L’ecologia integrale di Papa Francesco. Intervista a Mons. Poma e al Prof. Minella.

Intervista a Mons. Gianfranco Poma e al Prof. Walter Minella, autori di un pregevole saggio sulle Encicliche “LAUDATO Sì” (2015) e “FRATELLI TUTTI” (2020) , pubblicato sul settimanale diocesano ’ Il Ticino’ di Pavia e la Rivista ‘Adista’ di Roma

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Mons. Poma, Prof. Minella, faccio subito riferimento al saggio che avete pubblicato a commento delle recenti Encicliche di Papa Francesco, sul settimanale IL TICINO di Pavia e sulla rivista ‘Adista’ di Roma. Qual è la motivazione, l’incipit che Vi ha suggerito queste importanti letture e queste riflessioni interpretative? 

L’occasione per la nostra riflessione è stata data dall’ epidemia di Covid-19, con le sue angoscianti ripercussioni su tutta la popolazione mondiale. L’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass-media si è concentrata sulle caratteristiche del virus, sulle misure necessarie per proteggersi dalla sua diffusione, sulla distribuzione dei vaccini, sulle ricadute, a livello economico, sociale e psicologico, di questa pandemia, sul cordoglio per i nostri morti ecc.: tutte questioni assolutamente importanti, anzi urgenti. E tuttavia, a nostro parere non è stata presa in considerazione in misura sufficiente una problematica che va al di là dell’immediatezza: ossia la dimensione ecologica che è all’origine del virus e che, a sua volta, rimanda a una complessiva questione economica e sociale, che potremmo  definire come il tipo di globalizzazione che ha finito per prevalere nel mondo attuale. Per quanto riguarda le origini ecologiche  della pandemia,  riassumiamo con parole nostre il pensiero di due illustri scienziati dell’Università di Pavia, Carlo Alberto Redi e Manuela Monti: si tratta di zoonosi, cioè di patologie infettive trasmesse all’uomo per un fenomeno che si chiama spillover (il salto di specie): agenti patogeni che se ne stavano tranquilli in una specie, quando riescono a infettare un’altra specie ( nel caso specifico, gli esseri umani) si diffondono rapidamente e con effetti assai gravi sulla salute e la vita dei nuovi ospiti. Questo salto si verifica nel momento in cui vi è il contatto tra esseri umani e la specie portatrice del virus. L’incontrollata accelerazione e moltiplicazione di tali contatti è dovuta al fatto che, a partire dalla rivoluzione industriale, i due terzi della superficie del pianeta sono stati  distrutti e trasformati per vari processi (urbanizzazione, industrializzazione, uso del terreno per attività agricole).  Con le parole di Papa Francesco: “il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni” (Laudato si’, § 161). Dunque quel virus Covid-19 che dai mass media e dall’opinione pubblica viene per lo più percepito come un caso isolato e come causa (di malattia, morte, sconvolgimento della vita)  è in realtà una delle tante manifestazioni patologiche che sono conseguenza della particolare globalizzazione che stiamo vivendo. Essa, in prima approssimazione, si manifesta in due forme fondamentali: a) obiettiva, universale connessione tra tutti gli esseri umani  e tra gli esseri umani e la natura: come dice Papa Francesco,  “tutto è in relazione” (Laudato si’, § 70)  b) profonda contrapposizione tra gli esseri umani (si pensi alle disuguaglianze crescenti all’interno dei paesi ricchi e tra paesi ricchi e poveri)  e tra gli esseri umani e la natura  (processo di devastazione della natura in tutte le aree del mondo – un processo  che dal  Novecento ad oggi ha fatto passi da gigante).  Ciò significa che una catastrofe sanitaria dovuta alla devastazione ambientale che si produce in Cina, come il Covid-19, può avere, dopo qualche settimana, drammatiche ripercussioni sulla vita quotidiana delle persone in tutto il mondo – per esempio in Italia. Ma noi non siamo ancora abituati a questa apertura mondiale dello sguardo:  mentre l’economia è globale, noi tendiamo a rimanere ancorati a una visione nazionale dei problemi, estesa al massimo alla nostra area di civiltà (l’Europa, il mondo occidentale). Esiste la globalizzazione dell’economia e delle malattie, non esiste ancora la globalizzazione delle menti e dei cuori.  Riflettendo su queste questioni, ci è sembrata ancora più notevole l’Enciclica Laudato si’, scritta nel 2015, quindi quattro anni prima dello scoppio dell’epidemia da Covid-19: il documento papale  ci è sembrato non solo una descrizione analitica potente di ciò che stava succedendo nel mondo ma anche una visione profetica dei rischi a cui l’umanità andava incontro. E la recente Enciclica Fratelli tutti (su cui ci ripromettiamo di tornare in un saggio successivo) ci pare sia una delle risposte pratiche più lungimiranti che circolino oggi nel mondo rispetto ai problemi drammatici posti dalla globalizzazione contemporanea.

