La sfida ecumenica di Papa Francesco al mercatismo universale

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Questo contributo è stato presentato martedì 14 dicembre a un dibattito organizzato a Brescia dal Circolo Cultura Libera sul tema ‘Il sociale e il sacro. Riflessioni sull’ Enciclica ‘Fratelli tutti’, con la partecipazione del teologo Mons. Giacomo Canobbio, della pastora valdese Anne Zell e di Giuditta Serra (Gruppo Donne di Sant’Eufemia). Pubblichiamo la prima delle quattro parti in cui abbiamo diviso l’intervento del prof. Minella, continuando poi da domani con le altre.

Walter Minella

La crisi della società mondiale contemporanea 

Oggi sembra finalmente accettata in linea di principio – meno, purtroppo, nei fatti – la denuncia che già anni fa aveva lanciato all’opinione pubblica del mondo Papa Francesco, insieme a molte autorità mondiali (penso per esempio al patriarca ortodosso Atenagora, oppure al Consiglio delle Chiese protestanti, oltre che a diversi studiosi e gruppi di ricerca indipendenti) sul pericolo imminente di una catastrofe ecologica globale. Si è preso atto, e non si poteva non farlo, della catastrofe che ha già cominciato a manifestarsi: ne sono prova le sempre più diffuse e devastanti  manifestazioni del cambio del clima, così come la riduzione preoccupante delle varietà della flora e della fauna. Ma probabilmente è una presa di coscienza ancora parziale e insufficiente, che confligge con colossali interessi economici in grado di condizionare le scelte dei decisori politici e gli orientamenti della pubblica opinione,  come dimostrano le insufficienti misure internazionali che finora sono state assunte. Quali  sono le ragioni di fondo di questa catastrofe? In estrema sintesi, ne indicherò, seguendo le indicazioni del Papa, due:  una di ordine economico-sociale, l’altra antropologico-culturale.   Sul piano economico-sociale, dopo il crollo dei regimi comunisti  tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, si è sviluppato  nell’Europa centro-orientale il neoliberismo economico insieme alla libertà politica,  in Cina il neoliberismo economico senza libertà politica e sotto lo stretto controllo politico di un partito unico che si proclama “comunista”. Si tratta di un evento epocale perché, detto in breve, per la prima volta si assiste a una piena globalizzazione del mondo, oltrepassando le diverse civiltà-mondo che erano (e in parte sono) ancora vive. Ma quali  sono state le conseguenze di questo processo? La  massima del neoliberismo è più o meno questa: che ‘ciò che fa bene all’impresa fa bene alla società’. Come corollario di questa tesi, era stata coniata la curiosa teoria del ‘gocciolamento’ (trickle-down): la ricchezza creata dall’impresa privata sarebbe ‘gocciolata giù’ su tutta la società. Oggi, le ricerche di diversi economisti, e in particolare di Piketty, ci dicono il contrario: è in corso, e continua a  svilupparsi, un terribile processo di crescita della disuguaglianza, tra i diversi stati e all’interno di ciascuno stato. Se ricordiamo il punto da cui siamo partiti, ossia la devastante crisi climatica, e più in generale ambientale, che mette in dubbio la possibilità stessa che l’umanità abbia un futuro, dobbiamo riconoscere che, se il modello della pianificazione centralizzata e autoritaria del totalitarismo comunista era risultato largamente fallimentare, anche il modello neoliberista mostra dei segni inequivocabili di fallimento sulla questione centrale: il mantenimento delle condizioni di sopravvivenza della terra. Sembra che il neoliberismo dimentichi  che non abbiamo un’altra terra a disposizione. 

Ho accennato a un secondo carattere del modello neoliberista, ed è quello antropologico-culturale. Qual è la filosofia implicita sottesa alla pratica economica neoliberista, che si vuole perfettamente razionale? E’ una filosofia in realtà profondamente irrazionale, ovvero espressione di una razionalità calcolante ridicolmente limitata, parziale. L’unico criterio sociale accettato come razionale, e perciò  dominante,  è costituito dalla ricerca del profitto d’impresa, l’unico criterio individuale è il profitto individuale.  Ma la profittabilità non è certo l’unica e nemmeno la più alta delle dimensioni. Esistono, molto più in alto di essa, la bellezza, la contemplazione,  l’interiorità: tutte esperienze possibili che questa cultura dell’efficienza e della profittabilità ignora o disprezza. Si tratta di  una cultura faustiana, esemplarmente rappresentata dal mito del Faust di Goethe: all’inizio dell’opera Faust deve tradurre il principio del Vangelo di Giovanni, ‘In principio era il logos’, e, dopo una serie di ripensamenti, traduce: “In principio era l’azione”. Se integriamo questo traduzione di Faust con quanto abbiamo detto sopra, dovremo dire: in principio era l’azione per il profitto. La conseguenza ultima di tutto ciò è la ‘barbarie civile’ in cui stiamo sprofondando, al termine della quale sta la distruzione del mondo. La realtà, in questa ideologia, è concepita come una serie di oggetti inanimati disponibili all’uso e all’abuso, mentre animali e vegetali sono visti come macchine semoventi. E, al di là della retorica sui diritti umani, che cosa sono gli umani, dal punto di vista della logica del profitto come unico criterio regolatore? Macchine semoventi anch’essi. Altri, altro, da utilizzare o da escludere.  Non si tiene presente che la devastazione del mondo esterno significa un impoverimento, se non alla fine un esaurimento, della vita di tutti: la chiusura, la riduzione dei mondi della vita finisce in una perdita del sentimento vitale, in una sorta di spaesamento e depressione. E, d’altra parte,  una  antica saggezza religiosa e filosofica ci ammonisce che ‘tu sei quello’, l’altro da te è una parte nascosta di te. 

Dunque, riassumendo questo brevissimo schema – della cui rapidità mi scuso: la cultura del profitto come unico criterio sociale significativo porta con sé, necessariamente, la devastazione del mondo. E questa devastazione rende la vita alla fine impossibile.

 

 Biografia di Walter Minella

Walter Minella ha insegnato storia e filosofia nei Licei. Tra le sue pubblicazioni Il dibattito sul dispotismo orientale. Cina, Russia e società arcaiche (Armando, Roma 1994). Ha tradotto dal russo il breve saggio di Varlam Šalamov, Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Ibis, Como-Pavia 2012) . L’incontro personale e la frequentazione con il vecchio Pietro Prini lo ha indotto a curare il libro postumo del maestro, Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta-Roma 2015) e a scrivere la monografia Pietro Prini (Lateran University Press, Città del Vaticano 2016). Ha curato con altri studiosi: Credere oggi in Dio e nell’uomo. Pietro Prini filosofo del  dialogo tra fede e scienza (Armando, Roma 2018), Etica oggi tra empatia e libero arbitrio (Ibis, Como-Pavia  2019) e L’invasione della vita. Le scelte difficili nell’epoca della pandemia (Mimesis, Milano-Udine 2020).