LA NUOVA CINA DI XI JINPING.

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Che il presidente Xi avesse intenzione di riallacciare i rapporti politici e soprattutto commerciali con gli Stati Uniti, lo si era intuito dal sorriso aperto e cordialissimo con cui a Bali aveva salutato il presidente americano. Peccato che Giorgia Meloni, tra gli espansivi scambi di cortesia che hanno caratterizzato il suo incontro con il leader cinese, non abbia colto l’occasione di ricordare che l’Italia è stata il primo Paese Nato nel 1970 a riallacciare i rapporti diplomatici con la Cina.

A meno di un mese di distanza dal XX Congresso del Partito Comunista cinese, si è concluso a Bali il vertice del G20. Su entrambi, sia per la crisi economica che direttamente o indirettamente coinvolge tutti, sia per la guerra in Ucraina e il conseguente isolamento internazionale della Russia, era concentrata una attenzione e una attesa dei risultati vivissime, come non si verificava da molti anni.

A Bali, Stati Uniti e Cina sono stati gli incontrastati protagonisti del Forum. Assente il presidente della Russia, presente soltanto virtualmente il leader dell’Ucraina, la guerra è stata il convitato di pietra che ha pesato sulle decisioni di Bali e non ha mancato di imporre la sua presenza neppure nel blindatissimo Congresso cinese.   Atteso per le nuove scelte politiche ed economiche soprattutto che avrebbero guidato la strategia della Cina nell’immediato futuro, il XX° Congresso del Partito Comunista Cinese ha colto tutti di sorpresa per la plateale quanto sorprendente espulsione dall’aula dell’ex presidente Hu Jintao, il predecessore di Xi Jimping nelle più alte cariche dello Stato, considerato una delle figure più eminenti della Cina. 

Da tempo malato e, secondo molti esperti, irreversibilmente indebolito dal morbo di Parkinson, l’uomo che nel 2010 la rivista Forbes aveva definito il leader più potente del mondo, poco dopo l’apertura dei lavori veniva sollevato di peso dal suo posto accanto ai massimi dirigenti della Cina e allontanato dal tavolo del comando nella ostentata indifferenza degli altri membri del Congresso. Inaspettatamente isolato dai suoi colleghi, l’espressione incredula e disperata dell’ex leader rimarrà per sempre impressa nelle immagini delle telecamere, nell’atto di tentare inutilmente di rivolgere qualche parola di protesta al Presidente Xi Jinping  che finge di non vederlo, impassibile con quel suo sorriso sornione che lo fa rassomigliare alla dea Kuan- yi, il nume della misericordia eternamente sospesa tra il cielo e la terra.

Hu Jintao è stato estromesso dalla sala del Congresso pochi minuti prima che prendesse la parola, quando già era stata decisa l’esclusione dalla nomenclatura del potere dei suoi protetti, a cominciare dal premier Li Keqiang e da Wang Yang destinato, secondo molti, a diventare primo ministro. In compenso, è rimasto in sella finora l’ambasciatore di Pechino a Washington, Qin Gang, indicato da alcuni come il futuro ministro degli Esteri di Pechino.

Presidente della Repubblica dal 2003 al 2013, quando cedette l’incarico a Xi JInpin, Hu Jintao era stato, come il suo successore, un fervente ammiratore di Deng Xiaopin, il padre della nuova linea economica di Pechino e, come la famiglia dell’attuale Presidente, anche la sua aveva pagato a caro prezzo l’ammirazione per il pragmatico innovatore della politica economica della Cina. Di Deng Xiaopin, i genitori del presidente Xi Jinping avevano trasmesso al figlio il nome Pin,  “pace” in cinese e, come la famiglia di Hu, anche quella del leader cinese aveva sofferto le persecuzioni della Rivoluzione Culturale. Protagonista della feroce repressione della rivolta di Tien An Men del giugno 1989, Hu si distinse per la durezza esercitata anche in Tibet durante i tre anni che lo videro prima comandante, poi primo segretario del Distretto militare del Partito Comunista in Tibet. 

La sua intransigenza gli valse la carica di membro del Politburo cinese. Da allora, la sua carriera politica e militare – nel 2005, alla carica di Presidente della Repubblica Popolare della Cina aveva aggiunto quella di Presidente della Commissione militare centrale dello Stato- non conobbe ostacoli, fino alla improvvisa estromissione dall’ultimo Congresso.  I motivi della spietata decisione di Xi Jinping nei confronti del suo ex superiore, non sono stati ancora resi pubblici e difficilmente lo saranno in un prossimo futuro. Pechino ci ha abituati da sempre a coprire di silenzio le sue condanne.

