  Puntualmente, l’ultimo volume di Limes è intitolato “La Russia cambia il mondo”,  esplicitazione sintetica della tesi che le guerre cambiano gli assetti geostrategici.

Noi dobbiamo partire da un punto fondamentale. L’idea che Woodrow  Wilson pose alla base della decisione di entrare nella prima guerra mondiale e che comunicò come condizione agli Europei. Disse, grosso modo: “Dopo questa guerra, che vinceremo, non dovrà accadere come nel passato che i vincitori si metteranno al tavolo della pace  e detteranno le condizioni ai vinti. Questa volta, vincitori e vinti, siederanno allo stesso tavolo e decideranno insieme le regole della pace futura.” Inglesi e Francesi approfittarono della crisi della Presidenza Wilson, azzoppata per avere perso le elezioni di medio termine, e chiusero secondo i vecchi criteri  la pace di Versailles che preparò i terreno per la seconda guerra mondiale, ancora più distruttiva. Il monito di Wilson, che firmerà infatti la pace con la Germania l’anno dopo,  è tanto più valido, oggi, con la presenza delle armi nucleari e la sofisticazione crescente delle modalità di uso.

Noi dobbiamo pensare a quali coordinate possano inquadrare il disegno della (ri)costruzione di un clima di fiducia tra l’Europa occidentale e la Russia.  Nell’idea di uomini geniali, costruttori di pace, come fu La Pira, e  statisti democratici cristiani, come Moro, e laici, come Spadolini, la Russia doveva tornare in Europa alla caduta del comunismo. Dunque, (ri) costruire lo spazio europeo, nel dialogo con la Russia e, ovviamente, senza che la Russia entri nella UE sbilanciandola, deve essere una delle coordinate del progetto.

Riprendere il disegno originario dell’Europa unita significa ripensare anche la prospettiva strategica dell’Europa. A quello che ci sta intorno. L’unità europea era pensata in una prospettiva molto diversa rispetto a quello che è accaduto dopo la caduta dell’URSS. Diversa anche rispetto a quello che sembrano prospettare e volere i nuovi fautori degli Stati Uniti d’Europa. Non sta in quel disegno, né la prospettiva di irrobustire i singoli eserciti degli Stati europei e neppure l’idea di un esercito europeo se  l’obiettivo è, banalmente, di avere uno strumento più potente da esibire nel nuovo assetto geo-strategico del mondo. La sicurezza dell’Europa sta nella capacità di riprendere il disegno della Comunità internazionale, come comunità di cooperazione.

Per questo, bisognava e bisogna evitare di regredire verso la logica di potenza che prepara le condizioni di una sfiducia reciproca e conduce a pensare che l’unica garanzia di sicurezza deriverà dalla potenza propria e dei propri alleati. È ovvio che questo disegno si costruisce nell’amicizia con gli Stati Uniti d’America.

Per questo, bisognava e bisogna essere capaci di contenere le spinte nazionalistiche. Non ne fummo capaci nella crisi che condusse allo sgretolamento della ex Yugoslavia. La giustificazione può essere riconosciuta dal farsi tumultuoso di quello sgretolamento. Ma c’è da mettere in conto anche l’idea dell’Occidente, neppure celata, di prendersi qualche vantaggio sulla crisi dell’avversario storico. Non è comprensibile che si trascini ancora la definizione dell’ingresso dei Balcani occidentali nell’UE. E non è comprensibile che l’Europa  non affianchi  quei  Paesi nell’approntare le soluzioni dei contenziosi territoriali ancora aperti. Ad esempio, alla discussione tra Serbi  e Kosovari sulla regione mineraria di Trepca  (territorio kosovaro e maggioranza assoluta della popolazione serba) può esser  suggerito lo schema di soluzione della CECA?  La peggior cosa possibile deve essere sempre considerata l’idea di por mano a modifiche dei confini.  D’altra parte, nell’ottica di vedere i confini nazionali tra Stati sovrani ridimensionati a confini amministrativi, ben si può vedere come quelle contese territoriali  si riducano nel loro peso.

E va notato, che non  siamo stati capaci di contenere le spinte nazionalistiche neppure nella crisi annunciata tra Russia ed Ucraina. Il caso del Donbass poteva essere trattato alla stregua della soluzione dell’Alto Adige – Sud Tirolo con una autonomia speciale dentro la Repubblica Ucraina contro garantita dalla firma della Russia? I governanti  democratici dell’Ucraina non dovevano essere lasciati soli nella gestione del rapporto con l’ovvio e sacrosanto  spirito nazionale di indipendenza che, però, doveva  essere contenuto per il rischio di tracimare verso il nazionalismo. Per questo era necessario che  l’UE aiutasse la soluzione con la definizione del quadro geostrategico con la Russia dentro la cornice della CSCE.  Non una politica di puro contenimento ma una politica capace di sciogliere i nodi della sfiducia e della rivalità tra Occidente e Russia. D’altra parte, questa feroce invasione dell’Ucraina da parte della Russia non potrà che produrre un irrigidimento del nazionalismo di entrambe le parti. E non sarà facile smussare gli angoli e riprendere la convivenza tra i due popoli.

Su questi valori, è ora di sentire la proposta dell’Europa  per forre fine alla guerra russo–ucraina e indicare la propria agenda di politica internazionale in questa parte del mondo. Serve una parola chiara. E’ da tempo che andava detta. Ora è una esigenza, una precondizione della stessa azione per porre fine a questa guerra. D’altra parte, si invocano e ci sono tentativi di  mediazione israeliani, cinesi, turchi, si dice che senza la partecipazione al tavolo della pace di Stati Uniti e Cina, accanto a Russia e Ucraina non ci sarà soluzione. Ma questo è un tema su cui l’Europa deve essere il primo attore. È una guerra in casa nostra, nello spazio geostrategico europeo, mette in discussione i valori di politica internazionale su cui l’Europa è stata fondata. Con le lenti di De Gasperi,  lo si vede chiaramente!

Se, per dirla come Norberto Bobbio, la democrazia è il potere del pubblico in pubblico, è ora di sentire la proposta dell’Europa. È tempo infatti che la stessa politica internazionale, come diceva Luigi Sturzo un secolo fa, esca dall’area della diplomazia segreta ed entri a pieno titolo nella discussione democratica. Nel XXI° secolo non può essere ritenuta una pretesa ma un diritto democratico.