La personalizzazione della politica

Si apre un concorso a punti-fedeltà, senza accertamenti oggettivi e pubblici del merito e delle competenze.

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Sia nel risultato della consultazione referendaria che nell’esito delle elezioni dei Consigli Regionali per i quali i cittadini sono stati chiamati al voto emerge un’evidenza ricorrente: l’una e l’altra campagna elettorale sono state fortemente polarizzate dalla personalizzazione della contesa.

La vittoria del SI è stata di fatto monopolizzata dal Movimento 5 stelle che della riduzione dei parlamentari ha fatto un cavallo di battaglia da sempre: molto più morbide e sfumate le posizioni degli altri partiti all’interno dei quali sono maturati distinguo, prese di posizione e diaspore con dichiarazioni di voto che si discostavano dalla linea ufficiale della segreteria politica. Generando peraltro l’impressione che il dibattito e il voto parlamentare che avevano preceduto la consultazione popolare più che occasioni di approfondimento, siano state condizionate dalla suggestione demagogica di apparire agli occhi della gente unanimi nel perseguire in modo ossessivo e poco riflessivo l’obiettivo del taglio dei costi della politica.

Costo quantificato dal Prof. Cottarelli Direttore dell’Osservatorio della Spending Review in una tazzina di caffè all’anno per ogni cittadino.

Ma che all’esito del risultato porrà problemi e questioni tecniche tutt’affatto irrilevanti: a cominciare dal rinvio a fine legislatura dell’applicazione del voto popolare. Ridotti si, ma fra tre anni.

Ciò che consentirà ripensamenti sul doppio mandato, sulla riforma elettorale e – dentro le segrete stanze dei partiti- sulla minuziosa elaborazione delle liste bloccate e delle candidature sicure.

Si apre un concorso a punti-fedeltà, senza accertamenti oggettivi e pubblici del merito e delle competenze.

Con un evidente rafforzamento in senso personale dei capi partito cui di fatto sarà demandata la scelta finale dei senatori e dei deputati da portare nel prossimo Parlamento, che avrà come correlato speculare l’apertura di possibili contese per la leadership  interna.

In totale dispregio di candidature emergenti dalla base (elettorato passivo) e del diritto dei cittadini di scegliere i propri  rappresentanti.

Una fictio iuris  che focalizza nel solo taglio dei parlamentari il risparmio di spesa, a dispetto del fatto che se davvero si volesse quantificare quanto costa la politica in Italia bisognerebbe esperire una valutazione che partendo dal centro arrivasse alla periferia coinvolgendo i Ministeri, gli staff dei Ministri e dei sottosegretari, le consulenze, le auto blu, i privilegi di cui gode chi ricopra un qualsivoglia incarico istituzionale, fino ai Comuni e alle partecipate, alle province soppresse e poi riciclate come “aree vaste”, passando attraverso le Regioni – il vero centro di impegno finanziario della spesa pubblica specialmente in quelle a Statuto speciale autonomistico, il moloch della spesa pubblica in Italia.

Impugnando il microfono all’esito del voto referendario il Ministro Di Maio si è affrettato ad attribuire al Movimento la scontata vittoria dei SI, senza alcun riguardo per gli oltre 7 milioni di cittadini, un terzo dei votanti, che hanno espresso un convincimento diverso. Attribuendo nemmeno tanto velatamente a se stesso il merito di questo risultato. Ma dimenticando di far un minimo cenno alla vistosa dèbacle del Movimento che alle regionali, alleato con il PD o in corsa per conto proprio, ha conseguito quello che Di Battista ha senza mezzi termini definito “il peggior risultato elettorale di sempre nella storia dei 5 stelle.

Ciò che lascia presagire una resa dei conti interna su più fronti dialettici, dagli esiti imprevedibili fino ad una paventata scissione.

C’è poi l’altro cotè della personalizzazione del voto: più che le liste dei partiti ha contato l’immagine e il carisma di coloro che di fatto sarebbero ‘Presidenti di Giunta regionale’ ma che nell’enfasi delle loro funzioni, spesso in contenzioso con quelle dello Stato unitario, diventano ‘candidati governatori’.

Una progressiva ed enfatica immedesimazione della scelta politica nel singolo che riassume in sè il programma in divenire della legislatura regionale.

Portare a sintesi una campagna elettorale facendola coincidere con un volto ed una biografia è un’arma a doppio taglio: evidenziando pregi e difetti della persona la stessa finisce per subire una sorta di sovraesposizione mediatica che non sempre le giova. O viceversa la esalta al punto di fare del “governatorato” un centro di potere potenzialmente confliggente, per ragioni spesso estranee al merito, al vero e all’utile, con il Governo nazionale.