La metà dei lavori svolti nel mondo potranno essere automatizzati: una sfida decisiva per l’umanità

Un aspetto fondamentale dei nostri tempi è la nuova fase della globalizzazione denominata digitech

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Articolo già apparso sulle pagine di http://www.ilmantellodellagiustizia.it a firma di Carlo Parenti

Torno sul tema della robotica, dopo aver affrontato nell’articolo di marzo il pensiero del Papa sul il rischio di consegnare la vita alla logica delle macchine.

Nell’ultimo World Economic Forum, tenutosi dal 22 al 25 gennaio 2019 cioè l’incontro annuale organizzato a Davos, in Svizzera, che riunisce i leader del panorama politico, finanziario ed economico del mondo si è affrontato il tema della nuova globalizzazione nell’ambito della quarta rivoluzione industriale: in particolare si è parlato dei cambiamenti tecnologici e del loro impatto sulla finanza e l’industria.

Un aspetto fondamentale dei nostri tempi è la nuova fase della globalizzazione denominata digitech nella quale i beni e i servizi verranno sempre più realizzati in un posto, piuttosto che in un altro, senza lo spostamento fisico dei lavoratori.

La società di consulenza americana McKinsey si è soffermata recentemente su tale cambiamento (JOBS LOST, JOBS GAINED: WORKFORCE TRANSITIONS IN A TIME OF AUTOMATION-DECEMBER 2017). Si osserva come la leva fondamentale della globalizzazione – tecnologia a caccia di bassi salari – ha esaurito la sua spinta. Meno del 20 per cento delle catene globali di valore ormai trova ancora la sua ragione d’essere nello sforzo di ridurre il costo del lavoro, soprattutto attraverso la delocalizzazione. Infatti gli investimenti oltre frontiera delle multinazionali sono diminuiti, l’anno scorso, del 20 per cento. Non è una novità. Fra il 2007 e il 2018 sono passati – secondo i dati Onu – dal 3,5 per cento all’1,3 per cento del Pil mondiale. La ragione del minor interesse per i bassi salari è costituito dai robot e dai software (intelligenza artificiale) che consentono grandi risparmi in termini di lavoratori occupati. In altre parole le fabbriche tornano in patria, i posti di lavoro no. Scompaiono.

Si stima che solo negli Stai Uniti l’ 80 % dei lavoratori occupati nelle fabbriche possano essere esposti all’automazione e che fra 39 e 73 milioni di posti di lavoro saranno sostituiti dall’automazione dei processi, pari più o meno ad un terzo della forza lavoro.

Il fenomeno è globale : “La cassa automatica sostituisce il cassiere, il bancomat il bancario allo sportello. Amazon cancella commessi e agenti di commercio, Airbnb e Booking gli addetti degli hotel e delle agenzie di viaggio. L’email il postino. I robot gli operai. App e siti web i telefonisti dei call center”(cfr : L. Baratta, linkiesta.it del 25 gennaio 2017). Io stesso non vado più in banca e uso l’home banking. Faccio benzina ai distributori automatici.

Nel mondo Il World Economic Forum parla di una perdita di 7,1 milioni di posti di lavoro entro il 2020, compensata da un guadagno di due milioni di posti di lavoro. Quindi, il saldo negativo è di cinque milioni di posti in meno nel mondo entro i prossimi tre anni.

Sempre per la McKinsey quasi la metà (il 49%) dei lavori svolti oggi nel mondo da persone fisiche potranno essere automatizzati. Nel mondo entro il 2030 circa 800 milioni di posti di lavoro potrebbero essere teoricamente persi per via della automazione: un effetto drastico sulle vite lavorative, paragonabile all’abbandono delle società agricole durante la Rivoluzione Industriale. Lo studio stesso suggerisce una stima “media” di circa 400 milioni di posti di lavoro (che comunque sono un’enormità) persi per via dell’automazione. Anche in Italia, dove il tasso di sostituzione si aggirerebbe tra il 49 e il 51 per cento. Significa che più della metà dei lavoratori italiani, circa 11 milioni di persone, potrebbero essere sostituiti da una macchina.

Naturalmente i nostri politici non sembrano occuparsene e addirittura agevolano la collocazione in pensione dei lavoratori illudendosi che saranno sostituiti da nuovi assunti in numero maggiore di quelli che andranno via.

Si sostiene –e lo speriamo vivamente- che, come avvenuto in passato, la tecnologia non sarà solamente una forza distruttiva. Grazie ai nuovi progressi scientifici, infatti, verrebbero create nuove figure professionali e quelle attuali verranno ridefinite permettendo agli attuali mestieri di essere modificati per rispondere alle rinnovate esigenze del mercato del lavoro.

Sarà così? Intanto segnalo che il Papa ha chiesto alla Pontificia Accademia per la Vita una ricerca sulle sfide e le opportunità della cibernetica. Una sfida decisiva per l’umanità alla quale la Santa Sede non si sottrae.