L’alternativa ai populismi e ai sovranismi sta nel recupero dell’autonomia della politica

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Quanto più si riduce il controllo popolare, tanto più il potere è percepito come strumento di élite globaliste, senza legami con il territorio. La buona politica, quella che fa i conti con i problemi veri, deve ritrovare il coraggio di misurarsi con le grandi e piccole lezioni della storia, anche per evitare che esse tornino ad ammaestrarci con il loro carico di tragedia.

 

Giuseppe Davicino

 

In un recente articolo su “Il Domani d’Italia”, Giorgio Merlo dà un giudizio addirittura troppo tenero sui 5 Stelle. Per come si sono dimostrati essere i loro esponenti (al di là di ciò che comunque è giusto riconoscere a Conte da premier) attribuire loro una qualità politica seppur negativa, come populista, significa fare loro una concessione che essi non meritano, essendo la loro stella polare, dopo aver raccattato voti con gli argomenti più disparati, solo il potere per il potere. Di Maio è l’emblema di questa deriva del M5S direi neodorotea, se non apparisse un complimento eccessivo.

 

Merlo non è tenero neanche con il già gran sacerdote del vuoto politico cosmico veltroniano, Bettini, costringendolo in categorie logico-razionali che sono estranee a quel mondo. A mio avviso è interessante osservare, come in questo non pensiero di Bettini ciò che fonda l’esser alternativo al populismo da parte della sinistra, sia qualcosa di estrinseco alla politica. Tale fondamento sono il progetto e il modello di società e di economia dell’élite mondiale, nelle sue diverse espressioni. La sinistra è quella che si intesta la caratteristica di esserne la più fedele esecutrice e che può trascinare con sé il M5S, sottraendolo alla volubilità della sua residua base, potendo contare sempre sulla “corresponsabilità” della destra, abilissima a dirottare l’attenzione su questioni non centrali ma di forte e immeditato impatto nell’immaginario popolare, in modo che il progetto unico calato dall’alto avanzi senza effettivo controllo democratico.

 

Può andar bene un tale sistema al centro, a un centro che abbia l’ambizione di esser all’altezza della sua tradizione e in particolare di quella di ispirazione cristiana, che ha dato il meglio di sé quando ha saputo farsi movimento di frontiera per esplorare nuovi e più alti equilibri democratici? Credo proprio di no. Questo schema di governance va infranto, per ripristinare un modello fondato sulla sussidiarietà nel modo in cui fu intesa dagli angloamericani dopo l’ultima guerra, che vede al vertice un sistema di organizzazioni internazionali che sono reale espressione dei livelli di governo regionali e locali e non emanazioni, lautamente foraggiate, dell’élite finanziaria, dei colossi digitali, di alcuni regimi con ambizioni da superpotenza, come quelli di Pechino e Berlino che agiscono sottotraccia, come invece sta accadendo.

 

Le strategie vengono definite sempre più negli think tank dei soggetti che esercitano de facto il potere mondiale, che controllano l’informazione, dei quali i politici si sono ridotti ad esecutori. L’alternativa vera al populismo e ai sovranismi, mi pare si situi a questo livello, quello del recupero dell’autonomia della politica. Per questa via la buona politica, quella che fa i conti con i problemi veri, nella rudezza e complessità con cui emergono, deve ritrovare il coraggio di misurarsi con le lezioni della storia per evitare che esse tornino ad ammaestrarci con il loro carico di tragedia.