L’Africa russa, chiese e cannoni (AsiaNews)

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Lemorragia di sacerdoti alessandrini” verso il patriarcato russo sembra inarrestabile: la vera guerra canonica” interna allOrtodossia si gioca oggi in Africa dove gli interessi di Mosca sono spirituali tanto quanto materiali, pastorali e politici, liturgici e militari al tempo stesso.

 

Stefano Caprio

 

Lesarcato russo dellAfrica

Continua a creare grande trambusto nell’Ortodossia l’“invasione russa” del patriarcato di Alessandria, titolare del cristianesimo bizantino in tutto il continente africano. La rottura ha avuto luogo dopo un evento tutto sommato minore, la concelebrazione in una sperduta isola mediterranea del patriarca alessandrino Theodoros II (Choreutakis), omonimo greco del “papa” dei copti, con il metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko) visto dai russi come il fumo negli occhi per l’autocefalia a lui concessa dal patriarca ecumenico Bartolomeo (Archontonis), il grande avversario di Mosca nella primazia universale ortodossa.

 

 

L’emorragia di sacerdoti “alessandrini” verso il patriarcato russo sembra inarrestabile: il 10 febbraio altri 15 si sono consegnati all’esarca per l’Africa nominato da Mosca, il 54enne metropolita Leonid (Gorbačev), un fedele collaboratore del patriarca Kirill (Gundjaev), che per oltre un decennio è stato rappresentante di Mosca presso il patriarcato di Theodoros, tanto da organizzare il suo incontro al Cairo con il presidente Dmitrij Medvedev nel 2009. Leonid ha servito a lungo nell’esercito e nell’aviazione russa, essendo già anche suddiacono e collaboratore patriarcale, e la sua doppia funzione militare ed ecclesiastica è stata una chiave importante del suo percorso professionale-ministeriale.

 

Il nuovo esarca ha contribuito all’inserimento organico delle cappellanie ortodosse nell’esercito russo, e ha svolto funzioni diplomatiche a tutte le latitudini: rappresentante patriarcale in Argentina, è stato recentemente nominato anche esarca dell’Armenia, operando nei territori caucasici più vicini a Mosca e accordandosi con il katholikos della Chiesa apostolica Karekin II. Ha seguito le vicende della Chiesa di Etiopia e il dialogo bilaterale tra l’Ortodossia russa e la Chiesa malankarese indiana, ottenendo infine anche il titolo di vicario patriarcale come vescovo di Klin, una località della provincia di Mosca. Tutti questi titoli e incarichi si sono freneticamente accumulati secondo la tipica procedura “a strappi” della gestione patriarcale di Kirill, che muove i suoi collaboratori più stretti come pedine da videogioco, quando deve trovare una soluzione alle questioni più scottanti.

 

Leonid ha accolto i nuovi sacerdoti russo-africani durante una “assemblea pastorale” nella cittadina di Meru nel Kenya orientale, dove la maggioranza del clero ortodosso della eparchia di Nyeri ha deciso di passare con Mosca, nonostante le suppliche e le minacce di scomunica del vescovo Neofit (Kongai), un keniano cresciuto dai greci. I preti sono giunti all’incontro in motocicletta dalle lontane parrocchie, vestendo soltanto il podrjasnik, il camice sotto la tonaca, un po’ per ragioni climatiche e un po’ per mancanza di fondi, che ora invece verranno generosamente garantiti da Mosca.

 

La versione del patriarcato russo, in effetti, è che “non si poteva non rispondere alla richiesta di tanti sacerdoti africani”, desiderosi di unirsi a Mosca per lo scandalo inaccettabile dello “scisma ucraino”. Come ha commentato ancora nei giorni scorsi il metropolita Ilarion (Alfeev), “ministro degli esteri” patriarcale, “i cristiani dell’Africa hanno bisogno della protezione della Russia, e non per nostra volontà, ma a causa della situazione che si è creata, abbiamo creato l’Esarcato per offrire un rifugio canonico ai sacerdoti africani, che non intendevano seguire Alessandria nella legittimazione dello scisma ucraino”. I russi già da tempo inviavano missionari per il servizio ai fedeli di lingua russa nei Paesi africani, e ora tutto viene riformulato in eparchie e strutture di “accoglienza canonica”.

 

Mosca ha del resto già più volte ribadito che “sarà costretta” ad aprire parrocchie russe perfino in Turchia, nel territorio di Bartolomeo, dove la presenza dei russi è piuttosto numerosa, ma finora non si è andati oltre qualche cappella nei territori consolari. La minaccia per ora non è stata rivolta alla Grecia, dove l’arcivescovo di Atene Ieronimos II (Liapis) ha riconosciuto a sua volta la metropolia di Kiev, anche se i russi ufficialmente hanno per questo deciso di rompere i rapporti con le comunità monastiche del Monte Athos, dove comunque risiedono molti monaci russi. Rimangono perlomeno neutrali gli altri due patriarchi della tradizionale “pentarchia” antica, in cui Mosca si è inserita in tempi moderni al posto della Roma “eretica”. Il patriarca di Gerusalemme Theofilos III (Giannopoulos) non può che cercare di barcamenarsi, dovendo ospitare nella Terra Santa le strutture canoniche di ogni tipo di cristianesimo, mentre quello di Antiochia Ioannis X (Yazigi) è da sempre al fianco di Mosca, sia per ragioni personali (è cresciuto ai tempi sovietici accanto al futuro patriarca Kirill), sia per oggettive ragioni territoriali, essendo la Siria molto contigua alla Russia e ora anche sotto la sua protezione politica e militare, dopo la guerra con l’Isis.

 

Per tutte queste e altre ragioni, la vera “guerra canonica” interna all’Ortodossia si gioca dunque in Africa. Le terre greche e mediorientali, pur sotto l’occhio vigile di Mosca, continueranno a essere abbastanza indipendenti senza alzare barricate canoniche, ma il continente nero è troppo vasto, troppo complesso e troppo importante da essere lasciato agli avversari. La Chiesa russa in questo caso non agisce soltanto per compassione verso i preti che rifiutano l’eresia, e magari sperano nella diaria, e neppure solo per puntiglio giuridico-ecclesiastico nella disputa sulle autocefalie e i territori canonici. Il fatto è che gli interessi russi in Africa sono spirituali tanto quanto materiali, pastorali e politici, liturgici e militari al tempo stesso.

 

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