Le dimissioni di Weidmann, il “falco” della Bundesbank. Buone notizie per l’Italia?

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Con luscita di scena di uno dei maggiori oppositori delle politiche monetarie espansive, si rafforza il fronte dei fautori della riforma o del sostanziale accantonamento del Patto di stabilità.

 

Giuseppe Davicino

 

Le dimissioni del presidente della Bundesbank – la banca centrale tedesca – Jens Weidmann, considerato un falco dell’austerità, fanno ben sperare. Bisognerà aspettare di conoscere il nome del suo successore per veder confermata questa impressione anche se le dichiarazioni di Weidmann, riportate dalla stampa tedesca, non sembrano lasciare dubbi sulle ragioni politiche di questa sua decisione. Che sono ragioni di dissenso con la linea di Berlino, dimostratasi intransigente a parole, ma molto meno nei fatti, circa il ruolo assunto dalla Banca Centrale Europea – con la presidenza Draghi e proseguito dalla Lagarde – come prestatore di ultima istanza della zona Euro. Una positiva evoluzione, dal nostro punto di vista, già riscontrabile nella storica sentenza del 5 agosto dello scorso anno con la quale la Corte di Karlsruhe bocciò i ricorsi contro i programmi di acquisto di titoli pubblici da parte della Bce.

 

Con l’uscita di scena al prossimo 31 dicembre di uno dei maggiori oppositori delle politiche monetarie espansive, si rafforza il fronte dei fautori della riforma o del sostanziale accantonamento, del Patto di stabilità, che ha nel nostro attuale premier uno dei massimi riferimenti a livello europeo.

 

Proprio Mario Draghi, ieri mattina, poco prima dell’annuncio delle dimissioni del capo della Bundesbank, riferendo al Senato per il Consiglio europeo di questa settimana, aveva posto l’accento sull’intervento dello stato, definito senza alternative, per attuare la transizione ecologica e digitale in modo adeguato ed equo. Ed aveva indicato un traguardo per riportare l’Europa ai vertici dell’innovazione: quello di portare dal 9 al 20% la quota europea nella produzione mondiale dei semiconduttori. Obiettivi che presuppongono un cambio strutturale delle politiche monetarie, oltre le emergenze.

 

L’austerità ha infatti, significato, oltre a una riduzione delle risorse per le politiche sociali, anche scarsità di quelle per la ricerca, l’innovazione, determinando un’arretratezza delle infrastrutture di cui soffre l’Europa nei confronti delle aree più dinamiche del mondo, e di cui soffre la stessa Germania, che pure ha tratto i maggiori benefici dalle politiche ordoliberiste. Basti pensare che il numero dei brevetti registrati negli Stati Uniti ha visto nell’arco di un decennio i brevetti presentati dalla Corea del Sud (che non ha immolato le risorse per la ricerca sull’altare del pareggio di bilancio) eguagliare e poi quasi doppiare quelli tedeschi.

 

Anche il migliore degli scenari che potrebbe aprirsi dalle dimissioni di Weidmann, quello di un whatever it takes senza più limiti temporali, non appare privo di incognite. Se da un lato il ruolo della Bce sembra destinato ulteriormente a crescere nel delicato equilibrio fra i poteri europei, occorrerà vedere come questa centralità sarà usata non solo nella gestione dei programmi europei per la ripresa ma anche rispetto all’avanzare di innovazioni come la moneta digitale delle banche centrali, che aprono orizzonti inediti e tutti da valutare.

 

Nel contempo anche la critica del banchiere centrale tedesco dimissionario, quella di una sola attenzione ai rischi di deflazione a scapito di quelli di inflazione, ha le sue ragioni. Infatti, se la continuazione della linea del rigore è un problema per l’Europa, anche far convivere la Germania con l’inflazione non sarà, perchè mai lo è stato, operazione priva di rischi.

 

In tutto ciò spiace dover osservare che mentre il dibattito sulla costruzione dell’Europa è entrato in una delle sue fasi più delicate, quasi a dover procedere allo sminamento del percorso per poi poter accelerare, e con un premier che pur non essendo onnipotente, dimostra di avere ben chiaro come intervenire, risulta poco adeguata al momento la capacità dei partiti, o di ciò che ne rimane, di presentare non solo sui media, ma capillarmente sul territorio questo dibattito nei termini appropriati e concreti che certamente susciterebbero le domande e l’attenzione dei cittadini. Un compito a cui i cattolici democratici e popolari non mancheranno certo di adempiere.