L’esordio del Vs. saggio propone un parallelo storico con la ‘Rerum Novarum’ di Papa Leone XIII, non tanto rispetto ai contenuti che vanno evidentemente contestualizzati nel pertinente periodo storico, quanto per l’ampiezza dell’intuizione che ha originato l’emanazione delle Encicliche. Occorreva a fine ‘800 e occorre adesso ad inizio del terzo millennio, una presa di posizione della  Chiesa di fronte all’enigma di un mutamento dei destini terreni dell’uomo. Allora ci trovavamo in piena rivoluzione industriale, oggi viviamo i riflessi olistici della globalizzazione, in particolare “Laudato sì” (2015) e “Fratelli tutti” (2020) hanno le sembianze, per usare un’espressione di San Paolo, di una sorta di “ricapitolazione di tutte le cose”. Uso allora le Vs. parole: “Si può dire che le due encicliche rappresentino le due parti di un dittico: l’una più incentrata sul versante dell’analisi delle dinamiche socio-economiche, l’altra su quello di una proposta umana – umana perché cristiana, cristiana perché integralmente umana. Proprio per questo tale proposta si rivolge a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà: perché ‘oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente un’eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti’”. Volete argomentare questa suggestiva definizione, tenendo  conto del fatto che il tema del “bene comune” si è evoluto e precisato in quello più attuale di “beni comuni”?  

Le due ultime Encicliche di Papa Francesco non sono spuntate come un fungo in una notte. Esse presuppongono un lavoro di elaborazione precedente, riprendono e sviluppano intuizioni che erano già presenti nella dottrina degli ultimi pontefici,  come Papa Francesco ricorda nei primi paragrafi della Laudato si’.  Citiamo da una recente ricerca di un brillante storico, Paolo Corsini: “L’enciclica di Papa Francesco, ‘Laudato si’. Sulla cura della casa comune’, costituisce il punto di approdo di un magistero i cui sviluppi risalgono almeno a Paolo VI. Papa Montini, infatti, in più di un’occasione ha avuto modo di enunciare la posizione della Chiesa sulla problematica ecologica, “conseguenza drammatica dell’attività incontrollata dell’essere umano” che, “attraverso uno sfruttamento sconfinato della natura, rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione”. Così nella lettera apostolica Octogesima adveniens del 1971. L’attenzione al tema è andata via via crescendo in relazione alla dimensione epocale che esso ha progressivamente assunto, sino a concretizzarsi in ripetuti interventi tanto da parte di Giovanni Paolo II che di Benedetto XVI, non senza che anche il Patriarca Bartolomeo, sul versante della Chiesa ortodossa, abbia sottolineato le radici etiche e spirituali delle problematiche ambientali”. Premesso tutto questo, ci pare che, nel caso delle Encicliche di Papa Francesco, si verifichi quel fenomeno che, nella dialettica hegeliana, è noto come ‘trasformazione della quantità in qualità’: la questione ecologica non è più una questione, pur importante, tra le altre ma, nella acuta percezione di Papa Francesco, è diventata la questione centrale dell’umanità contemporanea – purché la categoria di ecologia sia compresa nel suo significato più profondo,  di ecologia integrale, che  cioè non riguarda solo il rapporto tra gli esseri umani e la natura, ma anche i rapporti tra gli esseri umani e di ciascun essere umano con il suo Sé profondo, cioè con la Trascendenza. E’ in questo senso che noi istituiamo un parallelo  tra la Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII e le due Encicliche di Papa Francesco, la Laudato si’ (2015) e la Fratelli tutti (2020), considerandole uno “sviluppo potente nella dottrina sociale della Chiesa”, che aprono un nuovo periodo nella storia del pensiero sociale della Chiesa. 

La crisi pandemica in atto, i suoi effetti a livello planetario, le restrizioni alle libertà nella vita quotidiana dei cittadini di tutto il mondo impongono degli interrogativi ai quali mi pare la Chiesa non voglia restare estranea. Si ha la percezione (il Rapporto ONU del 2019 lo ha confermato) di vivere una lunga transizione verso un radicale mutamento del concetto di sostenibilità ambientale. Si parla di possibile estinzione della vita sul pianeta per mano dell’uomo e comunque si percepisce un radicale mutamento dei rapporti tra natura e progresso. Senza entrare negli aspetti scientifici del tema non pare a voi necessario un recupero della consapevolezza dell’importanza della vita, in tutti i suoi aspetti, anche nei rapporti inevitabilmente imposti dalle deriva tecnologiche che incidono sull’ecosistema? Quale uomo e quale modello di umanità la Chiesa intende proporre al dibattito culturale e al senso poietico della creatività spirituale che ne deriva, con l’autorevolezza delle proprie deduzioni? 

