La storia da difendere, oggi come negli anni ‘50. Andrea Giardina nel solco di suo padre Camillo. L’intervento del giovane De Rosa.

La storia è un bene comune

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In queste ultime settimane ha trovato eco presso la pubblica opinione l’appello (“La storia è un bene comune”) lanciato da Andrea Giardina, dalla senatrice a vita Liliana Segre e dallo scrittore Andrea Camilleri per ridare dignità nelle scuole all’insegnamento di una materia a rischio di scomparsa.

Non è la prima volta che si accendono i riflettori su un tema come questo. Un analogo dibattito, infatti, si svolse nel 1957 grazie a un’inchiesta de “La Discussione”, settimanale della Dc, con un primo articolo di apertura a firma di Giovanni Gozzer, all’epoca Capo dell’Ufficio Centro Didattici del Ministero della Pubblica Istruzione.

I vari interventi, tra cui quello di Giovanni Spadolini, direttore de “Il Resto del Carlino”, e dello studente universitario Guido Bodrato, furono raccolti in un volumetto delle Edizioni 5 Lune (Insegnamento della storia e vita democratica, con introduzione di Mariano Rumor, figura eminente del partito). Questi, nella sua conclusione, rivendicava la “fiducia più schietta nella efficacia educatrice della storia nel suo stesso porsi come fonte di conoscenza e di meditazione”.

Interessante è notare che nella discussione, ricca di spunti ancora suggestivi, illustrava il suo punto di vista Camillo Giardina, cattedratico e parlamentare, uomo di governo e sorprattutto, per noi, padre dello studioso che oggi firma (come detto sopra) l’appello a sostegno dell’insegnamento della storia. Giardina, in quella sede, avanzava la proposta d’incardinare sulla piena valorizzazione della libertà didattica l’opera di rafforzamento della suddetta materia. “La libertà didattica, scriveva, dando agli insegnanti una altissima responsabilità e quindi aprendo tra questi una nobilissima gara, sarà lo strumento idoneo per far scomparire gradualmente le note deficienze degli attuali programmi in relazione ai compiti della Scuola in regime di democrazia”.

Prendere contatto con gli scritti del lontano 1957 aiuta a capire l’importanza della iniziativa odierna. Di seguito riportiamo allora l’intervento di Gabriele De Rosa, qualificato in quella circostanza come “scrittore e giornalista”, ma poi autorevole storico del movimento cattolico e biografo di Luigi Sturzo, nonché Senatore del nuovo Partito Popolare di Martinazzoli.

INTERVENTO DI GABRIELE DE ROSA

L’insegnamento della storia è la cenerentola fra tutte le discipline nelle nostre scuole. Lo era ieri, ma lo è ancora di più oggi. Quello della storia è stato sempre abbinato all’insegnamento di qualche altra materia, e sempre in forma subordinata. Mi spiego: se nell’economia delle lezioni ci sono delle ore da sacrificare, possiamo essere certi che sono sempre le già poche ore assegnate alla disciplina della storia a farne le spese.

Si dice che la storia sia una materia facile, che gli allievi possono studiare anche da sé. In realtà, più che facile diventa una materia inutile, la nostra povera storia, quando viene ridotta a pura raccolta cronachistica di date e di dati. E magari fosse solo questo. Difatti, non tutte le date e tutti i fatti sono ammessi nello studio della storia. Dove si ferma l’insegnamento della storia nelle nostre scuole? Dovrebbe fermarsi alla prima guerra mondiale, a una guerra che, tra qualche anno, sarà vecchia di mezzo secolo.

E perché non si va oltre? Perché dopo la prima guerra mondiale c’è ancora il “muro del silenzio”, c’è la famosa “parentesi” che non si vuole sciogliere, perché non sappiamo ancora quali saranno le “sorprese” che possono nascere dall’abbandono della teoria del fascismo inteso come errore, come oscuramento improvviso, inspiegabile alle coscienze delle nostre classi dirigenti.

Per il Risorgimento, si ritiene di navigare più tranquilli: si viaggia, solitamente, tra i quadri oleografici di un’esposizione, costruita all’insegna o dell’ottimismo liberistico o della esaltazione delle qualità incredibili del genio della nostra stirpe. In realtà, le vecchie categorie storiografiche sono state messe in crisi dai fatti, dallo svolgersi medesimo della realtà politica moderna: anch’esse sono entrate a fare parte della storia della storiografia, non sono più elementi di vita.

Intanto, siccome è difficile e pericoloso leggere e studiare la storia con una consapevolezza storiografica moderna, si preferisce, nelle nostre scuole, mettere in ghiacciaia la storia, facendone una materia facile, se non inutile. Non si vogliono grane, non si vogliono fastidì. Certe date sono diventate “pericolose” anche se vecchie di ottanta anni e più, certi fatti non si sa più come interpretare e presentare.

Di qui l’altra piaga di cui soffre l’insegnamento della storia: il conformismo. Così la storia, che si dice maestra di vita, rischia di diventare maestra di paure e di opportunismi. Il vizio non è nel corpo degli insegnanti, ma in certi orientamenti generali, che puntano al compromesso e al conformismo, per sfuggire ad assunzioni di responsabilità, che richieggono lotta e sapienza politica moderna. Bisogna ricondurre la storia ad essere la disciplina che abitua a studiare il corso delle cose nella complessità politica, economica, sociale del loro divenire, la disciplina che prepara ed irrobustisce la coscienza del cittadino, liberandolo dal falso cliché qualunquista della storia facile, provvidenziale, infarcita di ottimismi sciocchi e di orgogli nazionalistici.

[Tratto da Insegnamenti della storia e vita democratica, Edizioni 5 Lune, 1958, pp. 17-18]