La proprietà privata è solo un diritto secondario. I beni comuni negli Atti degli Apostoli e in “Fratelli tutti”. Approfondimento dell’Osservatore Romano.

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Riproduciamo per gentile concessione l’articolo che appare nell’edizione del 6 dicembre del giornale ufficioso della Santa Sede. Gli esseni – scrive l’autore – che vivevano nella comunità di Qumran rinunciavano al diritto di proprietà privata e stabilivano un fondo comune e, così facendo, tutti i membri ricevevano la stessa somma per soddisfare i propri bisogni. Nel caso della comunità ecclesiale cristiana, l’equazione della destinazione comune dei beni seguiva una logica diversa. Gli apostoli raccomandavano di condividere su base volontaria i propri averi, non di abolire il diritto di proprietà.

Marcello Figueroa 

Nella parte «Le pandemie e altri flagelli della storia» dell’enciclica Fratelli tutti, al numero 36 leggiamo: «Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto. Inoltre, non si dovrebbe ingenuamente ignorare che «l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca». Il “si salvi chi può” si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia».

Dopo l’evento della Pentecoste, che segnò l’inizio della Chiesa come comunità di battezzati dallo Spirito Santo, che proclamava il Vangelo di Cristo e conviveva secondo i principi del Padre amorevole, i progressi furono asimmetrici. Da un lato nei primi anni il numero dei credenti aumentò in modo esponenziale, mentre dall’altro l’ordinamento sociale ed economico alternò progressi a battute d’arresto. Si dovette esercitare la pazienza per soddisfare le necessità di tanti bisognosi, molti dei quali erano convertiti, specialmente tre le vedove e gli emarginati. Da un punto di vista meramente correlativo, dobbiamo attendere fino al capitolo sesto del libro degli Atti degli Apostoli per trovare un ordine diaconale in grado di porre rimedio a questa asimmetria che sfiorava la discriminazione e il pregiudizio.

Ai nostri tempi, dopo l’enorme impatto del covid-19, che si è propagato in maniera esponenziale in tutto il mondo, anche le disuguaglianze sociali e le asimmetrie economiche sono apparse più evidenti, soprattutto nei confronti dei vulnerabili. Una volta superata la pandemia, non dobbiamo sperare di riuscire a creare in poco tempo economie e società giuste e sostenibili. Lo Spirito ci può tuttavia aiutare con il frutto della pazienza a mettere in moto processi positivi e ad attendere che si sviluppino. Nel frattempo dobbiamo cercare di ricostruire una società economicamente più equilibrata, rinnovare i valori della solidarietà e ristabilire vincoli d’interconnessione rispetto ai beni del pianeta. Dobbiamo aderire al principio della destinazione comune dei beni e in tal modo costruire — con i frutti dello Spirito Santo, la sovranità di Cristo, la benedizione del Padre e l’insegnamento apostolico della Chiesa primitiva — una nuova generosità in un mondo che è per tutti.

Facendo nuovamente riferimento a Fratelli tutti, al numero 120 Papa Francesco afferma: «Di nuovo faccio mie e propongo a tutti alcune parole di san Giovanni Paolo II , la cui forza non è stata forse compresa: “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno”». In questa ottica ricordo che «la tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata». Il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale, è un diritto naturale, originario e prioritario. Tutti gli altri diritti sui beni necessari alla realizzazione integrale delle persone, inclusi quello della proprietà privata e qualunque altro, “non devono quindi intralciare, bensì, al contrario, facilitarne la realizzazione”, come affermava san Paolo VI . Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati, e ciò ha conseguenze molto concrete, che devono riflettersi sul funzionamento della società. Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongono al di sopra di quelli prioritari e originari, privandoli di rilevanza pratica».

In tal senso il libro degli Atti degli Apostoli viene nuovamente in nostro aiuto. Dal secondo al quinto capitolo del secondo libro di san Luca troviamo alcuni paragrafi eloquenti. Si tratta di tre riassunti narrativi che, a mo’ di separatori tematici, ci danno indicazioni precise su come si svolgeva la vita all’interno della comunità cristiana che viveva con pazienza la comunione eucaristica e la destinazione comune dei beni. Il testo biblico ci dice che: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore» (Atti degli Apostoli, 2, 44-46). Sulla stessa linea, il secondo separatore tematico del libro testimonia che «la moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (ibidem, 4, 32-35).

Per quanto riguarda l’accompagnamento testimoniale dello Spirito Santo dinanzi a tali esperienze comunitarie, il racconto lucano nel terzo riassunto ci dice che «molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti» (Atti degli Apostoli, 5, 12-16).

Gli esseni che vivevano nella comunità di Qumran rinunciavano al diritto di proprietà privata e stabilivano un fondo comune e, così facendo, tutti i membri ricevevano la stessa somma per soddisfare i propri bisogni. Nel caso della comunità ecclesiale cristiana, l’equazione della destinazione comune dei beni seguiva una logica diversa. Gli apostoli raccomandavano di condividere su base volontaria i propri averi, non di abolire il diritto di proprietà. In tal modo si cercava, come frutto della pazienza, della carità e della giustizia, di rafforzare l’unità e l’armonia nella comunità di fede.

I cristiani praticavano l’uso comune dei loro averi e non la comproprietà. In tal modo persino l’ombra degli apostoli che la luce del Vangelo proiettava sul loro pellegrinare risanava al loro passaggio le disuguaglianze, gli squilibri e le ingiustizie di una società che apparteneva a un altro regno. Quanto noi oggi dobbiamo comprendere e apprendere da loro, specialmente in questi tempi di pandemia e di post-pandemia mondiale!