La Rete Bianca, uno schema di lavoro

Ricominciare una storia è come costruire un edificio: occorre partire dalla pietra angolare. Se noi immaginiamo di dare vita a un movimento di iniziativa politica di tipo federativo, chiamato Rete Bianca

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Ricominciare una storia è come costruire un edificio: occorre partire dalla pietra angolare. Se noi immaginiamo di dare vita a un movimento di iniziativa politica di tipo federativo, chiamato Rete Bianca, la pietra angolare di questa costruzione deve poggiare su tre riferimenti: la Costituzione, l’Europa, la Dottrina Sociale della Chiesa.

La Costituzione come applicazione e aggiornamento, contro il populismo al quale siamo alternativi; l’Europa con l’obiettivo pacifico degli Stati Uniti d’Europa contro i sovranismi ai quali pure siamo alternativi; la Dottrina Sociale come attuazione nel campo civile dei principi del magistero attraverso chiare e riconoscibili proposte programmatiche per il governo del Paese.

La Rete Bianca con la sua struttura federativa è aperta alla partecipazione di quanti, soggetti singoli o associati, nel campo cattolico ma non solo in quello, penso all’area dell’etica della responsabilità, sono oggi alla ricerca di un baricentro nuovo della politica italiana perché non si sentono rappresentati dalle posizioni esistenti. La disaffezione elettorale è il riscontro più evidente di questo disagio.

La Rete Bianca dunque non è un movimento in più rispetto ai soggetti esistenti: vuole essere il luogo del loro incontro perché, invece della attuale frammentazione, essi costituiscano nel loro insieme una massa critica. La polvere non pesa sulla bilancia della politica.

L’intreccio dei tre riferimenti della Costituzione, dell’Europa e della Dottrina Sociale, con l’ispirazione cristiana essa che dispiega, genera una serie di opzioni politiche che formano il denominatore comune di partenza sul quale essere d’accordo: un’idea della società italiana di tipo inclusivo, un’idea delle nostre istituzioni partecipate, un’idea dello sviluppo del Paese solidale.

Questo è il percorso da compiere per dare vita nelle condizioni attuali a un terzo tempo, organizzato, del cattolicesimo politico italiano dopo le stagioni del Partito popolare di Luigi Sturzo e della Democrazia Cristiana  di Alcide De Gasperi.

Esiste il problema del rapporto con la gerarchia ecclesiale, dei controversi e ondivaghi orientamenti che la gerarchia ha avuto negli ultimi anni su questo problema. Certamente dobbiamo ricercare  una interlocuzione costruttiva, consapevoli della concezione di laicità formulata da Aldo Moro: “l’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità. E’ il correre da soli il nostro rischio. E’ il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare se possibile una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale”.

E’ il dato interiore di una politica di ispirazione cristiana che già De Gasperi ci consegnava negli Quaranta: “il cristianesimo è qualcosa di essenziale e di integrale, si sente o non si sente, se non si sente nella coscienza anche i termini politici di libertà e di democrazia assumono un diverso significato”.

Le due precedenti esperienze legate a Sturzo e De Gasperi hanno prodotto entrambe significative conseguenze storiche  all’interno del mondo cattolico italiano, e insieme nella vita civile del nostro Paese.

Il popolarismo di Sturzo ha segnato il passaggio dalle generazioni cattoliche del Non Expedit a quelle della Rerum Novarum. Ma l’Appello ai Liberi e Forti e il programma del Partito popolare del gennaio 1919 hanno anche rivoluzionato l’impianto ottocentesco, centralista e autoritario dello Stato italiano, ponendo il problema di istituzioni che fossero invece la proiezione delle libertà individuali, sociali e territoriali da garantire. Questa è stata la novità del Partito popolare.

La Democrazia Cristiana di De Gasperi ha saldato tra loro le generazioni del  popolarismo sturziano con quelle del Codice di Camaldoli. Ma, attraverso le Idee ricostruttive del luglio 1943  e più ancora La parola dei democratico cristiani sul Popolo clandestino del dicembre 1943, l’impronta di De Gasperi sulla vita pubblica italiana è stata anche l’affermazione del metodo democratico come la condizione della dialettica politica in un Paese che con il fascismo aveva perduto  il valore delle libertà democratiche. Questa è stata la novità della Democrazia Cristiana.

