Le comiche dei 5 Stelle.

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Ormai il Movimento si avvita giorno dopo giorno nelle sue macroscopiche contraddizioni. La domanda, come si dice, sorge spontanea: sino a quando dovremo assistere a questo spettacolo che  non è solo comico, ma appare sempre più penoso e triste?

 

Giorgio Merlo

 

Polemizzare contro un realtà cadente – qualunque sia il genere trattato – non è mai un esercizio educato o anche solo di buon senso. È sempre meglio evitare di scagliarsi contro chi sta per scomparire. Ma, detto questo, è difficile resistere alle comiche quotidiane che ci offre il partito populista per eccellenza, ovvero i 5 Stelle. C’è una grande difficoltà, però. E cioè, di fronte ad una miriade – e che cresce in modo esponenziale – di contraddizioni come possiamo selezionare i pezzi migliori di questa saga divertente e anche simpatica? Perché ormai, salvo il Pd di Letta che continua a ritenere i 5 Stelle un alleato strategico e decisivo per dare una prospettiva progressista e democratica al nostro paese, tutti gli altri assistono a questo spettacolo semplicemente divertiti e basiti. Dunque, per non scrivere un libello, mi fermo a tre soli esempi. E tutti simpatici e divertenti, appunto.

 

Innanzitutto Di Maio. Dunque, adesso è diventato quasi come noi. Cioè un convinto e quasi feroce sostenitore del Centro e del centrismo. E, di conseguenza, respinge in modo secco “il partito dell’odio”, gli insulti agli avversari, la trivialità del linguaggio, “il disallineamento” rispetto alle alleanze tradizionali dell’Italia sul piano geopolitico; crede nella stabilità del governo; esalta Draghi; valorizza il ruolo dei partiti e delle culture politiche e mi fermo qui per motivi di spazio… Resta solo un piccolo, piccolissimo particolare. Tutte le cose che ha detto per quasi 20 anni su questi temi – ovviamente e scientificamente erano l’esatto opposto di ciò che sostiene in queste ultime settimane – cosa ne facciamo? Li resettiamo dalla rete? Li cancelliamo come battute fuor di luogo? O, molto più semplicemente, diciamo che solo i cretini non cambiano mai idea? Ecco, nel rispetto di tutte le opinioni, siamo solo indecisi su come dobbiamo giudicare quel passato che è durato sino a poche settimane fa.

 

Il secondo esempio è il nuovo capo dei 5 Stelle, cioè Giuseppe Conte. Certo, Piero Sansonetti ha liquidato la pratica sin da subito sostenendo semplicemente che “Conte non esiste” e, pertanto, è inutile formulare giudizi di ordine politico. Una osservazione netta e tagliente ma, tutto sommato, abbastanza calzante. Del resto, come puoi giudicare un politico – almeno così dice di essere – che fa un’alleanza prima con la destra, esaltandola e glorificandola e poi, in un battito di ciglio, si allea con la sinistra e i post comunisti con altrettanto rapidità. Ovviamente senza alcun dibattito politico. E men che meno culturale o programmatico. Il tutto avviene così, come se fossimo nella piena normalità democratica. E poi arriva la leadership di questo strano partito. Prima sostiene di essere un “vero cattolico democratico”, quindi un uomo di governo, poi un sincero “populista”, adesso – almeno così sembra – vuol ritornare alle origini del movimento. E cioè, “capace, capacissimo, capace di tutto” per dirla con una celebre battuta di Carlo Donat-Cattin degli anni ‘80…

 

In ultimo lo spassosissimo e divertentissimo dibattito sul “secondo mandato”. Come da copione, essendo dei politici professionisti e molti anche senza una professione specifica, era del tutto scontato che dopo 10 anni trascorsi in Parlamento e al governo con relativi privilegi, prebende, macchine blu e tutto ciò che caratterizza la tanto deprecata “casta”, l’unico ed esclusivo obiettivo era quello di come restare al potere. E, nello specifico, in Parlamento. E così è, del resto. Ma il tutto avviene in un contesto surreale dove gli anti casta per eccellenza e gli insultatori seriali ed implacabili della vecchia classe dirigente diventano, improvvisamente, i difensori di tutto ciò che caratterizza la casta nella sua fase decadente. A cominciare, guarda caso, proprio da come cercare di restare aggrappati alla poltrona da parlamentare escogitando marchingegni impensabili, e quindi sempre più comici per superare la tagliola del secondo mandato.

 

Ora, per non farla lunga, una sola domanda. Ma sino a quando dovremo assistere a questo spettacolo che, diciamocelo fra di noi, oltreché comico è sempre più penoso e triste? Ma l’unico dato politico che conta, al di là delle comiche, è che si tratta di una prassi, l’ennesima, che non contribuisce a rafforzare e a qualificare la politica nel nostro paese. E, paradossalmente, il colpo di grazia arriva proprio da coloro che volevano rivoluzionare il tutto. È la solita, e puntuale, eterogenesi dei fini.