L’America debole e l’Europa carolingia. Su “Rinascita Popolare”, organo dei Popolari del Piemonte, una riflessione accurata.

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Angelo Panebianco ha scritto (Corriere della Sera” 30/11/2021) che nessun processo di integrazione sovranazionale può avanzare se non è guidato da un Paese egemone o da un pool di Paesi egemoni. Con il trattato italo-francese – firmato da Macron e Draghi il 26 novembre 2021 – ci poniamo nella posizione giusta per far parte di quel pool”. In effetti, a farci intravedere un cammino verso lunità europea potrà essere solo la forza trainante di questo nucleo carolingio (sperabilmente allargato alla Spagna) che maggiormente incarna il cuore storico e culturale del nostro continente.

 

Giuseppe Ladetto

 

Nel nostro Paese il dibattito sui temi di politica estera è pressoché assente. Quando si affronta un qualche avvenimento di ordine internazionale, subito si impongono argomentazioni tese ad alimentare una polemica fine a se stessa tra i partiti. Eppure, in questi ultimi tempi, sono avvenuti e avvengono fatti importanti, dai quali si evidenzia che le cose non stanno ferme: si stanno profilando nuovi assetti che inevitabilmente ci coinvolgeranno.

 

L’America resta sempre la potenza Numero Uno, ma il suo primato in ambito economico, tecnologico e militare non è più quello che ancora in un recente passato le consentiva di dettare legge a larga parte del pianeta, e di esercitare il ruolo di “poliziotto” del mondo. Segni di tale declino sono stati: l’abbandono dell’Afghanistan e le modalità in cui è avvenuto; il trattato con UK e Australia (AUKUS) volto a spostare i suoi interessi strategici dall’Europa verso l’Indo-Pacifico; e infine il disinteresse mostrato per il Mediterraneo. Gli USA ormai hanno difficoltà a impegnarsi su più fronti. Inoltre, parte crescente del popolo americano avverte come troppo rilevante l’onere che pone sulle sue spalle l’esercizio del ruolo imperiale. A ciò si aggiunge la profonda spaccatura che divide il Paese in due parti ferocemente contrapposte. Da questa situazione scaturisce quella aspirazione europea a conseguire autonomia in ambito militare, già più volte esplicitata da Macron, che ha trovato ora nuovi sostenitori.

 

Preoccupato di tale fatto, il presidente Biden ha cercato di recuperare terreno tentando di convincere gli europei che gli USA non vogliono lasciare un vuoto sulla scena internazionale, ma si propongono di riempirlo con una azione energica, basata sui propri valori, ritenuti condivisi dall’intero Occidente. Pertanto, ha presentato il volto di un’America nuova che intende affidare la sua azione globale principalmente alla diplomazia, al multilateralismo e alla collaborazione con gli alleati. Questi ultimi (che non possono ignorare le pressioni d’oltre Atlantico) hanno dovuto esprimere adesione al progetto anche se Washington non sembra aver pienamente convinto l’opinione pubblica e il mondo politico europei. Infatti perfino autorevoli personalità istituzionali (Ursula von der Leyen, lo stesso presidente Mattarella), pur con parole prudenti e con continui richiami all’atlantismo. si sono interrogate sul come dare alla UE una dimensione politica e una capacità autonoma di difesa che riflettano le sue potenzialità e i passi in avanti nell’integrazione mostrati nell’affrontare la pandemia da Covid-19.

 

Credo pertanto opportuno fare alcune considerazioni sulla situazione.

 

1) Viviamo in un presente difficile per l’addensarsi di una serie di criticità, da tempo visibili per chi teneva gli occhi aperti, ma che ora si impongono a tutti. Per affrontare seriamente la crisi climatica, la pandemia e la diminuita disponibilità di risorse, si richiederebbe un clima internazionale non contrassegnato da contrapposizioni, tensioni, ritorsioni. Invece capita il contrario. Tutte le grandi potenze hanno responsabilità per questo clima negativo. Tuttavia è il campo occidentale ad avere preso l’iniziativa in materia e a mantenerla aperta. Vediamo continuamente mettere in campo censure o sanzioni contro Cina, Russia e Paesi vari (non allineati all’Occidente) con pretesti e motivazioni strumentali, come se chi punta il dito contro questo e quello avesse titoli, passati e presenti, per recitare tale parte (vedi il caso Julian Assange).