La riflessione religiosa di Papa Francesco è strettamente collegata a una serie di elementi, ecologici, economici, sociali, scientifici, filosofici, storici che sono, per così dire, fusi insieme e che dalla meditazione religiosa sono, per così dire, illuminati. Questo però, se rende particolarmente affascinante tale meditazione, nello stesso tempo ne rende difficile un’esposizione analitica, perché tutti i diversi aspetti si richiamano reciprocamente. Cercheremo di ovviare a questa difficoltà procedendo dapprima  a una ricostruzione  di  alcuni momenti centrali dell’Enciclica e poi  cercando di unirli in una sintesi comprensiva. A nostro parere i postulati fondamentali dell’argomentazione di Papa Francesco sono due: a) la fraternità universale tra gli esseri umani. Come dice il grande poeta inglese John Donne, “nessun uomo è un’isola/ Completo in se stesso,/ Ogni uomo è un pezzo del continente/ Una parte del tutto/ […] La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,/ Perché io sono parte dell’umanità./   E perciò non chiedere mai/ Per chi suona la campana/ Suona per te”. b) la fraternità tra gli esseri umani e la natura (“perché tutte le creature sono connesse tra loro, di ognuna dev’essere riconosciuto il valore con affetto e ammirazione, e tutti noi esseri creati abbiamo bisogno gli uni degli altri”, Laudato si’, § 42). Questa concezione antropologica ha delle nette implicazioni critiche su vari piani, se noi confrontiamo questi criteri generali con quelli che presiedono al tipo particolare di globalizzazione che si è verificato nel mondo negli ultimi due secoli (con una particolare accentuazione negli ultimi quarant’anni).  Cominciamo da quello economico-sociale. Una formulazione particolarmente chiara di questa contrapposizione ci pare risieda  in una celebre frase di Margaret Thatcher, che fu il primo ministro inglese dal 1979 al 1990: “La società non esiste … esistono degli individui, uomini e donne, ed esistono le famiglie”. Come si vede, questa concezione, eliminando totalmente il carattere sociale dell’essere umano (“la società non esiste”) confligge non solo con la concezione cristiana dell’essere umano, ma anche con quella classica greca, con quella ebraica ecc.: viene assolutizzato il carattere egoistico, atomistico, isolato, individualista, degli esseri umani, con l’unica eccezione della famiglia. Come si spiega allora il fatto che comunque gli uomini  vivono in aggregazioni? Con quella che Papa Francesco chiama “la concezione magica del mercato” (L.S.  § 190). Secondo questa concezione, propria dell’homo oeconomicus, se ciascuno agisce nel modo più egoistico possibile, mirando esclusivamente a perseguire il proprio interesse economico, dall’individualismo estremo uscirà magicamente il bene della collettività. Questa magia, questo miracolo (adoperiamo non a caso il lessico religioso, più precisamente il lessico dell’idolatria) verrà compiuto dal mercato:  tutto ciò che ostacola l’azione del mercato (interventi dello Stato a difesa dei più poveri, forme di associazionismo e di volontariato ecc.) dovrà essere considerato nel peggiore dei casi come uno spreco irrazionale di risorse, nel migliore come un attardarsi su dimensioni inessenziali del vivere sociale. Ciò che è decisivo, ciò che veramente importa è la crescita della ricchezza nazionale, del prodotto interno lordo (Pil), non importa come ottenuto e come distribuito. “I problemi si risolvono solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui” (L.S., ibidem). Anche perché, si sostiene, la ricchezza in mano di pochi ricchi finirà, prima o poi,  per defluire giù, fino agli strati più bassi della società (teoria del ‘gocciolamento’, o trickle-down, sostenuta in particolare da Ronald Reagan, presidente degli USA tra il 1981 e il 1989). Insomma, riprendendo le antiche concezioni del primo protestantesimo di matrice calvinista indagate da Max Weber,  la ricchezza è un signum electionis da parte di Dio e la povertà uno stato che si avvicina molto alla colpa,  al ripudio da parte di Dio (una formulazione particolarmente grossolana di questa teoria è data dalla ‘teologia della prosperità’, sostenuta in Brasile da alcune sette fondamentaliste protestanti). Queste concezioni, che abbiamo sommariamente riassunto, valgono per i rapporti tra gli esseri umani. E per quanto riguarda i rapporti tra umani e natura? La risposta è semplice: il problema non esiste. Da questa impostazione “si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata … Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite” (L.S., § 107). Se il profitto d’impresa è il criterio decisivo di valutazione dell’agire sociale, allora tutto ciò che fa il bene dell’impresa fa il bene della società – e della natura. E così, è possibile legittimare, per esempio,  la selvaggia deforestazione dell’Amazzonia, il più importante polmone verde del mondo (come sta facendo Bolsonaro)  oppure  ritirarsi dalla convenzione di Parigi per la protezione del clima (come  aveva fatto Trump). Di fronte all’idolo del profitto, la natura è un immenso arsenale di cose disponibili alla valorizzazione, per il bene dell’impresa e degli azionisti. Il criterio dell’utilità immediata diventa il criterio dominante. Questa concezione dell’uomo, e del rapporto dell’uomo con la natura, sta alla base dell’utilizzazione della scienza e della tecnica. Queste, che in sé sono straordinarie conquiste della civiltà umana, vengono utilizzate o sviluppate essenzialmente in funzione dei criteri che abbiamo sommariamente elencato. Il risultato è quella che Papa Francesco chiama “la globalizzazione del paradigma tecnocratico” (L.S., § 106-114), cioè la diffusione universale di un modello di comprensione  e di azione che combina una grande raffinatezza di superficie con una straordinaria rozzezza semplicistica nei presupposti filosofici di fondo. Si tratta di un modello profondamente unilaterale di interpretazione e di azione che oggi si sta rivelando fallimentare, come dimostrano la crisi ecologica e le disuguaglianze laceranti e crescenti del pianeta.  Con le parole di due dirigenti politici europei, che forse segnano un cambiamento di rotta rispetto a un passato anche recente: “Non possiamo pensare l’economia senza gli esseri umani, la vita viene prima” (Emmanuel Macron). “La pandemia ha fatto emergere le nostre vulnerabilità, ci ha dimostrato quanto siamo interdipendenti” (Angela Merkel). Dunque la posizione religiosa di Papa Francesco, che si sviluppa in contrapposizione all’ideologia (che forse sarebbe meglio definire idolatria) del mercatismo comincia a trovare ascolto anche in alcuni circoli dirigenti. Tale posizione implica effettivamente “un recupero della consapevolezza dell’importanza della vita, in tutti i suoi aspetti”. Anche perché l’alternativa è proprio quella indicata dal testo della domanda: “la possibile estinzione della vita sul pianeta per mano dell’uomo”. I poeti  vedono le cose prima meglio e prima di noi uomini comuni. E così William Shakespeare (Troilo e Cressida) agli inizi del Seicento, aveva profeticamente indicato le conseguenze di questa impostazione antropologica: “E l’ingordigia, lupo universale,/ forte di questo duplice sostegno,/ del potere e del volere, fatalmente/ Farà dell’universo la sua preda/ Fino così a divorar se stessa”. 

