L’AVVERSARIO HA ANCHE QUALCOSA DI BUONO?

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Bisogna purtroppo constatare la strutturale incapacità di questo ceto politico a celebrare un minimo rito di unificazione civile del paese.

C’è qualcosa di troppo e insieme qualcosa che manca in questa campagna elettorale. Un pieno e un vuoto che si intravedono, tutti e due, già in queste prime battute. Il pieno è il solito repertorio negativo di questi ultimi anni. La polemica, quasi sempre sopra le righe. La disinvoltura con cui vengono confezionate alleanze e candidature. 

I movimenti più erratici che accompagnano e accomunano vecchi volponi e nuovi protagonisti in cerca di gloria (si fa per dire). E ancora, una diffusa e trasversale ritrosia a misurarsi con i problemi più veri e drammatici a cominciare dalle conseguenze della guerra e dal riaccendersi di un’inflazione di giorno in giorno più minacciosa. 

Su tutti questi temi più scomodi si finisce sempre per sorvolare, confidando che la demonizzazione dell’avversario possa compensare la pochezza delle soluzioni che ciascuno si sente di offrire. Ma poi c’è il vuoto, che rende quel troppo pieno ancora più inquietante. 

Ed è la strutturale incapacità di questo ceto politico a celebrare un minimo rito di unificazione civile del paese. Un tema, una questione, un argomento, una qualsiasi cosa su cui i partiti mostrino di concordare. Un riconoscimento che offrano ai loro avversari, una convergenza patriottica che serva a dire che ci sarà un attimo, anche solo un attimo, in cui le forze che si combattono sapranno avvicinarsi per rappresentare almeno un simulacro di unità del Paese. Il primo che riconoscesse qualcosa di buono nel suo avversario sarebbe un candidato da votare subito. Per ora, non se ne vede traccia.

 

Fonte: “La Voce del popolo”, settimanale della diocesi di Brescia.

(L’articolo, apparso il 4 agosto 2022 su “La voce del popolo”, è qui riproposto per gentile concessione)