La «ricostruzione» italiana. Il modello e l’esempio di Alcide De Gasperi.

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Oggi ci appare una cosa lontana, ma la politica che De Gasperi ha praticato era ben lontana dalla presunzione che la politica fosse tutto e che ad essa potesse essere chiesto ciò che invece non può dare: forza interiore, resistenza al male, disposizione interiore alla solidarietà.

Il testo che segue è la relazione tenuta ieri al convegno in corso al Viterbo – “Con le lenti di Alcide De Gasperi”  – da Mons. Galantino, l’Amministratore dell’APSA.

 

Mons. Nunzio Galantino

 

  1. PremessaA0

Colloco questo mio riferimento alla persona e al messaggio politico di Alcide De Gasperi nel contesto che tutti stiamo vivendo/subendo. Fatto di eventi che rendono più faticoso coltivare la speranza e spendersi in progettualità significative.

Mi riferisco alla pandemia da Coronavirus-19 non ancora superata e alla necessità di andare oltre! Ma… come, andare oltre? A partire da dove, andare oltre … visto che sempre più ci stiamo accorgendo che non è solo una questione sanitaria?

E, poi, la guerra in Ucraina con il suo carico di morte e con la riproposizione di nuove urgenze e risposte inedite alle quali non ci si può sottrarre e che sta rendendo sempre più cinicamente insensata la neutralità del “né …né”.0

Per tornare al tema del Convegno la domanda è: fatte le dovute contestualizzazioni e senza farci prendere troppo dalla tentazione di tirare a tutti i costi il pensiero e l’azione di De Gasperi per la classica “giacca” – (la domanda è): vi sono atteggiamenti e scelte di De Gasperi che possono oggi orientarci per uscire dall’incertezza o, quel che è peggio, per aiutarci a non rimanere vittime dello stile tipico delle “curve da stadio” che, sempre di più, caratterizza il confronto, non solo politico?

Quello che tutti riconoscono a De Gasperi – anche mentre attraversava momenti davvero difficili[1] – è la sua straordinaria serenità d’animo. Le sue virtù personali sono state anche le sue virtù politiche, è stato scritto. La stessa sua fede e la sua condotta religiosa non sono state una bella facciata, che nasconde il vuoto.

Dei suoi tratti biografici voglio sottolineare qualcuno che riguarda l’esperienza degasperiana della “Ricostruzione” italiana. Lo faccio perché di ricostruzione si sente continuamente parlare a partire dai grandi disagi provocati, tra l’altro, dalla pandemia.0fffdddssss

La Ricostruzione degasperiana rimane un modello perché De Gasperi l’ha ancorata intorno a tre cardini, che restano solidi e che hanno consentito che si aprisse la porta a una nuova Italia.

 

  1. I cardini della “Ricostruzione” degasperiana
    • Rispetto delle istituzioni ed esercizio di democrazia

Il primo cardine è il rispetto delle Istituzioni e, in particolare, del Parlamento. De Gasperi fu segretario di partito e poi presidente del Consiglio per otto anni, ma tutte le scelte fondamentali della sua politica interna e internazionale sono state elaborate dai partiti all’interno del Parlamento, nel rispetto più assoluto delle regole e con un faticoso quanto meticoloso lavoro politico svolto in profondità. Ciò ha comportato non poche difficoltà nel gestire sia le coalizioni di governo sia le diverse e vitali correnti di partito. Mai però De Gasperi ha ceduto alla tentazione di coartare il Parlamento, che era la sede in cui egli pretendeva il rispetto e in cui poteva riconoscere alle opposizioni il ruolo che meritavano. Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!