Nel vostro saggio vi soffermate brevemente sul nesso di continuità e di coerenza tematica e semantica che unisce le due encicliche di papa Francesco ed analizzate in particolare la prima – la “Laudato si’” – immagino proprio a motivo del fatto che la lettura di entrambe e gli approfondimenti che ne derivano e che auspicate vanno graduati in una prospettiva di continuità. Perché affermate di trovare nella prima enciclica l’impianto concettuale che sottende alla piena comprensione della seconda?

In sintesi la prima Enciclica analizza in profondità le ragioni per cui oggi si è veramente compiuta l’unificazione del mondo,  la terra è diventata un  mondo unitario costituito da una sola civiltà umana, sia pure articolata in tante culture e civiltà particolari e, soprattutto, caratterizzata da tanti ‘inequità’, come dice il Papa, tra i diversi paesi e in ciascun paese. La seconda sviluppa sul piano operativo e propositivo questa impostazione, le cui premesse analitiche sono date dalla Laudato si’. Le due Encicliche propongono un atteggiamento di apertura autenticamente ecumenica che incontra tuttavia delle difficoltà ad essere compreso ed assimilato dall’opinione pubblica, e anche da una certa parte del mondo cattolico. Per quali motivi?  Vorremmo, sia pure sommariamente, accennare ad alcune delle radici di questo atteggiamento di rifiuto della realtà globalizzata o quanto meno di difficoltà a riconoscerne il peso e la portata. Anzitutto c’è una ragione storica: è difficile oggi comprendere la civiltà globale contemporanea  perché  nel passato esistevano (e in misura subordinata esistono ancora) le cosiddette civiltà-mondo, cioè aree di civiltà particolari che si autoconsideravano come la civiltà, l’unica esistente. Al di fuori di quest’area di civiltà ci sarebbero stati i ‘barbari’, gli incivili. Oggi le cose non stanno più così: anzitutto dal punto di vista materiale è giusto dire, come ci ricorda Papa Francesco, che siamo tutti sulla stessa barca, che nessuno individuo o nessun popolo si salva da solo e che ‘barbaro’ è chi pensa che ‘gli altri’, i diversi da noi, siano ‘barbari’ (si ricordi la lezione di Montaigne). L’idea di riproporre i vecchi nazionalismi (America first ecc.), oltre che ingenerosa, è profondamente sbagliata, perché suppone che si possa isolare egoisticamente il proprio popolo dalla sorte comune dell’umanità. Le vicende del Covid-19 ci dimostrano, invece, che siamo tutti collegati, in negativo e in positivo: in negativo, perché le malattie presenti in un popolo si trasformano in breve nelle malattie di un altro popolo; in positivo, perché si aprono enormi spazi per la valorizzazione delle ricchezze umane, psicologiche e culturali diffuse tra i vari popoli, come ci ricorda Papa Francesco. C’è poi una ragione culturale in questa difficoltà ad affrontare positivamente la globalizzazione.  La civiltà occidentale, nelle sue punte intellettuali più alte, ha compiuto una rigorosa demolizione intellettuale di quel procedimento che viene chiamato ‘etnocentrismo’, che consiste nell’assumere la propria cultura come paradigmatica per tutte le altre culture del mondo. Questa capacità di autocritica, questo saper guardare con interesse alle altre civiltà è, a nostro parere,  una delle glorie maggiori della civiltà europea. Si aggiunga che l’atteggiamento mentale etnocentrico, dominante nel passato,  si era combinato  regolarmente  con l’imperialismo, cioè con la sottomissione dei popoli del cosiddetto ‘Terzo Mondo’ e con la rapina delle loro risorse. E infine, che tale atteggiamento era normalmente accompagnato dalla più ributtante delle ideologie, il razzismo. Come la natura  era vista come un insieme di cose da depredare così le popolazioni extra-occidentali erano considerate in blocco più o meno ‘barbare’, esseri umani di serie B, non pienamente umani, come invece sarebbe stato  il maschio bianco occidentale. Queste realtà storica, e queste ideologie, hanno avuto  un’esistenza plurisecolare. Si capisce allora come persone culturalmente fragili, e forse anche per questo psicologicamente  aggressive,  possano pensare di aggrapparsi al passato, recuperando o riverniciando vecchie forme di ‘(in)cultura antropologica’ che esistono ancora e che purtroppo si manifestano di frequente nella forma di razzismo becero, primitivo. Tuttavia oggi è forse prevalente, almeno a livello di dichiarazioni pubbliche, una variante di razzismo apparente meno rozza, che potremmo definire come ‘razzismo differenzialista’. Esso sostiene più o meno una impostazione di questo genere: riconosciamo le differenze culturali tra i popoli, che non sono giudicabili su una scala di superiorità o inferiorità. Le culture sono diverse e incommensurabili. Proprio  per questo è necessario evitare il contatto tra le cultureil cosiddetto meticciato: ciascuno deve restare ‘a casa sua’, occorre isolare i popoli gli uni dagli altri. Queste proposte (che talvolta sono enunciate in difesa della ‘tradizione cristiana’: e questo è uno scandalo) anzitutto sono antiscientifiche: come è noto le razze non esistono, esistono le culture e l’incontro tra le culture è sempre esistito e, se non è stato gestito in modo distruttivo, è stato un potente stimolo al progresso intellettuale.  In secondo luogo tali impostazioni sono contrarie al senso più profondo del messaggio cristiano, che è l’amore universale di Dio per tutti gli uomini e la necessaria risposta degli uomini con l’amore reciproco. Questo ci ricorda papa Francesco nelle due Encicliche e anche per questo dobbiamo essergli grati.  

