LA POLITICA AMMESSA E VEICOLATA DA “CHE TEMPO CHE FA”.

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“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione: quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto. Ecco, da esso ci si deve sottrarre, se si vuole rilanciare la sfida dell’autonomia politica e culturale delle forze popolari.

 

Giuseppe Davicino

 

 

Le scorse elezioni politiche hanno confermato la strutturale debolezza della politica ufficiale, quella che si fa nei palazzi, che spesso non coincide più con i reali centri decisionali. A questa crisi concorre la qualità della classe politica e dirigente nel suo insieme, che sembra non riuscire più ad assolvere in modo sufficiente al suo compito di rappresentanza dei cittadini e di guida.

 

Com’è noto però in politica i vuoti non esistono: c’è sempre comunque qualcuno che decide. Di questa catena di comando di fatto, che in Occidente inizia dai piani alti del potere economico transnazionale, uno snodo fondamentale è costituito dal sistema dell’informazione. Da anni si assiste sulle questioni fondamentali ad una curiosa quanto anomala inversione delle parti: sono gli operatori dell’informazione, al massimo comunicatori (il temine giornalista non sembra più adatto a designare queste figure professionali) in quanto espressione dei poteri che, come direbbe monsieur La Palisse,  comandano, che incalzano e chiedono conto ai politici dell’agenda portata avanti dai padroni del circuito dell’informazione.

 

Talora questa supremazia degli uni può infierire sulla subalternità degli altri con una gamma di strumenti che può variare dall’ironia, al dileggio, al discredito fino alla censura per quanti non ripetono ossequiosamente il mantra richiesto dal mainstream.

 

Ma c’è una trasmissione che assolve al suddetto medesimo compito, di recinto del politicamente corretto ovvero degli interessi dell’élite ultra-ricca,  in maniera gentile. Si tratta di “Che Tempo Che Fa”, che domenica scorsa ha iniziato la sua 20ª edizione. Un ventennio dolce, che ha visto scorrere come un fiume di latte e miele, un flusso di mai casuali narrazioni e ospitate, intervallate da momenti culturali e di finissima comicità, che ambiscono a irrorare con un mellifluo glu-glu-glu le menti dei telespettatori affinché, come le oche che vengono ingozzate si risparmiano la fatica di ingoiare, questi si possano risparmiare la fatica di valutare.

 

Il tutto è agevolato da una tassativa mancanza di contraddittorio, con buona pace di ciò che rimane del concetto di servizio pubblico, per non richiamare quello di pluralismo di cui sembrano essere scomparse anche le vestigia, cancellate da una narrazione che, sulle cose che più andrebbero discusse ( siano esse la pace o la guerra, l’economia, la giustizia sociale, la salute, l’istruzione…) procede ormai a senso unico.

 

La prima puntata – in onda lo scorso 9 ottobre – della nuova edizione della trasmissione non ha fatto eccezione. Dal segretario del Pd che recita la parte scontata della riflessione sui motivi della sconfitta e dei buoni propositi per una opposizione credibile, alla virostar che in un sol colpo può permettersi di cambiare la narrazione sull’efficacia dei rimedi al virus, al climatologo malthusiano che ravviva l’allarme e inneggia alla decrescita, all’intellettuale di sinistra che instilla i pensieri “giusti” nei delusi per la sconfitta elettorale.

 

“Che Tempo Che Fa” si conferma fedele alla sua missione che è quella di presidiare il recinto delle opinioni ammesse, all’occorrenza di autorizzarne di nuove, di sdoganare svolte o ripensamenti, in un gioco condotto esclusivamente dall’alto, non dissimile da quello dei sistemi totalitari dove un’opinione che prima era passibile della Siberia, solo al momento opportuno, da quando lo decide il Politburo, diventa pensabile e dicibile in pubblico.

 

Da un tal sistema non credo ci siano particolari morali da trarre. È la bruta legge dei rapporti di forza che determina una siffatta deriva. Chi ha il potere lo esercita, pensando di essere così forte da poter fare a meno delle opinioni e prescindere dagli interessi degli altri gruppi sociali. Ma questo ferisce al cuore lo spirito democratico, causando gli scompensi di natura sociale, economica e bellica che possiamo purtroppo ammirare.

 

Programmi come “Che Tempo Che Fa” misurano il grado di asservimento della politica all’economia, indicano a quale punto sia giunta la subalternità culturale delle tradizioni e delle forze politiche, e sociali, rispetto ai poteri effettivi. Temo valga per tutti. Ma pensando all’area che ci sta più a cuore, la componente cattolica del centro che guarda a sinistra, non credo si potrà mai rilanciare la sfida dell’autonomia culturale e organizzativa delle forze di matrice popolare, non si potrà mai formare un personale politico che sia all’altezza di questa sfida se nella definizione delle strategie, dei programmi e prima di ogni dichiarazione pubblica ci si porrà la seguente domanda: “ma questo giudizio lo possiamo dare, è già stato detto a “Che Tempo Che Fa?”.