LE FANFALUCHE QUOTIDIANE DEGLI AFFABULATORI DELLA POLITICA.

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Tutti si impadroniscono della verità e lo fanno con una disinvoltura disarmante. Colpiscono le parole, per la sicumera con cui vengono pronunciate da coloro che si ritengono depositari di una verità rivelata: la loro. Si tratta banalmente di slogan che non fanno più effetto. Finite le elezioni, e quindi finita la fase degli slogan, tornerà il bisogno di concretezza e competenza. Forse dovremmo richiamare alla guida del governo chi ha dimostrato di evere esattamente queste doti.

Dicono più o meno le stesse cose in un lasso di tempo predeterminato, in genere lo spazio anche di un solo  minuto: formulette recitate a memoria che dovrebbero lasciare di stucco gli spettatori e che diventano invece esse stesse stucchevoli e ripetitive. Enfatizzando lo chiamano storytelling, una tecnica narrativa che chiude il cerchio: dentro ci sono tutti i problemi che ci affliggono e contestualmente le adeguate soluzioni,  mentre in realtà assomiglia vagamente ad un refrain già ascoltato, più o meno sempre lo stesso.  “Il nostro impegno non verrà mai meno per aiutare le famiglie e le imprese, ridurre le bollette e il caro vita, sostenere le famiglie e gli anziani, introdurre il salario minimo,  aiutare i giovani che cercano un lavoro, restituire i diritti negati alle minoranze e difendere il potere d’acquisto di stipendi e pensioni”.

Più o meno il ritornello è questo, lo stesso per tutti, si capisce che sono formulette mandate a memoria: per capire chi si fa carico di cotanto progetto di welfare e giustizia sociale bisogna leggere il nome di chi lo espone e- accanto- il partito di appartenenza. 

Tutta roba che si dimentica in fretta, si sovrappone e si confonde nella genericità degli argomenti.

C’è poca cultura dietro questo rituale utilizzato e molta propaganda: in genere viene affidato ai peones o ai fedelissimi emergenti, generalmente i leader si lanciano in monologhi televisivi più articolati in cui più che delineare un programma tendono a smontare e delegittimare quello degli avversari, sovente anche con espliciti attacchi personali cui fanno seguito sequele di post e twitter, con relative smentite e correttivi.

In genere siamo noi che non capiamo niente ma nel frasario degli affabulatori della politica c’è tutta la pochezza e la finzione dei venditori di fumo: frasi fatte, retorica riciclata, promesse evanescenti.

Se ci fate caso il tono è risoluto poiché l’obiettivo è convincere in modo da lasciare il segno: peccato che ascoltandoli ripetano sempre il medesimo leit-motiv.

Viene da dubitare che una campagna elettorale seria inceda con questi siparietti.

Forse ciascuno pensa che il proprio messaggio sia il più efficace, in realtà proprio queste formulette realizzano il convincimento che la gente non sia così sprovveduta da memorizzarle per ricordarle nel segreto della cabina elettorale.

Sarà dura di questo passo conquistare il voto degli indecisi. La propaganda politica riflette la pochezza culturale di cui si alimenta ed è trasversale agli schieramenti: in questo siamo maestri di una retorica che è prossima al nulla. La carica dei 101 simboli elettorali suona il de profundis di programmi, ideali, modelli di società da proporre, tutti enfatizzano i diritti e nessuno si azzarda a parlare di doveri, di interessi generali, di bene comune, di senso civico. Com’è lontano nel tempo e nelle argomentazioni il frasario di De Gasperi, dei padri della Repubblica, il loro attingere incessantemente dalla Costituzione, la moderazione dei toni, l’umiltà del porsi, il richiamo al senso di responsabilità a sostegno della nettezza degli schieramenti.

Ascoltando questi laconici, generici e ostentati enunciati si coglie la protervia delle parole, la malcelata finzione delle promesse, destinate ad essere puntualmente smentite dall’evidenza oggettiva dei fatti, dalla burocrazia pervasiva che le cancellerà insieme agli accomodamenti e ai tornaconti personali o di parte.

Ripenso spesso all’incipit del discorso che Alcide De Gasperi pronunciò il 10 Agosto 1946 alla conferenza di Parigi «Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me» . Con questa realistica introduzione, il nostro Presidente del Consiglio difese la causa dell’Italia. Non era un invitato: era un accusato chiamato a discolparsi per una guerra scatenata da un regime che lui stesso aveva combattuto. Ma usò toni miti e argomenti convincenti consapevole di un vago senso di inadeguatezza di cui era portatore, non per emendare se stesso ma in nome del Paese. 

Oggi tutti si impadroniscono della verità e lo fanno con una disinvoltura disarmante: anche adesso colpiscono le parole, per la sicumera con cui vengono pronunciate da coloro che si ritengono depositari di una verità rivelata: la loro. Si tratta banalmente di slogan che non fanno più effetto tanto che potrebbero esserci evitati. Si nota infatti una tendenza ad esprimersi in modo autoreferenziale, risoluto e per niente interlocutorio. Ciascuno, direbbe Pirandello, recita la sua parte. Forse le tribune elettorali di una volta erano noiose ma realizzavano un confronto politico che adesso è assente. 

Tutti si sottraggono al confronto, ostentando sicurezza e decisione che nascondono invece una malcelata incapacità di misurarsi su idee e progetti, enunciando competenze che purtroppo non ci sono. Chi le possedeva in modo eloquente ed esperto, un mix di conoscenza, coraggio e umiltà lo abbiamo cacciato in malo modo. Non è improbabile che tra qualche mese – all’apparir del vero, direbbe Leopardi – la politica gli chiederà di ritornare.