Lo scenario di complessità che abbiamo di fronte in questa lunga fase di transizione della cd. “postmodernità” propone temi eticamente convergenti, rispetto ai quali la Chiesa nella sua dimensione teologica, dogmatica ed ecumenica non può rimanere estranea. Spaesamento, disorientamento, incertezze, caducità e meticciato culturale della società liquida, pensiero calcolante, prevalenza delle derive geoeconomiche su quelle geopolitiche: tutto ci parla di uno sparigliamento di opposti e di contrari, del relativismo prodotto dalla secolarizzazione, dei conflitti etnici, culturali e religiosi in atto, di derive fondamentaliste. Persino le conquiste della scienza a vantaggio dell’uomo vengono messe in discussione da una sorta di nichilismo pregiudiziale che ci parla di terrapiattismo, negazionismo, apparenza. Insomma tutto sembra aprire ad un mondo con molte incertezze dove – per dirla con Hans Blumenberg – siamo come naufraghi alla deriva. Il teologo Mons.Bruno Forte mi ha parlato di un’epoca di “declino della parola”. Oggi, mentre scrivo queste domande, è la giornata della Parola, voluta da Papa Francesco: Mons. Forte la interpreta come “Parola tra due silenzi”: il silenzio dell’ascolto di Dio e degli altri e il silenzio della vita vissuta, in cui la parola diventa testimonianza e impegno credibile. Quanto è importante risalire alla “Parola” delle Sacre Scritture e alternarla con il silenzio della meditazione, per comprendere e vivere il presente in tutte le sue contraddizioni e le sue potenzialità? Quanto sono importanti il silenzio e la riflessione nella nostra vita?

