LA MELONI DI “PIAZZA” E LE SFIDE DEL NOSTRO TEMPO.

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Elisabetta Campus

 

A poche ore dall’inizio della legislatura, le aspettative sulla capacità di governo della nuova maggioranza sono alte, di una altezza che potrebbe far venire le vertigini e qualche brivido a chi non può sottrarsi alla prova, essendo ormai noto che di gran lunga si vive meglio a fare l’opposizione che a governare. La prova vede un politico donna cimentarsi per la prima volta nella leadership di Governo: sulle sue spalle c’è qualcosa che potremmo definire il “sovraccarico dei principianti”, tanto che il futuro appare costellato di severi giudizi e poche concessioni benevole.

 

L’investitura della Meloni viene non dal partito ma dal Paese che ha scelto lei prima e poi il partito che rappresenta, allo stesso modo che avvenne per la Thatcher, ma non per la May e la Truss, uscite dalle dinamiche o dalle alchimie del Partito conservatore,  scontando perciò un appeal modesto nel rapporto con la gente comune. Ma la Meloni invece in piazza ci va e la tiene, eccome, la piazza: un comizio dopo l’altro anche al di fuori dalla campagna elettorale, in un dialogo diretto che è fatto di uno stile che premia passione e ragione, tralasciando il ragionamento perché quest’ultimo…richiederebbe più tempo. La Meloni “di piazza” ha una posizione di rendita politica che dovrà essere tesaurizzata con molta oculatezza, se vorrà resistere più della stagione dei primi 100 giorni di governo. Questa giovane donna sale al potere in un pessimo momento storico. Infatti, per la prima volta dopo 70 anni la guerra è di nuovo presente in un angolo del Vecchio continente, la politica europea è concentrata sulla crisi energetica, con tanto d’inflazione e recessione alle porte. Tutto incide, negativamente, sul portafoglio dei cittadini.

 

Già oggi il Paese avverte i venti della crisi e di conseguenza appesantisce l’azione che spetta alla politica. Avere un portafoglio ridotto non è una buona partenza. A questo si aggiunge che le aspettative del mandato elettorale per un cambio netto di rotta (quasi un colpo di bacchetta magica) sono il vero macigno sul quale si gioca la leadership meloniana. Perché si sa, nella vulgata della cultura popolare le donne riescono per tenacia ed ingegno laddove gli uomini sembrano arrestarsi, senza più risorse interiori. Ora anche a lei, leader donna, si chiede la “salvezza” che stenta a manifestarsi altrove, nel campo della politica maschile. La stessa salvezza del passaggio nel Mar Rosso, che questa volta prende i connotati della crisi energetica e della guerra ai bordi dell’Europa (guerra che – dobbiamo saperlo – è destinata ad inasprirsi).

 

Qualunque sia la capacità di presentare un gruppo coeso, capace di essere “governo” e di agire per il meglio, la Meloni non potrà scansare la doppia emergenza rappresentata dalla crisi energetica e dalla guerra. Il timore è che non ci sia una classe dirigente preparata ad affrontare problemi come questi, se non altro perché li avevamo dimenticati. Apparivano fino a ieri un oggetto di ricerca, al più un ricordo di scuola. Invece ne dobbiamo recuperare la potenza, aprendo nuovamente gli occhi sulla “verità” della guerra, di cui giova rammentare l’intima e tremenda funzione di conquista, per dare al vincitore più territorio e più risorse.