LA SINISTRA FACCIA LA SINISTRA. HA TORTO ROSY BINDI?

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Di fronte all’ennesima e pesantissima sconfitta politica ed elettorale, adesso il Pd è chiamato nuovamente ad affrontare una dura ed inedita situazione. È giunto il momento che faccia la sinistra, al Centro provvedono altri.

Ogni due anni, circa, la sinistra viene rifondata. Se scorriamo le vicende politiche che riguardano la sinistra italiana, cioè il Pd, arriviamo facilmente a questa conclusione. E ormai conosciamo anche le parole che, puntualmente, vengono evocate e urlate dai capi delle moltissime correnti che compongono quel partito. Le possiamo riassumere quasi a memoria perchè, come da copione, sono già campeggiate anche questa volta dopo il responso disastroso delle urne di domenica 25 settembre. E cioè: cambiamento profondo del partito; ripartiamo dai territori; azzeramento delle correnti; ripensare l’identità; facce nuove e ricambio generazionale; apertura all’esterno e, dulcis in fondo, ripensare alleanze, programma e ‘mission’ del partito.

Ora, l’aspetto più curioso della vicenda non è che dal lontano 2008 gli slogan che vengono richiamati dai capi del Pd sono sempre gli stessi e con la medesima cadenza. No, il dato originale è che questi slogan vengono evocati proprio dai capi stessi del Pd. Cioè dagli innumerevoli azionisti delle correnti del Pd che da ormai svariati lustri sono presenti in Parlamento e spadroneggiano in questo partito sin dall’inizio della sua costituzione nel lontano 2007.

È appena sufficiente ricordare questo aspetto per arrivare alla conclusione che questi pronunciamenti ed impegni solenni sono parole vuote e ormai del tutto insignificanti. E, soprattutto, prese in considerazione da pochissimi perchè non credibili in quanto pronunciate da politici professionisti che smentiscono, nella prassi quotidiana e nella concreta azione politica di partito, proprio quelle parole solenni e ultimative.

Ecco perchè, di fronte all’ennesima e pesantissima sconfitta politica ed elettorale, adesso il Pd è chiamato nuovamente ad affrontare una dura ed inedita situazione. E la ricetta politica, culturale e programmatica per uscire da questo vicolo cieco è probabilmente duplice. Almeno a parere di molti osservatori disinteressati. Da un lato dar seguito, nel limite del possibile, a ciò che si predica pubblicamente o si scrive nei documenti o si rilascia nelle interviste. 

È perfettamente inutile cioè, blaterare sul superamento delle correnti militarizzate che fanno il bello e il cattivo tempo nel partito e poi continuare tranquillamente a spartirsi il potere attraverso l’applicazione rigorosa e matematica del rispettivo peso correntizio. Un dato che, come ovvio e scontato, tutti sanno e che è appena stato istituzionalizzato nella composizione centralistica delle liste dove i capi corrente si sono tutti blindati nella quota proporzionale abbandonando i collegi precari e difficili del maggioritario. Una spartizione scientificamente correntizia che porta le varie correnti sempre a buttare nel macero il segretario uscente e a benedire solennemente e collegialmente il nuovo leader. Una prassi, come dicono quasi tutti gli osservatori, che avviene ormai da sempre. Cioè da dopo la defenestrazione di Veltroni nel lontano 2008 e poi via via con tutti gli altri segretari nazionali.

In secondo luogo forse è arrivato il momento, come giustamente dice Rosy Bindi, che il Pd e tutto ciò che ruota attorno al Pd, sia realmente un partito di sinistra, faccia e declini una politica di sinistra e, infine, sia in grado di rappresentare politicamente, socialmente e culturalmente il “popolo” di sinistra. Solo se il progetto politico del Partito democratico riesce ad incrociare le istanze e le domande di quel popolo potrà essere all’altezza della situazione e, forse, ridare vita ad una alleanza di centro sinistra, credibile e trasparente. Se, invece, il tutto prosegue come oggi difficilmente potrà uscire dalla crisi che attualmente lo attanaglia: e cioè, continuare a rappresentare i ceti medio alti – le ormai famose zone ZTL -, difendere gli interessi alto borghesi, ostentare la propria superiorità culturale, trasmettere arroganza intellettuale e, soprattutto, manifestare la propria “diversità” morale. Tutti elementi che, come ovvio, centrano poco o nulla con la vita quotidiana dei ceti popolari.

Per questi motivi, e sempre con spirito costruttivo e non polemico, è arrivato il momento che la sinistra faccia la sinistra. Il Centro lo fanno altri. Ma, come ricordava molti anni fa lo storico cattolico Pietro Scoppola parlando della crisi della Dc, è quantomai urgente per il Pd – se vuole essere realmente credibile – riuscire a coniugare “la cultura del comportamento con la cultura del progetto”. Perché con l’ipocrisia e con l’inganno non si va molto lontano.