Le ricadute antropologiche di questo modello di società, che Papa Francesco analizza criticamente, sono da lui sintetizzate da nella formula del “relativismo pratico” (§ 122). Con essa a nostro parere Papa Francesco Intende indicare le ricadute psicologico-sociali di quell’atteggiamento fondamentale, che abbiamo esaminato in precedente e che sta alla base della ‘magia del mercato’: ossia l’egoismo assunto come valore, la perdita della dimensione sociale. Ma “quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo … insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano, si sviluppa nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati” (L.S. §122). Le ricadute psicologiche, di questa autolimitazione, di questa riduzione dell’apertura al mondo dell’io, di questa perdita del senso della comunità, della fraternità, si manifestano con alcuni tratti affermati apertamente, e con altri nascostamente negati. Apertamente affermati sono alcuni tratti che già Heidegger, in Essere e tempo, aveva contrassegnato come i caratteri distintivi dell’esistenza inautentica: la chiacchiera, la curiosità, l’equivoco. Ma ora l’industria del consumo di massa, potenziata all’infinito dai social media, tende a produrre quella che potremmo definire come una vera e propria colonizzazione dell’anima, imperniata sul divertimento (in cui viene assorbita la potente spinta dell’amore, declinato soltanto come consumo della sessualità), sulla superficialità, sull’ignoranza del passato, sull’esigenza di sempre nuove cose, di oggetti che vengono presentati come indispensabili per l’essere umano contemporaneo (è questa la logica di ciò che Papa Francesco chiama, con un neologismo castigliano, la rapidación). Questa superficialità di massa è, per così dire, il sottoprodotto antropologico del predominio totale del mercato come  regolatore delle relazioni con il mondo. Si capisce allora come emergano quei tratti psicologici che   la domanda esprime sinteticamente: “spaesamento, disorientamento, incertezze …”, per cui “persino le conquiste della scienza a vantaggio dell’uomo vengono messe in discussione da una sorta di nichilismo pregiudiziale che ci parla di terrapiattismo, negazionismo, apparenza”.  Come dice Papa Francesco, “nella realtà concreta che ci interpella, appaiono diversi sintomi che mostrano l’errore, come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme” (L.S. § 110). “La gente ormai non sembra credere in un futuro felice” [non a caso nell’industria del cinema hollywoodiano le distopie  sono diventate un genere di particolare successo], non confida ciecamente in un domani migliore a partire dalle attuali condizioni del mondo … l’accumularsi di continue novità consacra una fugacità che ci trascina in superficie in un’unica direzione …  la permanente novità dei prodotti si unisce a una pesante noia.” (L.S., § 113).Questa impostazione consumistica, corrispondente alla logica dello sviluppo del mercatismo, nasconde una profonda angoscia sotterranea, un tragico impoverimento umano (le testimonianze nella recente letteratura occidentale sono innumerevoli: si vedano per esempio Samuel Beckett o Philip Roth). Essa si traduce in un insieme di caratteristiche psicologiche che potremmo in ultima analisi definire come la perdita del Sé più profondo. E qui viene opportuna la frase di Gesù:  “Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Quale vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? E che cosa l’uomo potrà dare in cambio della propria anima?” (Matteo, 16, 25-26). Questa chiusura solipsistica, questa fredda solitudine, segnata da azione, divertimento, superficialità, movimento, rapidación, corrisponde dunque alla perdita di una dimensione costitutiva dell’essere umano, l’anima (come risulta chiaro dal Faust di Goethe, il poema archetipo della modernità).  Giustamente il teologo Mons. Bruno Forte  ha parlato di un’epoca di ‘declino della parola’. La parola è sostituita dalla chiacchiera: la parola, come la musica, comprende e richiede il silenzio (la meditazione, la contemplazione) mentre la chiacchiera implica e presuppone il rumore, alla fin fine l’assenza di comunicazione con gli altri e con il Sé profondo – la perdita della Trascendenza, la perdita di Dio. Potremmo allora dire che la radice ultima della desolazione contemporanea, come aveva intuito in un passo profetico della Gaja scienza Friedrich Nietzsche, è la morte di Dio – non nel senso che Dio possa morire (al massimo potrà morire il dio tappabuchi stigmatizzato da Bonhoeffer, e questa sarà una grande conquista religiosa) ma perché Dio, come istanza suprema di valore, di senso,  di bellezza e di bontà,  è scomparso dall’orizzonte quotidiano di molti esseri umani. E ciò comporta un impoverimento fondamentale. “Non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia”, dice Papa Francesco (L.S. 118), Ma un’adeguata antropologia richiede lo spazio lasciato libero per l’Alterità, per il soffio dello Spirito. Questo è il nesso che lega l’ecologia profonda all’antropologia e alla religione. Ecco perché, come Lei sottolinea nella Sua domanda,  “è così importante, risalire alla ‘Parola’ delle Sacre Scritture e alternarla con il silenzio della meditazione, per comprendere e vivere il presente in tutte le sue contraddizioni e le sue potenzialità”. Non a caso il Salmo 1 descrive così la situazione del giusto, dello tzaddiq: “Egli sarà come un albero / piantato presso canali d’acqua/ che il suo frutto dà a suo tempo/ e il cui fogliame non appassisce/ e tutto quello che fa riuscirà” (Salmi, 1,3).  Non ci interessa qui la prospettiva troppo  ottimistica delineata nell’ultimo verso, che sarà all’origine della discussione accesa di Giobbe con Dio. Ci interessa invece la prospettiva antropologica generale: Dio è simboleggiato dai canali d’acqua che sono fondamentali  per la pianta, perché le apportano le sostanze nutritive di cui abbisogna. Noi siamo la pianta, ma Dio è l’acqua della vita – e senza acqua la pianta muore. Se intendiamo in senso non materiale ma esistenziale la strofa successiva,  abbiamo una potente conferma di questa intuizione antropologica: “Non così i malvagi,/ ma piuttosto come pula/ che il vento disperde”. I malvagi sono propriamente gli esseri umani senza Dio, le piante a cui manca l’acqua della vita: necessariamente il vento, la rúach li disperde. Dio è anche indicato come la roccia, la rupe, il rifugio, il baluardo, il Padre …: tanti simboli potenti che esprimono la necessità per l’essere umano di trovare una via di accesso al Sé più profondo – un fondamento, un complemento, una forza capace di integrare la nostra miseria. Questo, a nostro parere, è il senso  del richiamo alla lettura della Parola ebraico-cristiana. Quali sono le difficoltà che si frappongono? Nel migliore dei casi, il pregiudizio contro ciò che è ‘vecchio’, ‘non scientifico’: come se  la sapienza vitale fosse equivalente alla conoscenza scientifica! La scienza è una straordinaria conquista dell’umanità: ma gli scienziati metodologicamente avvertiti sanno che essa non equivale alla sapienza, non ci dice che cosa fare, come vivere (lo riconosceva già Max Weber nei suoi  saggi su Il lavoro intellettuale come professione). Ma l’ostacolo fondamentale crediamo non  sia di natura intellettuale, ma pratica: la Bibbia richiede uno studio che implica impegno, concentrazione, fatica. Essa presuppone raccoglimento, silenzio, meditazione –  e il confronto con una comunità di amici, come è o dovrebbe essere la Chiesa. Ma perché, si obietta, impiegare tempo per un testo di duemila o tremila anni fa quando ci sono tante cose interessanti, divertenti, utili, profittevoli che catturano la nostra attenzione? Forse gli attuali social media rischiano di togliere addirittura il tempo, lo spazio mentale, della domanda, perché immergono la persona (soprattutto il giovane) in un fluire ininterrotto di stimoli che girano tutti intorno a un centro vuoto ma nascosto, rimosso.  Dunque l’invito del Papa Francesco è preliminarmente una scommessa: diamo credito alla Bibbia, supponiamo che in essa ci sia un tesoro nascosto. Ma Papa Francesco non si limita a un esame accurato del “Vangelo della creazione” (capitolo secondo della L.S.), cioè a una ricostruzione della dottrina ebraico-cristiana intorno alla creazione, segnalando tanto le deformazioni che ne sono state  date nel corso della storia quanto le autentiche rinascite dell’autenticità originaria, il cui simbolo può essere  considerato san Francesco d’Assisi. Papa Francesco fa di più: egli si richiama alla sapienza depositata nella culture tradizionali, stoltamente disprezzata da una cultura imperniata sul pragmatismo utilitarista e sul consumismo (“la visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità”, § 144; “la scomparsa di una cultura può essere grave  come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale”, §145). Non soltanto: egli cita espressamente, con approvazione, Alì Al-Khawwas, uno dei mistici appartenenti  alla corrente sufi dell’Islam, il quale, “a partire dalla sua esperienza, sottolineava la necessità di non separare troppo le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità” (§ 233). Ulteriori sviluppi di questa impostazione, che potremmo definire della convivialità delle differenze religiose, verranno date dal Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu-Dhabi da Sua Santità Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb,  e dall’Enciclica Fratelli tutti, del 2020.  