Accadde con Lin Biao, anch’egli militare e all’epoca capo dell’Esercito di Liberazione Popolare, morto il 13 settembre del 1971, pochi mesi dopo la straordinaria partita di pingpong tra campioni cinesi e americani dell’aprile 1971 e pochi mesi prima dell’arrivo di Nixon a Pechino, avvenuta il 21 febbraio 1972. Lo scontro sportivo fu, allora, una specie di Disfida di Barletta di quasi mezzo millennio prima, ma a differenza dell’antica tenzone, quando già la vittoria arrideva ai cinesi, prevalse la ragion di Stato. I cinesi permisero agli americani di sconfiggerli, segnando la più umiliante vittoria politico- sportiva della storia recente. Ma segnò anche la fine di Lin Biao, convinto della necessità ideologica di continuare la collaborazione politica ed economica con l’URSS.  

Non molto è da allora mutato. Nel recentissimo Congresso, a Hu Jintao si impedì di prendere la parola, non tanto per evitare chi esprimesse il  malcontento per l’emarginazione dei suoi protetti e neppure, come ufficialmente dichiarato,  per motivi di salute. La malattia del vecchio leader, al contrario, avrebbe comportato un atteggiamento di riguardoso rispetto. È più probabile, invece, che si sia voluto evitare la manifestazione di un dissenso insanabile di natura politica che, una volta espresso, avrebbe generato il pericolo di una frattura tra i vertici del partito e, di conseguenza, nella stessa compagine governativa.    Qualcuno, forse per ingraziarsi l’ormai onnipotente Xi, può avere espresso i suoi sospetti sul contenuto del discorso che di lì a poco avrebbe tenuto Hu Jintao. Ribadendo la ferma determinazione di riconquistare Taiwan, ripetutamente espressa anche da Xi, l’ex presidente avrebbe sottolineato l’opportunità per la Cina di sostenere la politica del presidente Putin. 

Nel documento finale del G20, il presidente cinese si è astenuto dal condannare l’aggressione di Mosca contro l’Ucraina, pur senza allontanarsi da una linea di rigorosa prudenza sulla spinosa questione. Parallelamente, il Presidente Biden dichiarava che la risoluzione del problema Taiwan non era all’ordine del giorno. E non è stata poca cosa, dopo la visita di Nancy Pelosi a Taiwan di soli tre mesi prima e l’irritata protesta della Cina per l’iniziativa americana che ne era seguita. D’altronde, anche Nixon, al suo arrivo a Pechino in piena guerra del Vietnam, era stato accolto da un numero infinito di manifesti murali e altrettanti striscioni che svolazzavano da ogni parte con lo slogan “Noi certamente vogliamo liberare Taiwan” scritto in cinese e in inglese. Fatto che però non ha impedito il ritiro della ambasciata americana da Taiwan e il ripristino delle antiche relazioni di Washington con Pechino.  

Che il presidente Xi avesse intenzione di riallacciare i rapporti politici e soprattutto commerciali con gli Stati Uniti, lo si era intuito dal sorriso aperto e cordialissimo con cui a Bali aveva salutato il presidente americano, atteggiamento riservato solo e soltanto ad incontri di primaria importanza, per di più accompagnato da calorose strette di mano e perfino da un abbozzo di abbraccio. Particolarmente caloroso è stato anche il colloquio con la Presidente del Consiglio italiano. Peccato che la nostra Premier, tra gli espansivi scambi di cortesia che hanno caratterizzato il suo incontro con Xi Jimping, non abbia colto l’occasione di ricordare che l’Italia è stata il primo Paese Nato a riallacciare nel 1970 i rapporti diplomatici con la Cina e che nei primi anni del secolo sorso, il padre della Cina moderna Sun Yat Sen, per convincere i riluttanti mandarini dell’impero a modernizzare la lingua e la scrittura di Pechino, avesse citato l’esempio della Divina Commedia, scritta in lingua volgare dal  massimo poeta italiano.   

Paola Brianti, giornalista, ha lavorato per il settimanale L’Europeo come corrispondente da Pechino. Nel periodo 2005-2009, Presidente Piero Marrazzo, è stata consigliere regionale della Margherita.