LA RIFLESSIONE PUBBLICA METTA AL CENTRO IL CONTRIBUTO DELLE MIGLIORI PERSONALITÀ DELLA REPUBBLICA DEI PARTITI.

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Moro e Berlinguer, due pubblicazioni per riassumere le loro leadership, quando la politica si faceva tramite lo studio e la cultura, l’elaborazione intellettuale e una proposta di pedagogia civile. La sfida allora è il ritorno alle identità politiche per colmare il vuoto di rappresentanza

 

Giovanni Iannuzzi

 

Nel corso del 2022 sono stati pubblicati due volumi, Aldo Moro, la storia e le memorie pubbliche e Enrico Berlinguer, la storia e le memorie pubbliche, presso la casa editrice Viella. Si tratta di un lavoro di gruppo curato da Maurizio Ridolfi che fa riferimento a due seminari che si sono svolti a Roma presso la Società Dante Alighieri.

 

La proposta degli studiosi ha messo al centro della riflessione la storia e le memorie della nostra Repubblica, attraverso le biografie di due tra i suoi protagonisti più autorevoli, che necessitano di linguaggi capaci di coinvolgere cittadini di diverse generazioni. I testi, infatti, si confrontano con le fonti audiovisive e memoriali, le rappresentazioni e le diverse narrazioni, con attenzione alle sollecitazioni di una storia pubblica.

 

Ho avuto modo di collaborare sin dall’inizio, prima con l’organizzazione dei seminari e in un secondo tempo alle pubblicazioni. Attraverso una ricognizione della stampa, della televisione, della rete, degli anniversari, dell’odonomastica, delle manifestazioni storico-culturali, il mio contributo ha cercato di mettere in evidenza l’evoluzione del dibattito pubblico recente intorno alle storie di Moro e Berlinguer.

 

Il volume su Moro, ha sostenuto Renato Moro nel suo intervento di presentazione del libro che si è svolta all’Archivio Flamigni, arriva a sintetizzare una stagione di rinnovamento profondo degli studi sulla figura dello statista, restituita finalmente agli italiani attraverso le lenti della storia e non più attraverso le immagini tanto spesso pregiudiziali e distorte di una volta.

 

Secondo Maurizio Ridolfi è fondamentale il confronto con le domande e le istanze dei cittadini, portando fuori dall’accademia le ricerche degli storici di professione. Si muove all’interno di questa prospettiva, dunque, il tentativo di mettere in qualche modo a regime i risultati più importanti della storiografia dei ricercatori, dei giovani studiosi che hanno lavorato su fonti anche nuove e di collocare il tema di Moro – e di Berlinguer – dentro una storia pubblica effettiva e conseguente.

 

Il libro su Berlinguer si presta ad una lettura contemporanea. Sono le parole di Ilaria Moroni, direttrice dell’Archivio Flamigni che aggiunge: si tratta di un Berlinguer a cento anni dalla nascita rivisto in una chiave di Public history e attualizzato nel dibattito pubblico moderno.

Seguendo queste riflessioni, mi sono annotato alcune analisi recenti apparse sulla stampa che vorrei condividere.

In un articolo sulle sorti del Pd dopo la sconfitta elettorale del 25 settembre, scrive Isaia Sales: «C’è il problema dei maestri in politica […] a cui un militante o un elettore vorrebbe identificarsi. Mancano, cioè, […] leader morali, quei leader che ti rendono orgoglioso della parte politica a cui aderisci. Nessuno […] ha a casa la foto di un suo dirigente, mentre Moro e Berlinguer ci guardano ancora con l’aria timida, dolce e seria di chi ha dato la vita per una causa». (“la Repubblica”, 3 ottobre 2022)

 

Oggi nel “tempo presente” dell’antipolitica, la percezione è quella che le classi dirigenti concepiscono lo spazio pubblico in funzione di un vantaggio personale (Carlo Carboni, sociologo, La società cinica, Le classi dirigenti italiane nell’epoca dell’antipolitica, Laterza, 2008). Invece è necessario aprire gli occhi sulle reali condizioni del paese risolvendo il malessere sociale con lo sviluppo, con una visione, con la partecipazione e con le migliori energie, senza scorciatoie qualunquiste.

