“La nostra battaglia, per contrastare i comunisti, metteva in campo ragione e passione politica”. Intervista a Hubert Corsi.

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Cosa significava essere cattolici e democristiani in un territorio dominato dai “rossi”? Qual era il messaggio che la Dc portava tra la gente? Come è cresciuta una generazione di quadri militanti e dirigenti? Hubert Corsi, più volte deputato e sindaco del Comune dell’Argentario, ripercorre le tappe della sua esperienza pubblica fin dalle prime battute nel Movimento giovanile dc.

Di seguito pubblichiamo la prima parte dellintervista.

 

Partiamo in questo viaggio retrospettivo, caro Hubert, da cose lontane nel tempo.

 

Oggi ho 84 anni, sono della generazione del 1938.

 

Ecco, parliamo degli inizi, grosso modo collocando la vicenda che ti riguarda attorno agli anni cinquanta: come nasce il primo impegno politico?

 

Mi sono iscritto  alla Dc perché ero molto interessato alla politica. Vivendo in un piccolo comune, quello di  Montepescali (Gr), venivano molti personaggi che facevano comizi: la gente si portava le sedie in piazza perché era anche un piccolo spettacolo.

Il primo episodio è del 1953. Venne Luciano Blanciardi  e Carlo Cassols. Il primo era direttore della biblioteca di Grosseto e il secondo era stato anche mio professore al liceo. Avevano aderito a Unità popolare, quella formazione che risultò decisiva nel 1953 per la sconfitta di De Gasperi e della sua “legge truffa”. Io in verità continuo a chiamarla legge maggioritaria: il tempo delle  truffe viene dopo.

Quella legge, infatti, assicurava stabilità poiché conferiva il premio a chi raggiungeva la maggioranza assoluta. Dopo si è passati all’attribuzione del premio a chi prendeva molto meno, tanto che la logica adottata assomiglia a un rovesciamento di quadro evocativa, intrinsecamente, di uno scenario da colpo di stato.

 

Mi raccontavi che De Gasperi venne dalle tue parti attorno 1951 e 1952. Quale fu la circostanza.

 

Era il tempo del centrismo, oggi rivalutato per il portato innovativo delle scelte compiute dalla classe dirigente raccolta attorno a De Gasperi. Pensiamo, ad esempio, alla riforma agraria. Grazie ad essa, ricaddero sulla Maremma investimenti dello Stato che non avevano riscontri nella storia. De Gasperi venne ed illustrò la riforma che incideva complessivamente su 742 mila ettari, di cui ben 178 mila riguardavano la Maremma (quasi il 18 per cento delle superfici coltivabili). I proprietari erano grandissimi latifondisti con 14 mila e 7 mila ettari.

Fanfani ci ricordò che uno dei primi atti che fece da piccolo – aveva 12 anni – su richiesta del babbo notaio, fu quello di copiare un atto notarile di ben 20 pagine, tanto era estesa la proprietà in oggetto. Quel rogito rimase impresso nella mente di lui adolescente. La fatica della trascrizione, avente per oggetto una tenuta di Capalbio colpita dalla riforma agraria, determinò la scoperta della maremma.

 

Quanto ha inciso la bonifica sull’Italia del dopoguerra?

 

Fu un fatto notevole, per quel che ci riguarda. Sorse l’acquedotto del Fiora, furono realizzati chilometri e chilometri di strade, si avanzò a grandi passi sulla via dell’elettrificazione. Non mancarono le tensioni tra maggioranza e opposizione. Lo scontro rivelò tutta la distanza esistente tra democristiani e comunisti. La Dc puntava sulla famiglia diretto-coltivatrice, e quindi su una classe media che poi sarebbe diventata imprenditrice di se stessa. Il Pci, invece, rifiutava l’assegnazione diretta delle terre alle famiglie preferendo il ricorso a cooperative immaginate alla stregua di Kolkhoz, ovvero delle proprietà collettive sul modello sovietico.

 

Diciamo…una visione culturale diversa.

 

Direi proprio di sì. Comunque la storia ci ha dato ragione, visti gli sviluppi e i riscontri successivi. L’aiuto dello Stato, specialmente attraverso i nuovi strumenti messi a disposizione della riforma agraria, fece crescere una nuova generazione di coltivatori diretti. Gli Enti di sviluppo, cui si dedicò sapientemente Tommaso Morlino, fornirono agli assegnatari quel supporto che mai prima di allora era stato dato. Nacquero diverse cooperative di produzione, servizi e  commercializzazione.

Se vieni in provincia di Grosseto trovi il caseificio di Manciano, trovi la cantina del Morellino di Scansano, la cantina di Pitigliano. Trovi, in sostanza, i modelli che risalgono a quella intuizione.

Il Presidente della cantina di Scansano che fattura milioni e milioni di euro di un vino che è ormai famoso in tutto il mondo è figlio di un coltivatore diretto.

 

Hanno saputo adeguarsi ai tempi nuovi e diventare impresa agricola?

 

Esattamente!

 

Era la visione, appunto, di La Pira e di Fanfani…

 

Sì, quella che tu chiami visione entrava poi nel “concretismo” della politica. La Pira puntava al lavoro come esperienza che non doveva tradursi in concezione ed immagine di dannazione, ma come il principale fattore per esplicitare la dignità dell’uomo. Dunque, a conferma di tale impostazione, nascono i villaggi di assegnatari dove c’era la chiesa, l’officina, il bar, i vari punti di servizi…Le persone potevano riunirsi e fare vita sociale.

 

 

Diventavano comunità.

 

Se vai al centro del villaggio Rispescia, ex riforma agraria, al centro trovi una fontana che reca una scultura in bronzo di un cinghiale. È la riproduzione del cinghialino di Pietro Tacca che sta a Firenze. La portò La Pira come Sindaco di Firenze quando venne inaugurato il villaggio nel 1953 alla presenza dello stesso Fanfani.

 

E tornando agli aspetti più direttamente politici?

 

La battaglia tra noi e i comunisti era serrata. Teniamo conto che dovevamo misurarci con una presenza robusta dei nostri antagonisti. Noi, in realtà, le percentuali più alte le prendevamo in provincia di Arezzo.

Ricordo che nel 1951 De Gasperi venne a “metterci la faccia”, come si direbbe oggi, in piena campagna elettorale. La Dc aveva rinunciato ad alcuni collegi provinciali a favore delle liste di centro collegate. Era la dimostrazione che da parte nostra gli alleati ricevevano attenzione e rispetto.

L’intervento di De Gasperi confermò l’impegno che avevamo delineato, dando slancio e fiducia ai nostri militanti.

Di questo fummo orgogliosi.

 

E la tua specifica esperienza?

 

Io venivo da una famiglia cattolica e ho studiato dai salesiani. L’appartenenza a questo ambiente familiare e culturale accentuava le difficoltà: la strada era impervia, più difficile, perché significava essere minoranza che per emergere doveva lottare molto.

Sicuramente più di altri.

Partecipavo al Movimento giovanile e con altri, al villaggio La Vela a Castiglione della Pescaia, voluto e organizzato dal “solito” La Pira, prendevo parte ai corsi di formazione.

Dalla formazione alle piazze il passo non doveva essere lungo.

Il primo impegno pubblico verrà nel 1970 con l’elezione al consiglio comunale di Grosseto.

 

(1. Continua)