La sconfitta di Macron è segno della crisi del sistema politico francese

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A Parigi si avverte la durezza del colpo, per lingovernabilità emergente dalle urne, ma il colpo investe anche Bruxelles: il disegno di un nuovo europeismo, delineato da Macron, rischia di sfrangiarsi. Manca in Parlamento una maggioranza “in linea” con l’Eliseo. Che fare?

 

Cristian Coriolano

 

Macron non ha raggiunto la maggioranza assoluta, quindi la sua politica di modernizzazione, autonoma dalla sinistra e dalla destra, pare fortemente ridimensionata. A Parigi si avverte la durezza del colpo, per l’ingovernabilità emergente dalle urne, ma nella sostanza il colpo investe anche Bruxelles: il disegno di un nuovo europeismo, guidato da una Francia non più abbarbicata al suo sovranismo illuminato, rischia di sfrangiarsi. Al solito, ciò che avviene nella République assume un significato più ampio, finanche paradigmatico, come onda magnetica transnazionale. Al di là e al di qua delle Alpi, un’opinione critica ricava dal voto francese la conferma circa l’inabilità del centrismo a soddisfare la sua premessa fondamentale, evocativa di una istanza di mitigazione che introduce all’arte del compromesso. Il centro esce sconfitto – si dice – e con esso il riformismo, avendo la democrazia bisogno evidentemente, specie in questa fase di massima turbolenza internazionale, di una dose apprezzabile di radicalità. Inseguire l’elettorato ragionevole comporta la rinuncia, in definitiva, a comprendere e rappresentare le istanze popolari più vive, non sempre coincidenti con la vera e presunta ragionevolezza.

 

In realtà la crisi è del modello gollista o meglio della sua aggiornata versione macroniana. Nel dopoguerra, De Gaulle gettò sul tavolo della politica l’idea del governo di un solo partito e riuscì successivamente nell’impresa di cambiare la costituzione, introducendo il semi-presidenzialismo.  All’inizio però c’è l’appello, nel 1946, a votare per l’MRP di Bidault, che incarnava la posizione dei democristiani d’Oltralpe. Ora, anziché proporsi l’obiettivo caro a De Gasperi della formazione di una solida coalizione di governo, il Generale predilige la soluzione monistica: un blocco maggioritario dentro gli argini del partito che ambisce a conquistare il potere. Dunque, viene prima l’opzione politica strategica, poi il suo inalveamento nel sistema istituzionale della V Repubblica che prende forma nitidamente nel 1958. Senonché, questa repulsione del modello coalizionale manifesta con Macron, dopo un lungo ciclo di regolare alternanza tra destra e sinistra, un’ambizione e una difficoltà; da un lato, come si è visto negli anni recenti, l’ambizione di fare del centro il pivot dell’equilibrio politico e istituzionale, dall’altro la difficoltà, evidenziata appunto in queste elezioni, a consolidare il ruolo maggioritario del “partito del Presidente”.

 

È vero, “Ensemble” si è presentato come un agglomerato di gruppi e personalità politiche, adottando una implicita formula di coalizione. Sta di fatto, però, che il tratto distintivo del blocco macroniano era e resta quello di un partito, e di un partito senza alleanze. Di qui lo scacco per l’impossibilità di organizzare in Parlamento – mai così segmentato e conflittuale – una maggioranza allineata alla politica dell’Eliseo. È possibile inventarne una nuova che faccia leva sulla eccezionalità del momento? A ben vedere, Socialisti (PSF} e Repubblicani (LR} potrebbero avere interesse, per ragioni distinte, a rimettere in moto l’ingranaggio inceppato della politica francese. Tra Mélenchon e Le Pen monta l’esigenza di un connubio di forze responsabili, naturalmente dislocate in un’area intermedia tra le posizioni più radicali. Ma questo, alla fine, riporta il discorso sulla necessità di un “centro” capace e disposto a fare ciò che i politologi, specialmente a Parigi ma nondimeno a Roma, chiamano dispregiativamente consociativismo. La Francia diventa ancora una volta un laboratorio.