La “questione sociale” di ieri e di oggi.

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In passato un leader politico come Donat-Cattin seppe mettere in agenda la risposta alla questione emergente nelle fabbriche, per una nuova politica salariale e una più equa distribuzione della ricchezza nazionale. Oggi la crisi dovuta prima alla pandemia e poi alla guerra porta a ricadute drammatiche sul costo della vita. Spetta a chi continua ad avere una concezione popolare e democratica della società battersi affinchè questa deriva non si consolidi, ma sia affrontata e, possibilmente, risolta con scelte politiche chiare.

C’è un tema – tra i molti ma certamente più grave di tutti gli altri – che sta salendo per la sua drammaticità e per l’enorme impatto negativo sui cittadini. A livello trasversale. Ed è, di nuovo, una inedita e cruda “questione sociale”. Una questione sociale che è ripartita con la dura emergenza sanitaria e che è letteralmente esplosa per le conseguenze gravissime riconducibili alla guerra russo/ucraina. Perché, al di là dei talk sempre più noiosi e ripetitivi sulla guerra, sui posizionamenti tattici e sulle manovre belliche, quello che adesso aggredisce direttamente il corpo vivo delle persone sono le ricadute drammatiche sul costo della vita, sulla inefficacia dei salari e, soprattutto, sul massiccio aumento di tutto ciò che serve per condurre una vita sufficientemente dignitosa e normale. E quando tutti i dati rivelano numeri e cifre sempre più preoccupanti, occorre prendere atto che la politica non può più voltarsi dall’altra parte e fingere che, tutto sommato, i problemi sono altri. Certo, l’assenza di veri partiti popolari e democratici pesa. E pesa molto nella sostanziale incapacità di avere, come nel passato, strumenti di comunicazione e di collegamento tra i segmenti sociali e la politica. In ultima analisi, tra il “paese reale” e il “paese legale”. Eppure ciò che resta dei partiti ha il dovere morale, prima ancora che politico, di porre in cima all’agenda l’irrompere di questa nuova questione sociale che sta producendo, e rapidamente, nuovi poveri, nuove emarginazioni, forte disoccupazione, crescenti disuguaglianze e forti discriminazioni nonchè contraccolpi di carattere e di tenuta psicologica tra le persone.

Ora, è pur vero che già nel passato la politica è stata costretta ad affrontare e a cercare di dare risposte convincenti e credibili alla cosiddetta questione sociale. La differenza, però, con il passato è che in altre stagioni storiche del nostro paese esistevano ancora i partiti, le culture politiche e gli statisti o i leader politici a seconda di come li vogliamo definire. Basti ricordare, per fare un solo esempio, la stagione tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70. Il varo, oltre 50 anni fa, dello Statuto dei Lavoratori con la firma dell’allora Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin, era stato sì il frutto della intelligenza politica e del coraggio di quella classe dirigente e di quel Ministro nello specifico, ma anche e soprattutto della sua capacità di far in modo che “l’istanza sociale si facesse Stato”. Ovvero, fare in modo che il dato politico nuovo doveva consistere nel fatto – sono parole di Donat-Cattin che “la politica sociale non doveva più avere un ruolo subalterno nello Stato ma primario per la vita stessa dello Stato. Ossia, proprio l’istanza sociale doveva trovare piena cittadinanza anche nella sua espressione politico ed amministrativa e nella gestione della cosa pubblica”. Ecco perchè, in quei tempi, altrettanto drammatici seppur per altre motivazioni, la questione sociale e tutto ciò che si trascinava dietro veniva affrontata con la dovuta intelligenza e la necessaria determinazione e coraggio.

Oggi il contesto è radicalmente cambiato, com’è ovvio a tutti, ma permangono gli stessi problemi se misurati con le conseguenze concrete sulla vita dei cittadini. Dove ormai si parla di milioni di persone e centinaia di migliaia di nuclei famigliari. E la politica, in particolare quei movimenti e quei partiti che hanno al loro interno esponenti e militanti che provengono dal filone del cattolicesimo politico, popolare e sociale, non possono non porre questo tema al centro della loro riflessione ed iniziativa politica e legislativa. Del resto, non possiamo chiedere ai tecnocrati, di ieri e di oggi, di essere sensibili su questo versante. Costoro hanno un’altra cultura, coltivano altre priorità e perseguono altre finalità. Oltre ad avere altri redditi, altre frequentazioni e altre condizioni di vita. 

Tocca, semmai, a chi continua ad avere una concezione popolare e democratica della società e a chi dimostra concretamente di avere a cuore le condizioni dei ceti popolari battersi affinchè questa deriva non si consolidi ma sia affrontata e, possibilmente, risolta con scelte politiche chiare, nette ed inequivocabili. Per il bene della società e non solo per un atto d’amore nei confronti di una, seppur nobile, tradizione culturale e politica.