La riforma laboral. L’analisi di Bentivogli sulla nuova normativa spagnola in materia di lavoro.

4764

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore l’articolo da lui scritto per il magazine “Fortune Italia”. Le sue conclusioni sono molto nette: “Più che suggerire di seguire l’esempio spagnolo, direi alla Spagna di non seguire gli errori italiani”.

La nuova Riforma del lavoro del governo di Sanchez è in realtà ‘la riforma della riforma’: modifica e cambia direzione a quella del popolare Rajoy nel 2012. Riforma che non solo fece crescere la precarietà, ma anche la possibilità di diffusione “legale” di lavoro povero. La Rajoy non è abrogata: restano in piedi le normative sui licenziamenti. Il dato nuovo: i provvedimenti successivi allo Statuto dei lavoratori del 1980 andavano verso una progressiva liberalizzazione, tendenza ora invertita. La riforma ha raccolto consenso tra governo, sindacati e associazioni datoriali ma è stata fortemente osteggiata dall’opposizione. Il decreto era stato approvato il 28 dicembre 2021 ma nel voto parlamentare di conversione finale ha registrato 175 sì e 174 no, grazie a un errore del voto telematico del deputato popolare Alberto Casero. La riforma risponde ad una condizionalità posta dall’Ue per lo sblocco di 12 mld del Next Gen Eu: la riduzione di disoccupazione e precariato, che come in Italia colpisce i giovani e le donne.

 

Perché se ne parla? Secondo gli ultimi dati elaborati dall’Istituto nazionale di statistica (Ine), oggi 12,8 milioni di spagnoli hanno un contratto stabile, un record. Il balzo ad aprile, quando sono stati firmati 1.450.093 contratti: di questi il 48,2% a tempo indeterminato, secondo i dati del ministero del Lavoro. La diminuzione dei contratti a termine ha portato a una riduzione del tasso di occupazione a tempo determinato, ora al 24,21%. Ora si prevedono solo 2 tipi di contratti a termine: quello strutturale e quello di sostituzione di un altro lavoratore. Nel primo caso non si possono superare i sei mesi (un anno in caso di accordo collettivo con i sindacati di settore). Riformato anche il con- tratto di formazione, gli ammortizzatori sociali e il periodo di validità di un contratto collettivo scaduto. Abolito “il contratto di lavoro e servizio”, uno dei maggiori responsabili della precarietà. Vengono incrementate le fattispecie in cui l’azienda deve proporre una ricollocazione e un percorso di formazione professionale. Due i contratti a causa mista (formazione e lavoro) con regole più chiare. Per le irregolarità sono previste sanzioni e trasformazioni a tempo indeterminato.

 

Tra gli aspetti più controversi della riforma del Partito Popolare del 2012 c’era la limitazione a un anno dell’ul- trattività, ovvero il periodo di validità di un contratto collettivo scaduto, che nella nuova riforma viene estesa fino a ulteriore rinnovo. Vengono limitate le deroghe alla contrattazione nazionale ed esclusi, dalle materie derogabili, salario e orario. Esattamente come previsto in Italia dal 2011 e dal T.U. del gennaio 2014. A febbraio il governo spagnolo e i due principali sindacati del Paese, Ugt e Comisiones Obreras, con la contrarietà della Confindustria spagnola (Ceoe), hanno stretto un patto per fissare il salario minimo a 1.000 euro al mese (per 14 mensilità), con un aumento di 35 euro sul 2021. La misura interessa 2 milioni di lavoratori e riguarda la soglia minima retributiva dei lavoratori dipendenti.

 

Le comparazioni sono sempre utili, ma a condizione che siano svolte senza dimenticare i contesti e le storie dei diversi Paesi.

 

Cosa abbiamo, in Italia, già da tempo? Innanzitutto, la parità di condizioni contrattuali (non solo retributive) tra lavoratori in somministrazione e lavoratori a tempo indeterminato, dal 1997, con la legge Treu. La nuova riforma spagnola incide molto sui contratti di brevissima durata, inferiori a un mese e soprattutto a 7 giorni, da noi in crescita ma meno diffusi. È presto per dire se i dati saranno stabili (come spero) o una fiammata di adattamento, tipica dei casi di instabilità delle norme. Come accaduto da noi post jobs act, grazie agli incentivi in decontribuzione fiscale per le assunzioni a tempo indeterminato a tutele crescenti (2015), o post “decreto dignità” (2018), con cui i limiti ai contratti a termine oltre i 24 e soprattutto i 12 mesi portarono le aziende (purtroppo solo temporaneamente) a trasformare a tempo indeterminato i contratti delle persone che altrimenti sarebbero state sostituite. 

 

Per comparare i due contesti: in Italia, a fine 2021, i contratti a tempo indeterminato sono 14.836.012 (l’83%), mentre quelli a tempo determinato sono 3.028.066 (il 17%). L’Italia è uno dei Paesi in cui il part-time obbligatorio è tra i più alti e in crescita. Un problema comune ai due Paesi. Secondo le comunicazioni obbligatorie (COB), nel terzo trimestre 2021, il 31,2% delle posizioni a tempo determinato ha una durata fino a 30 giorni (il 9,9% un solo giorno). Si riscontra un aumento delle attivazioni dei contratti di brevissima durata, e di quelli da sei mesi a un anno (Scicchitano, S; 2022). Più che suggerire di seguire l’esempio spagnolo, direi alla Spagna di non seguire gli errori italiani: il lavoro povero si combatte con nuove tutele, ma soprattutto con un’istruzione di qualità e il diritto soggettivo alla formazione, punti cardine sorvolati da tutte le riforme italiane dal 1997 a oggi.

 

Fonte: “Fortune Italia”, giugno 2022.