La strage di Kabul mina la credibilità degli USA, ma l’Europa non può venire meno a un dovere di solidarietà transatlantica.

196

Occorre tener presente che l’Isis ha colpito a freddo, con crudeltà, per mettere un cuneo nella pur fragile intesa tra Biden e i Talebani. Gli emuli del terrore alla Bin Laden sapevano perché colpire e come rendere più duro l’impatto degli attentati.

Chi voglia difendere le ragioni di Biden, da oggi trova più arduo esprimere comprensione per l’operato dell’America in Afghanistan. Gli attentati all’aeroporto di Kabul, condannati anche dai Talebani, gettano un’ombra cupa di discredito sulla Casa Bianca. Non è normale, se così vogliamo dire, che dall’opposizione repubblicana siano state sollecitate a caldo le dimissioni del Presidente. È tornato a farsi sentire Trump, per intonare il suo De profundis a riguardo di chi detiene – abusivamente, secondo il suo messaggio di propaganda –  lo scettro del comando. È la riprova di una super potenza in debito di ossigeno, senza più la forza di un patriottismo oltre le mura di casa (ammesso che esista, a rigore, un patriottismo dentro i confini domestici).

In effetti, gli strateghi dell’Isis Korhasan sapevano come colpire e lo hanno fatto con crudeltà, mirando a generare il caos. Anche se i servizi di intelligence aveva lanciato l’allarme, i meccanismi di protezione si sono rivelati insufficienti. Anche i soccorsi umanitari, con il carico di procedure straordinarie, hanno dato l’esca agli operatori di morte, pronti a muoversi con più spregiudicatezza in un contesto sottoposto a una pressione davvero estrema. I kamikaze del terrore islamista hanno inteso, con la loro azione sciagurata, moltiplicare quanto più possibile i morti e i feriti. Questo è il teatro di una guerra che a Kabul si riaccende, sotto i riflettori del mondo, invece di lasciare spazio alla pacificazione auspicata.

Come reagirà, a questo punto, il Presidente? Ha avuto il coraggio di assumersi tutte le responsabilità, sin dall’inizio della vicenda; non ha scaricato le colpe sui collaboratori o su altri settori dell’amministrazione; si è preoccupato di definire il profilo di una scelta che molti considerano azzardata. Ora non può arretrare, come ha fatto capire nel discorso alla nazione di stanotte (per l’Italia) in cui ha salutato, con le lacrime agli occhi, “gli eroi morti a Kabul per una missione altruista”. E ha aggiunto, rivolto ai terroristi: “Ve la faremo pagare”. Tuttavia, una controffensiva militare sul campo, a meno di un blitz contro qualche santuario dell’Isis Korhasan, non sembra una risposta facile. Può essere ritardata l’evacuazione, ma il punto sta sempre nel complicato ed incerto rapporto con i Talebani. Non è detto, per altro, che essi abbiano da guadagnare da una paludosa e infida gestione degli eventi, incastrando l’America in una trappola senza uscita.

Il fatto che la strage dell’aeroporto rechi il sigillo dell’Isis non è un segnale rassicurante per nessuno. Non lo è per la Cina, né tanto meno per la Russia. Tutta la vasta regione indo-asiatica (Pakistan, India, Iran) avverte la minaccia di una sanguinosa recrudescenza del terrorismo alla Bin Laden. D’altronde, il viaggio di Kamala Harris ad Hanoi e Singapore evidenzia la necessità di rafforzare il dialogo con i Paesi più vicini all’epicentro della crisi e più attenti a un recupero celere, in questa vasta area del globo, del necessario equilibrio politico-militare. Non è solo l’Occidente a vivere giorni di angoscia. In ogni caso, da questa parte dell’Atlantico è ragionevole preservare la consapevolezza che soffiare sul fuoco della crisi, lasciando Biden da solo, non corrisponde agli interessi profondi dell’Europa.