La Rete Bianca ha davanti a sé un analogo problema su entrambi questi versanti, generazionale  e politico: come collegare il vissuto dei cattolici di ieri alle esperienze dei cattolici di oggi, e su quali proposte misurarci per migliorare la vita dei cittadini. Ambizione e dovere di esserci si saldano nuovamente su questi due aspetti.

C’è una diversità con le stagioni passate, una diversità che dobbiamo cogliere come una opportunità. Noi non siamo presenti oggi come soggetto specifico nelle sedi della democrazia rappresentativa. Il nostro campo d’azione è necessariamente quello della democrazia partecipativa. E’ qui, dal basso, dai territori, dai problemi concreti che deve riprendere il cammino, animando e impiegando tutte le forme partecipative possibili, a iniziare da quelle previste dalla Costituzione  – le petizioni, i referendum, le proposte di legge popolare, le forme sussidiarie – con moduli organizzativi connessi alle nuove tecnologie.

Tutto ciò delinea il nuovo spazio entro il quale muoverci per ritrovare visibilità, capacità d’attrazione  e partecipare al dibattito politico con le nostre proposte sul governo del Paese. A tal fine dobbiamo costituire al nostro interno una redazione politica per la elaborazione di “schede della democrazia” sui diversi problemi dell’attualità politica, schede delle quali esiste già un format che le renda omogenee nella loro struttura narrativa: il titolo dell’argomento, la nozione, l’inquadramento storico, la cornice normativa, gli orientamenti culturali e della Dottrina Sociale, la nostra proposta, una bibliografia finale.  

Emblematicamente, la prima di tali schede e di iniziative politiche va dedicata al tema dell’adeguamento della Costituzione, da tutti lasciato cadere dopo il fallimentare referendum del dicembre 2016. Al contrario, facendo nostra la proposta avanzata negli anni Novanta da Leopoldo Elia relativa alla modifica dell’articolo 70 cost., noi sosteniamo l’introduzione di un “bicameralismo procedurale” dei lavori delle due Camere che generi non solo lo sveltimento dei lavori parlamentari, ma anche un vero e proprio bicameralismo differenziato che indirizzi in particolare il Senato sugli ambiti indicati dall’articolo cinque cost.

Alla modifica dell’articolo 70 chiediamo di aggiungere quella degli articoli 56 e 57 per ridurre il numero dei parlamentari, e la modica degli articoli 71 e 75 per ampliare e ulteriormente  definire gli spazi della democrazia partecipativa del Paese.

Va realizzata la piattaforma internet della Rete Bianca come luogo di incontro e di confronto. E’ da qui, contro i pericoli di controllo dall’alto di questo genere di strumenti, che va rimessa al centro di una nuova trasparenza dei partiti e della loro vita interna l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione.  

Una parola di questi anni più di altre può compendiare quei riferimenti della Costituzione, dell’Europa e della DSC che nel loro insieme ci sollecitano a definire l’idea oggi che i cattolici hanno della società, delle istituzioni e dello sviluppo. E’ la parola immigrazione.  

Il destino degli immigrati si gioca sul tavolo della politica italiana ed europea, ma anche il destino della politica italiana e dell’Unione europea si sta giocando sul tavolo delle migrazioni. Un destino di civiltà o di inciviltà. Da come sapremo impegnarci su questo fronte noi misureremo la nostra capacità di rappresentare qualcosa di nuovo oppure no. Sturzo diceva che le vittorie non sono nostre ma dell’idea, le sconfitte sono nostre  non dell’idea.

Assumiamo la parola immigrazione come il riferimento non di un problema settoriale, ma come il dato della politica generale del Paese  per l’insieme degli aspetti sociali, economici e di diritti di cittadinanza che il fenomeno dell’immigrazione attraversa orizzontalmente richiedendo, oltre l’affanno dell’emergenza, il respiro regolare di una presenza continua e sistematica di governo sul piano interno, quello europeo, e quello dei Paesi di origine e di transito delle migrazioni.

Chiediamo che il governo italiano si qualifichi come governo del lavoro: riassuma in questa parola, il lavoro, l’intero suo programma di attività e di iniziative da confrontare quotidianamente con i cittadini. Ricordiamo l’attesa della povera gente di Giorgio La Pira. Noi ci impegniamo a ricostruire intorno al lavoro quel patto sociale tra cittadini e istituzioni, questo è il vero contratto, senza il quale non c’è la leva di una crescita reale e armoniosa della società italiana.