Ricordo questa frase da un’omelia di Papa Francesco a Santa Marta: “il mondo sta cambiando e anche noi dobbiamo cambiare insieme a lui”. Vi trovo una consapevolezza quasi sconvolgente, che impone un ripensamento sulla presenza della Chiesa nel mondo e per noi tutti – rispetto al dirsi e all’essere cristiani oggi. Possiamo dire che questa affermazione può essere riferita e rapportata ai tre aspetti della crisi contemporanea che voi evidenziate nell’impianto analitico dell’Enciclica “Laudato si’”: quello ecologico, quello sociale e quello culturale, valoriale ed antropologico? Anch’io ho colto come voi la presenza della cultura filosofica del ‘900 nell’impianto culturale di “Laudato si’”: in particolare è evidente il riferimento indiretto a Martin Heidegger e al pericolo che scientismo e tecnocrazia diventino talmente preponderanti da produrre una sorta di mutazione ontologica dell’essere umano, divorato dal Dio denaro, schiavo dei progressi compiuti, vittima della tecnocrazia che produce modelli esistenziali basati sul consumo e che conducono, inevitabilmente, ad una frattura nella convivenza solidale tra umanità e contesto ambientale, tra uomo e natura. Non pensate anche voi che questa considerazione della filosofia del ‘900 sia un valore aggiunto che rende straordinariamente contestualizzata l’enciclica, in modo che sia letta, compresa e seguita nel modo più ampio e accessibile da laici e credenti?     

Come ricorda Papa Francesco nel § 121 della Laudato si’, “lo stesso cristianesimo, mantenendosi fedele alla verità che ha ricevuto da Gesù Cristo, sempre si impegna e si riesprime nel dialogo con le nuove situazioni storiche, lasciando sbocciare così la sua perenne novità”. E dunque, ‘il mondo sta cambiando e noi dobbiamo cambiare insieme a lui’. A commento di questa concezione  vorremmo ricordare la frase di Gustav Mahler, il sommo musicista del primo Novecento: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. Ci pare che essa sia in piena sintonia con le affermazioni di Papa, anche se certo non troverà l’accordo di alcuni adoratori delle ceneri, che forse sono più di quanto non si pensi. Quanto alla presenza della cultura filosofica del Novecento nell’enciclica del Papa, siamo totalmente d’accordo con l’affermazione che essa “sia un valore aggiunto che rende straordinariamente contestualizzata l’enciclica, in modo che sia letta, compresa e seguita nel mondo più ampio e accessibile da laici e credenti”. A nostro parere è importante sottolinearne la ricchezza culturale, anche perché c’è chi sostiene che questo Papa sarebbe solo un pastore, privo di spessore teologico. Naturalmente il Papa è un vero pastore universale, come per esempio lo fu, altrettanto mirabilmente, papa Giovanni XXIII: ma questo non vuole affatto dire che sia una persona sprovveduta culturalmente. A noi pare invece che l’orientamento pastorale di Papa Francesco presupponga una forte consapevolezza intellettuale che si manifesta in un ricco apparato culturale, esplicito o implicito, oltre che in un atteggiamento di partecipazione emotiva, di condivisione, di sensibilità alle ferite degli esseri umani del nostro tempo, che egli pratica con semplicità e che propone alla sua Chiesa (pensiamo per esempio alle sue bellissime immagini della Chiesa ‘ospedale da campo’ o della ‘Chiesa in uscita’).  Per questo ci pare importante sottolineare la ricchezza dei riferimenti culturali, elaborati creativamente, presenti in questa Enciclica. Abbiamo già ricordato Heidegger (che nell’Enciclica non è citato, ma è presente attraverso la mediazione del teologo italo-tedesco Romano Guardini). Ricordiamo qui altri autori e altri temi, implicitamente o esplicitamente presenti. La contrapposizione tra problema e mistero, cioè il rifiuto di ogni riduzionismo scientistico, di ogni tentazione di ridurre il mistero a problema, ricorda la lezione del grande filosofo cattolico Gabriel Marcel, uno dei cui discepoli, il filosofo cristiano protestante Paul Ricoeur, è peraltro citato. Il recupero della corporeità, il rifiuto di un dualismo malato tra anima e corpo, evoca la lezione della fenomenologia. La logica di Io e Tu contrapposta alla logica di Io ed Esso era già stata indagata brillantemente dal filosofo ebreo Martin Buber. E, per chiudere questo accenno sommario ai riferimenti filosofici nascosti dell’Enciclica, che sono molti, possiamo dire che in essa viene recuperata implicitamente quella componente del marxismo che era stata recepita dalla teologia latino-americana attraverso la categoria di ‘peccato sociale’: ovvero l’attenzione alle condizioni strutturali che, promuovendo le disuguaglianze sociali, impediscono la fioritura della personalità di ognuno. Quella di Papa Francesco è la scelta preferenziale per i poveri.  Questo naturalmente non vuol dire che Papa Francesco accetti la metafisica materialista e ‘progressista’ del marxismo né, tanto meno, la visione totalitaria del comunismo come conclusione necessaria della storia, che richiederebbe la ‘dittatura del proletariato’, l’uso della violenza come ‘levatrice della storia’ ecc. (concezione che, lo diciamo per scrupolo filologico, è antitetica sia rispetto all’utopismo comunista del giovane Marx sia rispetto all’analisi del feticismo della merce, compiuta nel Capitale: queste sono pagine importanti della filosofia classica tedesca). Anzi il nostro Papa è ben attento a sottolineare ‘l’amicizia sociale’ e a privilegiare la categoria di ‘popolo’ su quella di classe e lotta di classe. E tuttavia, seguendo la tradizionale dottrina sociale della Chiesa, egli rifiuta apertamente di appiattirsi sulla visione liberista del mercato, che oggi è divenuta dominante nel mondo, secondo cui la proprietà privata dei beni costituirebbe un principio assoluto e indiscutibile. Il principio sociale prioritario è la destinazione universale dei beni, mentre la tutela della proprietà privata non è che un principio derivato. Dunque nel caso di Papa Francesco sarebbe assurdo parlare di comunismo, si potrebbe invece parlare di comunitarismo. 

