La pace è il presupposto dell’integrazione

La civiltà avanza quando il progresso tecno-scientifico ed economico viene utilizzato dal potere politico per accrescere e diffondere la giustizia

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Articolo già pubblicato sulle pagine di Servire l’Italia a firma di Alessandro Corneli

La civiltà avanza quando il progresso tecno-scientifico ed economico viene utilizzato dal potere politico per accrescere e diffondere la giustizia; arretra quando viene messo al servizio della potenza militare ed economica in chiave egemonica. Per secoli, i paesi d’Europa hanno utilizzato il progresso ai fini di potenza, ma da quasi ottant’anni, cioè dalla fine della seconda guerra mondiale, i popoli dell’Europa occidentale, senza rinnegare il loro passato carico di storia, guidati da leader lungimiranti, hanno compiuto una rivoluzione culturale e politica: hanno scelto la pace e la collaborazione, rendendo possibile l’avvio di un processo di integrazione al quale ha partecipato, da protagonista, anche l’Italia. Perché non è l’integrazione a garantire la pace; è la pace il presupposto dell’integrazione.

Ma questa pace l’Europa non l’ha conquistata: le è stata imposta dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica nel loro interesse – peraltro legittimo – di superpotenze che hanno vinto la guerra. Ciò significa che la pace in Europa è sempre stata precaria e può venir meno in qualsiasi momento perché l’alternanza di tensioni e distensioni tra Mosca e Washington viene decisa senza consultare l’Europa. Da questo trae origine il mal d’Europa , che si riflette in ciascuno dei suoi paesi in forme specifiche e li respinge verso il passato, verso il nazionalismo, verso la disunione, verso la logica che prevale fuori e contro l’Europa: la logica della competizione per l’egemonia mondiale nella quale è entrato un terzo protagonista: la Cina.

La realtà è che l’Europa non è più sovrana, e non lo sarebbe nemmeno se si dotasse di un esercito europeo gestito da un improbabile potere sovranazionale. Il tentativo di conquistare la sovranità monetaria, attraverso l’euro, resta fragile anche perché non è stato concepito in funzione di uno sviluppo globale dell’Europa ma solo per bloccare le svalutazioni competitive con il risultato finale di aumentare le differenze tra i diversi sistemi economici anziché rendere più omogeneo il continente.

Aggiungiamo che il processo di integrazione è stato sistematicamente ostacolato da una serie di fenomeni esterni che si sono negativamente riflessi con intensità diversa sui singoli Stati membri: gli aumenti del prezzo del petrolio, i conflitti arabo-israeliani e arabo-palestinesi, i successivi terrorismi (di matrice arabo- palestinese, di Al Qaeda, dell’Isis), le guerre in Iraq e Afghanistan, le primavere arabe con le conseguenze in Libia e Siria, la crisi finanziaria, i conflitti commerciali, La conseguenza è che ogni paese europeo trae conseguenze diverse da ciascuno di questi fenomeni e il risultato finale è una crescente divergenza tra le politiche nazionali che assume le vesti di nazionalismo o sovranismo del tutto irrealistico.

Non auspichiamo la nascita di una superpotenza europea. L’Europa deve approfondire il solco che ha tracciato: un esempio di pace e di collaborazione.

La forza dell’Europa è di testimoniare, di fronte al mondo intero, i vantaggi della pace e dell’integrazione, e di prendere posizione contro qualsiasi iniziativa che rischi di mettere in pericolo l’una e l’altra. L’Europa vuole avere buoni rapporti con tutti e deve ribadire con decisione questo messaggio: che i buoni e pacifici rapporti sono nell’interesse di tutti mentre i disegni egemonici, dopo l’esperienza di due guerre mondiali, sono una minaccia per l’intera civiltà umana.

L’umanità ha davanti a sé prospettive formidabili: ripristinare l’ambiente dove è stato devastato e impedirne il deterioramento che deriverebbe dall’aumento della temperatura atmosferica e dall’accumulazione di prodotti nocivi; conquistare lo spazio extraterrestre; generalizzare i benefici dell’Intelligenza Artificiale; sviluppare le aree arretrate per sconfiggere la fame, la miseria, la malattia e l’ignoranza. La conoscenza non è a somma zero. La lotta per l’egemonia porta sicuramente a un risultato negativo. La disuguaglianza non deve stimolare gli istinti di sopraffazione ma quelli di collaborazione.