LE AMBIGUITÀ ISTITUZIONALIZZATE DEL PD POSSONO APRIRE LA STRADA ALLA PERENNE EGEMONIA DELLA DESTRA.

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Il Mulino analizza le contraddizioni della sinistra. Dopo le elezioni del 25 settembre molti sostenitori del Pd hanno dovuto riconoscere il fallimento dell’ambizioso progetto riformista e l’apertura di una nuova difficile fase della politica nazionale, con probabili influenze negative anche sull’avvenire dell’Unione europea. Il rischio, a questo punto, è che la Destra possa blu darsi nel suo primato.

 

Il Mulino è la rivista che commenta dal loro inizio le vicende che hanno caratterizzato il declino della Repubblica dei partiti, vicende caratterizzate dalla centralità politica della Dc e del Parlamento, e poi dalla svolta impressa da Prodi e dall’Ulivo alla politica nazionale con il consolidarsi di questa svolta politica nel Partito democratico di Veltroni. 

Di questo positivo rapporto tra il Mulino e il Pd sono state testimonianza la direzione della rivista da parte di alcuni tra i più autorevoli sostenitori del Partito democratico (Salvati, Vassallo), i quali dopo le elezioni del 25 settembre hanno dovuto riconoscere il fallimento di quell’ambizioso progetto e l’apertura di una nuova difficile fase della politica nazionale, con probabili influenze negative anche sull’avvenire dell’Unione europea.

Per diverse ragioni è pertanto interessante leggere un contributo scritto sempre per Il Mulino da Andrea Ruggeri, un giovane ricercatore che affronta con grande pragmatismo le ragioni della crisi – non solo elettorale – del Pd e la riferisce senza incertezze al fatto di “avere istituzionalizzato le sue ambiguità per non affrontare i propri conflitti interni” (quelli nascosti della fusione a freddo tra ex Dc ed exPci) costringendosi così nella gabbia di un modello politico caratterizzato dalla radicalizzazione delle posizioni più che da una “precisa linea politica”, e dalla messa in ombra di differenze che in questa fase potrebbero essere una ricchezza; specie per un partito che affida il dibattito ad un’assemblea nazionale di alcune centinaia di “dirigenti”, che si riferiscono però alle scelte politiche di un leader che – per Statuto – dovrebbe essere eletto con elezioni primarie. Che “non possono essere la scorciatoia per risolvere decisioni e possibili conflitti di “chi” e “come si decide”.

E continua: “Non si fanno politiche attraverso le primarie ma attraverso lo studio, la discussione…il coraggio delle scelte di una Segreteria che svolga il ruolo di governo ombra sulle questioni centrali, in alternativa alla destra…con una Direzione ridimensionata…e rilanciando i circoli come luogo di partecipazione”. Questa la riflessione conclusiva: “Il Pd ha istituzionalizzato le sue ambiguità (io ho twittato: come un cane, si morde la coda) per non affrontare i propri conflitti, ma così rischia di costringere non solo se stesso ma l’intero sistema politico alla perenne egemonia della destra”.

 

[Il testo, in origine, è stato pubblicato su Fb]