 

Così si giunge fino all’insensatezza, e talora al masochismo. In presenza del rilevante aumento del prezzo del metano, che mette in crisi famiglie e imprese, si preferisce ostacolare l’attivazione del Nord Stream2, quando, come ha detto il presidente di Nomisma Energia, il problema potrebbe essere risolto facilmente aprendo quanto prima il nuovo gasdotto russo. Si nega l’idoneità di vaccini, che la scienza medica riconosce validi, per il semplice fatto che sono prodotti in certe nazioni (Russia, Cina, Cuba), mettendo in difficoltà i movimenti delle persone, per lavoro e altre esigenze, perfino in ambito comunitario tra Europa occidentale ed orientale o balcanica. E, al momento, non sembra che la situazione cambi. C’è solo da sperare nel buon senso, se non di tutti, almeno di un’Europa non interessata a protagonismi.

 

2) Come riconosce Angelo Panebianco (“Corriere della Sera” del 30/11/2021), “Biden fa appelli e propone una alleanza delle democrazie per contrastare i regimi autoritari, ma l’America, dopo l’abbandono dell’Afghanistan, ha perso credibilità. L’unica cosa che rimane è la richiesta di appoggio nella competizione di potenza con la Russia e soprattutto con la Cina. Ma questa è solo Realpolitik”. Ma, al di là delle esigenze della Realpolitik americana, dobbiamo veramente considerare Russia e Cina una minaccia per l’ Europa?

 

Della Russia ho già avuto modo di dire (Russia, il nemico necessario). Mi limito ad osservare che nel 1989, nel summit tenutosi a Malta, Bush padre e Gorbaciov si erano impegnati a porre fine alla guerra fredda riducendo la presenza militare dei loro Paesi nell’Europa centrale. L’Unione Sovietica lo ha fatto. Invece l’America, con Clinton e successori, ha portato la NATO sempre più ad est fin oltre i confini che furono dell’URSS, e ora preme per incamerare Ucraina, Bielorussia e Georgia. Ma per Mosca (tutti i russi, non solo Putin), questa è la linea rossa, superata la quale, c’è il confronto militare, così come per Kennedy lo fu l’installazione di basi missilistiche sovietiche a Cuba.

 

La Cina è una potenza economica e commerciale; cresce in ambito tecnologico, e si rafforza sul terreno degli armamenti. Tuttavia, come potenza, resta molto distante dagli USA. Inoltre, i percorsi della storia contano molto per farci comprendere il presente. La Cina ha sempre avuto una grande considerazione di sé, della sua cultura e della sua civiltà, ma non ha mai cercato di esportarle, non avendo una vocazione universalistica (che è tipica dell’Occidente e dell’Islam): con la morte di Mao (malgrado si dichiari ancora comunista) ha messo in soffitta Marx e Lenin ed è ritornata a Confucio. E altrettanto la Cina non si è mai impegnata a estendere significativamente l’area del suo insediamento territoriale e della sua influenza politica. Il limite era la Grande Muraglia. Certo il suo atteggiamento può essere cambiato, tanto più che oggi deve provvedere al sostegno di quasi un miliardo e mezzo di abitanti (dotandosi delle necessarie risorse anche acquisendole in giro per il mondo), ma non credo che possa o voglia proporsi come un nuovo impero, sostitutivo di quello americano. Vuole (come la Russia) essere una rispettata potenza regionale.

 

In tema di Cina, ha scritto Lucio Caracciolo (“La Stampa” del 4/7/2020) che lo scontro con Pechino, “per l’élite strategica di Washington, è la partita del secolo. Perderla significa rinunciare al primato mondiale (…). L’obiettivo è chiaro: abbattere il regime del Partito comunista e frammentare la Cina, riportandola alla condizione di totale inconsistenza geopolitica sperimentata nel secolo del disonore, fra metà Ottocento e metà Novecento. Consapevole di ciò, Xi Jinping è sulla difensiva: sollecita l’orgoglio patriottico e mobilita le masse nel sacro richiamo alla protezione del territorio nazionale”.

 

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