 

«La notte dei partiti non cederà alla luce del giorno fintanto che le élite politiche faranno finta di non vedere le malformazioni democratiche prodotte dalla lunga crisi della democrazia dei partiti» (C. Carboni, “Il Sole 24 Ore”, 18 ottobre 2022). «Il paese ci guarda» ha sostenuto Liliana Segre nel suo intervento alla prima seduta del Senato. Allora ognuno di noi può contribuire con progetti e iniziative in grado di coinvolgere un pubblico sempre più ampio, con rinnovati linguaggi e una comunicazione più aperta e accessibile, attraverso la costruzione di nuovi paradigmi come ad esempio il dialogo tra la pedagogia civile e la public history of education (che amplia i tradizionali confini della storia dell’educazione), la sinergia tra vari soggetti (non solo istituzionale), per una proposta operativa capace di generare una comunità educante.

 

«Se non a scuola dove?» è il titolo di una interessante riflessione di Paolo Di Paolo su “La Stampa” (18 settembre 2022), che pone la questione di come parlare di politica tra i banchi, «all’interno di percorsi di percorsi civile e di educazione alla cittadinanza». Anche così si può contribuire a “curare” la salute della democrazia in un contesto in cui c’è tanta sfiducia nelle forme e nelle liturgie della politica tradizionale della rappresentanza parlamentare. Nel 2019 è stato introdotto l’insegnamento trasversale dell’educazione civica nelle scuole. Un tema molto caro a Moro che, oggi, rappresenta anche un obiettivo, tra gli altri, dell’Agenda 2030 (fornire un’educazione di qualità anche tramite la promozione di una cultura alla cittadinanza globale).

 

Gianluca Passarelli sul “Domani” del 19 ottobre 2022 (in un’analisi sul dopo voto e – ancora – sul Pd) scrive: «Congedandosi dalla fase di collaborazione con la DC – in quella che fu definita la seconda svolta di Salerno – Enrico Berlinguer ha detto parole chiave sull’urgenza del dire e del fare da parte del Pci: “O diciamo qualcosa o è meglio non dire niente. Io penso che oggi si debba dire qualcosa di nuovo e in poche ore. Perché c’è grande smarrimento che si può riversare anche contro di noi. Non è ancora contro di noi, ma potrebbe se non ci distinguiamo anche con la proposta politica”».

 

Senza Moro – e poi senza Berlinguer – (i “funerali della Repubblica”) «quel sistema non regge più» osserva Marco Damilano (Processo al nuovo, Laterza, 2017). E prosegue: «È in quel momento che i partiti, tutti insieme, esauriscono la loro forza propulsiva. La crisi politica si trasforma in crisi istituzionale. Gli interventi di piccola manutenzione dell’esistente non bastano più».

 

Sempre secondo Damilano oggi il cerchio si chiude. Nella sua riflessione sul “Domani” dello scorso 24 ottobre in quello che, grazie a Draghi e Mattarella, si profila come un passaggio di potere ordinario e non come un cambio rivoluzionario, si chiude una fase lunga un trentennio. Infatti nota che: «più che nel 1922, esercizio sterile, tra le cause che hanno portato la sinistra alla sconfitta, le sue radici vanno cercate nel 1992, quando è cominciata la storia dell’ultimo trentennio». Il centrodestra ritorna al governo senza un radicale progetto di cambiamento (nel deserto della politica). «Quel che nel 1992 è stato spazzato via non è mai stato ricostruito. Semmai è stato sostituito» con 30 anni di subalternità o di vuoto. «C’è stato il tramonto delle ideologie, la fine della storia e il loro ritorno». E osserva come «la rete ha prima espresso la sua carica rivoluzionaria e poi quella reazionaria».

 

Nel frattempo a sinistra non sono riusciti a rielaborare un pensiero e una organizzazione nella società. La sfida allora è il ritorno alle identità politiche per colmare il vuoto di rappresentanza. In altre parole, la sinistra deve lasciarsi alle spalle il trentennio senza politica.  In questo scenario sono i progressisti, secondo Giovanni Orsina (“La Stampa”, 23 ottobre 2022) che devono abbandonare ogni pigrizia e cercare di ricostruire le proprie ragioni.

 

La mia “ricognizione” presente nei volumi nasce dalla volontà di mettere al centro della riflessione i momenti salienti del dibattito pubblico degli ultimi anni intorno a personalità politiche popolari. Le questioni appena tracciate emergono come un elemento comune alla migliore classe politica della “Repubblica dei partiti”, con i loro progetti e la loro volontà di costruire un’idea forte di cittadino. In questo orizzonte, delle personalità come quelle di Moro e di Berlinguer rappresentano un prezioso contributo.