La ricostruzione del sistema politico. L’analisi sulla testata di “InformataMente”.

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Si torna a parlare di presenzialismo. Concorrono vari fattori, non ultimo l’indebolimento dei partiti. Il loro stato di salute è preoccupante. Oscilliamo fra il partito personale” e il partito come confederazione di fazioni, ora in accordo ora in lotta fra loro. Il processo di cambiamento è inarrestabile, ma occorre fare attenzione a non ripetere gli errori commessi trent’anni fa, all’epoca del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica.

 

Paolo Pombeni

 

Come era inevitabile dopo il pastrocchio delle elezioni quirinalizie si inizia a parlare di ricostruzione del nostro sistema politico. I due pilastri sono già stati individuati dall’andamento di quanto è accaduto: la presidenza della repubblica e i partiti.

 

 

 

Sul primo punto si torna a parlare di presidenzialismo, non certo “completo” sul modello americano, perché a questo non pensa nessuno, ma “semi” più o meno vagamente sul modello francese. Ci si sta rendendo conto che sarebbe necessario avere un’istituzione che possa porsi al di sopra dello scontro contingente fra i raggruppamenti politici e rappresentare al meglio l’unità della nazione. Lo si è potuto certo fare anche con il nostro attuale modello costituzionale, ma adesso in un quadro di tensioni e angosce sociali crescenti si vede che è rischioso puntare solo, come vorrebbe la nostra Carta, su un atto di responsabilità delle forze parlamentari. Questa volta è andata bene alla fine perché il parlamento ha forzato i capi partito a scegliere il congelamento della situazione, ma non si sa come potrebbe andare in futuro.

 

I problemi tecnici per un riaggiustamento della figura del Presidente della Repubblica sono molti a partire da una necessaria riforma costituzionale che non sarà facile ottenere con la maggioranza che la sottrarrebbe ad un referendum confermativo che di questi tempi è sempre un’avventura. C’è il problema del corpo elettorale che dovrebbe sceglierlo senza rischi di demagogia: elettorato polare diretto o un nuovo ampio collegio di grandi elettori scelti rendendo i parlamentari solo una delle componenti? Poi c’è quello della durata del mandato e dell’ammissibilità o meno della rieleggibilità immediata dell’eletto. Tutte questioni che andrebbero soppesate con attenzione fuori dagli slogan del populismo. È però un nodo che andrà affrontato, soprattutto in connessione con il quadro di indebolimento dei partiti come canali di formazione della classe politica all’altezza del compito e come formatori di opinione pubblica (il che è diverso da quello dell’aizzatore di passioni popolari).

 

Lo stato di salute del sistema dei partiti è preoccupante. Oscilliamo fra il partito “personale” che si organizza dietro un abile agitatore e il partito come confederazione di fazioni ora in accordo ora in lotta fra loro. Ci sembra piuttosto utopistico immaginare che ci sia un moto spontaneo di autorifondazione del sistema: bisognerebbe credere che gli attuali gruppi dirigenti delle forze politiche italiane sono disponibili a cambiare mestiere. Qualcuno nel loro seno ci sarà anche, ma non c’è dubbio che sarà trattenuto dal farlo per il pensiero dei tanti sodali che col suo ritiro verrebbero travolti (e quelli, ovviamente, premeranno perché non lo faccia).

 

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