Il Parlamento era la sede della legittimazione della volontà popolare, il luogo nel quale, soprattutto, si costruivano le riforme sociali, l’anima autentica di ogni democrazia, che non può ridursi a semplice politica fiscale e tanto meno a una politica economica meccanica. De Gasperi aveva ben chiaro che una crisi come quella del secondo dopoguerra non poteva essere vinta con la leva dei soli strumenti economici: era necessario che una rigorosa politica di bilancio fosse inserita in una visione politica internazionale ed europea e venisse sostenuta – vorrei dire incarnata – da una ferrea tempra morale. Nella relazione politica al Congresso nazionale della DC del novembre 1952 De Gasperi disse:

“Lo Stato democratico deve essere forte. La forza è prima interiore, nella giustizia della legge, e poi esteriore e strumentale, nell’autorità di imporre la legge e di punire i trasgressori. La forza dello Stato è nel suo diritto, nella legittimità del potere, nella razionalità delle disposizioni, nella precisione dell’ordine. Lo Stato è forte se il legislativo è illuminato e se è stabile e forte l’esecutivo, anche per realizzare una politica di riforme sociali”[2].

Oggi siamo più vicini di quanto crediamo alle sfide che De Gasperi dovette affrontare. Siamo di fronte alla necessità non solo di una nuova forma di convivenza fra i popoli, ma anche di un nuovo modello macro-economico, di una nuova politica industriale, di una politica dei diritti sociali più completa. Chi pensa, chi adotta, chi realizza queste riforme? Esse richiedono una democrazia costruita con un di più di ascolto, un di più di precisione e di attenzione ai dettagli, per adattare i grandi principi dell’uguaglianza e della solidarietà a regole sempre nuove di giustizia, che non può rimanere una questione confinata nelle aule dei tribunali.

 

  • Il bene comune: ispirazione della politica e della religione

Il secondo cardine della Ricostruzione degasperiana è quello dell’ispirazione ideale della politica e della religione al bene comune.

Oggi ci appare una cosa lontana, ma la politica che De Gasperi ha praticato era ben lontana dalla presunzione che la politica fosse tutto e che ad essa potesse essere chiesto ciò che invece non può dare: forza interiore, resistenza al male, disposizione interiore alla solidarietà. “Dirsi cristiani nel settore dell’attività politica – disse De Gasperi nel 1950 – non significa aver diritto di menar vanto di privilegi in confronto di altri, ma implica il dovere di sentirsi vincolati in modo più particolare da un profondo senso di fraternità civica, di moralità e di giustizia verso i deboli e i più poveri”.[3]

Il riformismo – di cui tanto si parla anche in questo tempo – non basta, o, almeno, non può essere fine a se stesso.

La ricostruzione si realizza sulla spinta di una concentrazione di virtù, di passioni e di intelligenza che va preparata e che si manifesta solo a certe condizioni. Soprattutto è un passaggio che richiede sempre grandi uomini. Figure capaci di interpretare il proprio tempo con quella tenacia che non proviene dall’aver frequentato le migliori scuole, le migliori sagrestie o dall’aver imparato tutte le astuzie della politica nelle segreterie dei partiti. Ci vuole altro.

Ho letto nel testamento spirituale di uno storico importante, Pietro Scoppola, una definizione della politica che a mio parere è molto degasperiana: “La politica mi ha appassionato, non strumentalmente come mezzo per un fine diverso dalla politica stessa, ma come politica in sé, come disegno per il futuro, come valutazione razionale del possibile, e come sofferenza  per l’impossibile, come chiamata ideale dei cittadini a nuovi traguardi, come aspirazione a un’uguaglianza irrealizzabile che è tuttavia il tormento della storia umana. Mi ha interessato la politica per quello che non riesce a essere molto di più  che per quello che è”.[4]

 

  • Una sana laicità … oltre il fanatismo e lo smarrimento dei valori

Il terzo cardine della ricostruzione degasperiana è quello della laicità. Tema che ancora infiamma il dibattito in Europa e nei Paesi democratici, alle prese da un lato con fenomeni terribili di fanatismo e d’intolleranza e, dall’altro, con uno smarrimento generale di valori, una mancanza di virtù che è più insidiosa di ogni laicismo.

