La ricerca di un mondo più sano. Un obiettivo sempre attuale a distanza di più di 30 anni dal discorso di De Mita a Mosca.

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L’Unione Europea, divenuta una realtà mondiale di 27 paesi e 450 milioni di abitanti, con una rilevanza economica e industriale importante, con una moneta che a dispetto dei suoi detrattori si è comunque imposta a livello internazionale, non è riuscita a tradurre questa forza in potenza politica.

 

 

Enrico Farinone

 

La riflessione proposta qualche giorno fa da Giorgio Radicati sul discorso tenuto da Ciriaco De Mita in qualità di Presidente del Consiglio all’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica nell’ormai lontano 1988 mi ha guidato nella lettura del medesimo e nello svolgimento, a mia volta, di una modesta ma non rinviabile riflessione in questi giorni così angoscianti.

 

L’Europa da allora ha fatto molti passi in avanti e si è allargata in maniera consistente. Del resto il 1989 e la successiva disarticolazione del sistema internazionale sino a quel tempo imperniato sul bipolarismo Est-Ovest è arrivato non molto tempo dopo, ma dopo quel discorso. Eppure – ed è questo il dato che mi ha impressionato del ragionamento demitiano – il punto di fondo che ivi veniva proposto non è ancora stato raggiunto, con grave danno per l’Europa: “Penso che l’Europa non si debba tanto definire geograficamente, quanto politicamente e strategicamente, come un punto di riferimento dell’ordine internazionale”. E più avanti, a rafforzare il concetto: “È necessario che la grande potenza economica della comunità non si regga sulle gambe di un nano politico”.

 

Dopo 34 anni siamo ancora lì. L’Unione Europea, divenuta una realtà mondiale di 27 paesi e 450 milioni di abitanti, con una rilevanza economica e industriale importante, con una moneta che a dispetto dei suoi detrattori si è comunque imposta a livello internazionale come una delle più sicure, non è però riuscita a tradurre questa forza in potenza politica.

 

I motivi sono noti, analizzati e discussi ad ogni livello – istituzionale, accademico, pubblicistico – eppure non si è riusciti a tutt’oggi ad affrontare con decisione la questione. Si è preferito anzi rafforzare l’Europa intergovernativa a scapito di quella comunitaria, finendo così col favorire l’emersione di impulsi nazionalistici (alimentati dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria prima e dalla crisi migratoria del 2015/2016 poi) che a loro volta hanno rallentato il processo di integrazione. Un pericolo anticipato nel discorso: “Lo sviluppo di un’Europa occidentale più integrata è il modo migliore per sconfiggere quelle tendenze nazionalistiche che all’Est come all’Ovest potrebbero speculare sui timori del mutamento per tentare di turbare la stabilità degli equilibri politici europei”.

 

Ora un processo integrativo ha ripreso parzialmente vigore, ma solo in seguito a eventi catastrofici: la pandemia e adesso la guerra in Ucraina. La prima ha generato il piano Next Generation EU, mettendo in comune debito europeo dopo aver sospeso il tanto discusso Patto di Stabilità. La seconda sta unendo tutti i Paesi dell’Unione – inclusi quelli più distanti da essa sul piano dei valori – a tutela della democrazia e della libertà minacciate dal neo-imperialismo russo.

 

Manca ancora, però, una reale forza politica, oltre che militare. Lo si è visto plasticamente nel modo col quale Putin ha di fatto trattato Macron e Scholz, recatisi a Mosca per garantirgli una certezza per lui importante (la non adesione dell’Ucraina alla NATO, ma pure alla UE). La salvaguardia della pace nelle relazioni internazionali presuppone sempre una forte capacità politica. De Mita lo evidenziava con nettezza: “Dal punto di vista dell’Europa occidentale, una testa politica è necessaria anche per conseguire ulteriori progressi sulla strada della sicurezza reciproca e del disarmo. Si tratta di andare molto al di là del problema di come ridurre carri armati o divisioni di fanteria”.

 

De Mita infine concludeva il suo discorso con un tono più aulico, forse non tipico del personaggio ma invece proprio della cultura politica nella quale si era formato: “Mi pare sia giunto il tempo in cui possa applicarsi alle opere di pace tutta l’intelligenza riversata nell’elaborazione di sistemi di guerra e di istituzioni repressive. Sono secoli di storia sui quali riflettere per compiere una vera inversione che possa portarci a un sistema di civiltà diverso”. La ricerca di “un mondo più sano, centrato sull’uomo, quale soggetto di diritti inalienabili” rimane un obiettivo da perseguire con fiducia, anche se spesso la si dimentica, spersa nei meandri più cupi della cronaca che si fa storia.