La super società e la scommessa sulla libertà. In un saggio di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti. Recensione sull’Osservatore Romano.

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Abbiamo di fronte una società “super” perché tende alla crescita costante, alla performance, perché è sovraordinata a qualsiasi sovranità e perché integra nella sua dinamica tutti gli aspetti della vita conosciuta. Il mercato da solo non può farcela a governare la supersocietà. Tanto meno può farlo solo la tecnica, che non può capire la complessità dellumano («I computer sono inutili. Possono darti solo risposte», diceva Pablo Picasso, opportunamente citato nel libro). Si tratta di un libro da leggere con la disponibilità di mettersi in gioco e di ribaltare le nostre priorità.

 

Marco Bellizi

 

«Non possiamo dare per scontato che la democrazia liberale costituisca ancora il modello di governo di riferimento nell’età della supersocietà». Bene. O male. O forse né l’uno né l’altro. Dipende, ovviamente. Tuttavia l’affermazione evidenziata dal libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti Supersocietà. Ha ancora senso scommettere sulla libertà? (Bologna, il Mulino, 2022, pagine 239, euro 16) contiene in sé un robusto stimolo all’inquietudine, non fosse altro che per il termine “supersocietà”, il quale, appunto, evoca facilmente scenari distopici.

 

Ma cosa è la “supersocietà”? Un po’ complesso da spiegare in poche righe. Quello che si può dire — scrivono gli autori — è che le conseguenze della pandemia si sono sommate agli effetti dei precedenti shock mondiali e «combinate con l’emergere della questione della sostenibilità dentro il nuovo ambiente tecnico digitale in uno scenario mondiale metastabile». In breve, un modello in crisi, senza più grandi certezze e sempre più insostenibile sia sotto l’aspetto ambientale sia sotto l’aspetto umano, in cui l’insicurezza sembra condurre dritti verso l’incremento di controllo, favorito dalle nuove tecnologie che ci rendono sempre più interdipendenti e paradossalmente sempre più isolati. Una società, appunto, “super” perché tende alla crescita costante, alla performance, perché è sovraordinata a qualsiasi sovranità e perché integra nella sua dinamica tutti gli aspetti della vita conosciuta.

 

Non c’è di che stare allegri. Eppure, a scorrere le pagine di questo saggio sociologico in parte scientifico e in parte divulgativo (senza che nessuno dei due aspetti ne risulti penalizzato), non si può non ritrovarsi naturalmente d’accordo con gli autori.

 

Il fatto è che, diciamolo, sino a ora abbiamo un po’ scherzato con il luogo comune (ormai) del niente-più-sarà-come-prima. E a forza di scherzare, chiusi in casa prima per paura del virus e chiusi in casa dopo a guardare le immagini della guerra, ci stiamo forse rendendo conto che in fondo non è più tanto il caso di scherzare.

 

Il futuro è qui. Che noi lo vogliamo o meno. Stato e mercato, le due infrastrutture istituzionali sulla base delle quali continua, nonostante tutto, a fondarsi la nostra vita sociale, appaiono, avvertono Magatti e Giaccardi, inadeguate: «Le prime perché basate sull’idea moderna di sovranità territoriale quando invece le dinamiche e i problemi sono ormai da tempo globali (lo Stato — scrivono — che rimane pur sempre un “participio passato” è strutturalmente in ritardo rispetto all’innovazione, che allo stesso tempo regola a da cui dipende); la seconda perché il sistema dei prezzi non è in grado di veicolare adeguatamente tutte le informazioni necessarie per un adeguato coordinamento delle azioni di produzione e consumo rispetto ai problemi posti dall’entropia associata al nostro modello di sviluppo».

 

La pandemia lo ha lasciato intuire: a fatica la democrazia occidentale è riuscita a governare gli effetti dell’enorme impatto globale del virus, anche e soprattutto riguardo alle modalità di risposta, che hanno presentato in maniera inedita, a proposito in particolare della vaccinazione di massa, il tema della libertà e del controllo. Ma se c’è bisogno di maggiore controllo, allora non è il caso di dubitare dell’efficienza del sistema occidentale, rispetto, solo per fare un esempio, alla peculiarità della risposta cinese al covid, con chiusure generalizzate, tracciamenti rigorosi, immunizzazione a tappeto? E che dire della risposta all’invadenza del mercato globalizzato, tecnologicamente complesso e sempre più verticalizzato nel controllo, che conduce all’autoisolamento, ai rigurgiti nazionalisti, alle campagne belliche d’altri tempi?

 

Il punto, come si accennava, è che il modello occidentale è ormai un sistema instabile, con un grado di squilibrio potenzialmente catastrofico. Sostenibilità e digitalizzazione, i due driver attuali dello sviluppo — scrivono ancora gli autori — «esigono un approccio ecosistemico e complesso che rischia di non essere nelle corde della visione individualistica dell’Occidente».

 

In breve: il mercato da solo non può farcela a governare la supersocietà. Tanto meno può farlo solo la tecnica, che non può capire la complessità dell’umano («I computer sono inutili. Possono darti solo risposte», diceva Pablo Picasso, opportunamente citato nel libro). Di più: anche sotto il profilo del nostro senso morale «non siamo equipaggiati per affrontare i problemi che la supersocietà ci presenta». Facciamo fatica a farci carico di problemi che possiamo solo immaginare e che (ancora) non tocchiamo con mano. Tamburi lontani. Ma sempre più distinguibili. E allora, «se vogliamo evitare lo scontro di civiltà occorre un’idea di libertà in grado di gettare le basi di un nuovo ordine mondiale».

 

È un’affermazione, un impegno, dirompente. Neanche facile da digerire. Però è difficile rispedirlo al mittente, anche perché i sociologi qui ci conducono per mano attraverso un percorso profondo ma lineare che va da Romano Guardini a Henri Bergson, da Sigmund Freud a Edgar Morin a Dietrich Bonhoeffer per illustrare tutta l’evidenza di una rivoluzione già in atto e che occorre governare opportunamente attraverso una riformulazione epistemologica, un nuovo concetto di organizzazione sociale e d’impresa, con l’introduzione, solo per fare un esempio, del concetto di “contribuzione” accanto a quello di retribuzione (già di per sé una rivoluzione di enorme portata, laddove, semplificando molto, il compenso del lavoro si misurerebbe anche con la realizzazione del sé nella società, il riconoscimento di senso del proprio operare oltre che con la possibilità di ottenere mezzi per acquistare cose).

 

È un libro, insomma, da leggere con la disponibilità di mettersi in gioco e di ribaltare le nostre priorità. Se la libertà è relazionale (e lo è) allora, scrivono Magatti e Giaccardi, «Oriente e Occidente sono provocati a ridire chi sono e cosa vogliono essere, a partire dalle sfide che la supersocietà porta con sé: il rapporto con la tecnica, con l’ambiente, con la soggettività». Perché «un nuovo ordine mondiale pacifico può essere creato solo grazie al dialogo dialogico (contrapposto a quello dialettico) che superando le posizioni di partenza tende a un risultato terzo, in grado di cambiare le parti coinvolte». Siamo realmente pronti?

 

 

Fonte: L’Osservatore Romano – 26 giugno 2022