L’Italia degasperiana è stata un’Italia diversa anche sul piano dell’esperienza religiosa.  De Gasperi ha dato una dignità diversa al laicato cattolico: lo ha reso adulto, protagonista. E, pur rispettando la Chiesa e il papato, ha capito di che cosa era capace il popolo italiano e in particolare i laici cattolici. «Il credente – disse il 20 marzo 1954 – agisce come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione e impegna se stesso, la sua categoria, la sua classe, il suo partito, non la chiesa»[5]. Pio XII fu molto scontento di quel discorso e ordinò alla «Civiltà cattolica» di criticare e correggere De Gasperi, che per l’ennesima volta soffrì in silenzio. D’altra parte due anni prima Nenni aveva annotato nel diario queste parole di De Gasperi: «Sono il Primo Presidente del Consiglio cattolico. Credo di aver fatto verso la chiesa tutto il mio dovere. Eppure sono appena tollerato»[6].

La pazienza e il coraggio di De Gasperi nella ricostruzione politica, economica e civile dell’Italia sconfitta fu il miglior regalo alla storia del cattolicesimo politico italiano: portare la Chiesa a confrontarsi con la democrazia e fare dei cattolici italiani il pilastro di quest’ultima.

L’Italia, con De Gasperi, passò da essere «il giardino del papa» a uno dei Paesi fondatori dell’Europa unita. Non è poco, anche se a noi oggi appare quasi scontato.

 

  1. Conclusione: una eredità … oltre gli individui

“Chi sono oggi gli eredi di De Gasperi?”.

Rispondo facendo mie le parole con le quali Romano Prodi, nel 2014 nel ricevere il premio internazionale De Gasperi: «La risposta non va cercata solo in un singolo individuo – disse – ma nella forza delle idee. Alle quali si deve aggiungere la particolare capacità che un politico per essere qualificato come statista deve possedere: dire la verità alla propria gente; avere una visione coerente e competente della realtà; avere il senso supremo della responsabilità, al di là della propria convenienza di parte e della propria prospettiva personale; non vivere per se stesso, ma per una prospettiva comune».

Un popolo non è soltanto un gregge, da guidare e da tosare: il popolo è il soggetto più nobile della democrazia e va servito con intelligenza e impegno, perché ha bisogno di riconoscersi in una guida. Da solo sbanda e i populismi sono un crimine di lesa maestà di pochi capi spregiudicati nei confronti di un popolo che freme e che chiede di essere portato a comprendere meglio la complessità dei passaggi della storia. Il significato della guida in politica non è tramontato dietro la cortina fumogena di leadership mediatiche o dietro le oligarchie segrete dei soliti poteri.

La politica ha bisogno di capi, così come la Chiesa ha bisogno di vescovi che, come ha detto Papa Giovanni siano «una fontana pubblica, a cui tutti possono dissetarsi».

Tra le luci della ribalta, la violenza della guerra e il buio delle mafie e delle camorre non c’è solo il deserto: la nostra terra di mezzo è un’alta vita civile, che è la nostra patria di uomini e donne liberi e che, come tale, attende il nostro contributo appassionato e solidale.

 

 

 

 

Mons. Nunzio Galantino

Presidente

Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA)

[1] Ho avuto la possibilità di visitare il museo di Pieve Tesino, nel quale è conservato l’appunto in cui De Gasperi nel 1929 annotò su una retta ascendente tutte le tappe del suo successo, spezzato di colpo con la repentina caduta politica e l’arresto da parte dei fascisti. Nel 1906, a 25 anni era già direttore del quotidiano Il Trentino, nel 1911 al Parlamento di Vienna e nel 1921 in quello di Roma. Nel 1925 divenne segretario generale del Partito popolare italiano, ma nel 1929 si ritrovò «avventizio» in Vaticano. Eppure, quindici anni più tardi, già sessantenne, ha avuto in mano i destini dell’Italia e del più grande partito cattolico dell’Occidente.

 

[2] F. Malgeri, De Gasperi e l’età del centrismo (1948-1954), p. 169.

[3] A. De Gasperi, Discorso ai giovani, 1950, in Scritti e discorsi politici, Ed. Il Mulino.

[4] P. Scoppola, Un cattolico a modo suo, Morcelliana, Brescia 2008, pp. 47-48.

[5] Relazione al Consiglio nazionale della DC, 20 marzo 1954.

[6] P. Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, Milano 1981, p. 546.