Lacrime destre. La politica ridotta a pragmatismo: Sallustri e Feltri ne esaltano il profilo.

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Sulle pagine di “Libero” si leggono ogni giorno i pensieri di algido realismo delle due firme più autorevoli. Non mancano i giudizi sprezzanti sugli avversari. Domina su tutto l’idea che la forza faccia premio sempre e comunque sulla bontà delle intenzioni, come pure sulla genuinità dell’impegno politico.

 

Paolo Frascatore

 

Che il duo Feltri-Sallusti fosse di destra e, come tale, al servizio della causa politica di una parte, oggi (anche grazie a loro) in mani estreme come quelle della Lega e di Fratelli d’Italia, è cosa nota ai lettori. Ne avevamo scritto soltanto qualche settimana fa.

 

Ma ieri, sulle pagine di “Libero”, il duo più famoso d’Italia nello sparare a zero contro tutto ciò che proviene dall’ex mondo della sinistra, è arrivato addirittura a qualcosa di surreale insieme ad uno scarso senso civile, da un lato, e dal versare lacrime di coccodrillo, dall’altro.

 

Sallusti, nel suo editoriale “Lacrime sinistre”, si meraviglia che un capo di Stato (Biden) possa emozionarsi di fronte alla strage di Kabul e trova l’occasione per definire John Kennedy “il più immorale e libertino degli statisti in rapporti accertati con ambienti mafiosi”, e per proseguire, poi, con Bill Clinton e Barak Obama su altre questioni; mentre il suo collega, Vittorio Feltri, di spalla sullo stesso quotidiano, versava, appunto, lacrime di coccodrillo nell’editoriale dal titolo “La lunga agonia di Gianfranco Fini”.

 

L’uno e l’altro ormai paladini delle posizioni di destra più estreme vagheggiano un mondo senza valori morali di riferimento, ateo, scristianizzato, individualista, borghese e benpensante, dove tutto è controllato dall’economia; dove tutto è concentrato in poche mani; dove le diversità sociali e, di conseguenza, economiche siano ancora più nette.

 

Loro, Sallusti e Feltri, espressione più alta di quei liberal-chic che frequentano i salotti milanesi e romani benpensanti; che guardano con fastidio alla stessa democrazia come governo del popolo, poiché quest’ultimo non è altro che l’espressione più becera di quella plebe di storica memoria che deve essere sempre confinata ai margini della vita sociale e politica.

 

Loro che si indignano ancora quando raccontano di Bill Clinton e dello scandalo alla Casa Bianca nello studio ovale con la stagista Monica Lewinsky, dimenticando che il loro capo politico o sicuramente il loro datore di lavoro corrisponde a tale Silvio Berlusconi, ossia al re delle famose olgettine, colui che riferì essere la famosa minorenne Ruby la nipote di Mubarak.

 

Loro che un giorno sì e un giorno no dalle colonne di “Libero” confezionano titoli ed usano termini poco educati e sicuramente poco degni per chi è (Sallusti) o per chi è stato (Feltri) giornalista professionista. Ma tutto ciò per il tandem di “Libero” sono solo quisquilie, argomenti da popolino. Quando si parla di morale pubblica con simili personaggi si rischia di apparire datati, vecchi nelle idee, ed ancor di più se si fa riferimento a principi religiosi. Per loro, infatti, la politica non è altro che quella disegnata da Machiavelli nel famoso Principe: conquista e conservazione del potere.