Titolando il vostro saggio “L’ecologia integrale di Papa Francesco” immagino abbiate pensato all’opera incessante di trasformazione degli ambienti di vita ma anche alla violazione della natura stessa da parte dell’uomo. Gli studi di David Quammen riassunti nella sua opera “Spillover” del 2014 attribuiscono l’eziopatogenesi della pandemia Covid 19 alla sistematica opera disgregatrice degli equilibri del pianeta, che hanno prodotto mutazioni genetiche tali da rendere vulnerabile il genoma umano ad opera del virus. Eppure, all’esordio del suo libro gli fu dato del mentecatto. Si aggiungano i problemi demografici, esplosivi, siamo 7,5 miliardi di esseri umani e arriveremo ad 11 miliardi a fine secolo, secondo il biologo Edward O. Wilson oltre i 6 miliardi di persone la natura ha fatto scattare un semaforo rosso di incompatibilità. Questa consapevolezza dell’importanza di una ecologia totale viene recuperata nella vostra riflessione (uso ancora le vostre parole): “La crisi ecologica generata dall’applicazione universale di questo modello di sviluppo, che papa Francesco definisce “il paradigma tecnocratico”, è solo l’aspetto più evidente, urgente e drammatico”. Ripenso alla siepe di Giacomo Leopardi e all’orticello di Ermanno Olmi: ci siamo allontanati irreversibilmente da quel modello di “armonia” che dovrebbe guidare i nostri passi?

Gli studi pionieristici di David Quammen, riassunti nella sua opera “Spillover” del 2014, costituiscono un testo di riferimento fondamentale, che sta dietro anche alle ricerche di Manuela Monti e CarloAlberto Redi che abbiamo citato all’inizio di questo dialogo. Il fatto che, come Lei ricorda, “all’esordio del suo libro a Quammen fu dato del mentecatto” è un’ulteriore dimostrazione di come “le furie dell’interesse privato” possano tradursi in un’ideologia che non riesce più a vedere aspetti fondamentali della realtà. La situazione attuale della terra è assai grave, ma ancora non irreversibile. Non abbiamo però a disposizione un tempo infinito per metterci al riparo dalle catastrofi che stiamo provocando e in parte abbiamo già prodotto. E’ veramente necessario un cambiamento di mentalità (ci viene in mente il termine greco metánoia, che vuol dire proprio cambiamento di mente e che tradizionalmente viene tradotto con ‘conversione’). Ma la conversione ecologica implica, come Papa Francesco ci ha spiegato, una conversione antropologica. In questo senso la siepe di Giacomo Leopardi e l’orticello di Ermanno Olmi sono simboli efficaci  di quel rapporto con l’infinito che fonda il rapporto con il finito e con la bellezza, permettendoci di guardare la realtà con uno sguardo ricco di pietas. 

Nella vostra importante riflessione sulla “Laudato si’” vi soffermate conclusivamente sul fondamento “mistico” che sottende e sostiene lo spirito più autentico dell’Enciclica. Essa non è riduttivamente un trattato di ecologia, né vuole sostituirsi agli studi di altre discipline che considerano il rapporto tra l’uomo e la natura, in una prospettiva di sostenibilità vitale. Bellezza del creato, rispetto del contesto e della dignità umana, contemplazione, interiorizzazione della quietudine come stato di grazia esprimono una visione religiosa e trascendente che si oppone al consumo, al degrado, alla violenza materiale e simbolica che vengono sistematicamente perpetrati in nome di un progresso sul quale molte pagine di descrizione e spiegazione andrebbero riscritte. Il Vs. saggio sotto questo profilo è rivelatore e profetico: ci fate dono di una sintesi conclusiva declinata nella virtù della speranza?

Spesso i commentatori di cultura laica ci pare non colgano quello che è a nostro parere è l’atteggiamento fondamentale, originario da cui scaturisce l’enciclica Laudato si’: lo chiameremo il fondamento mistico. Esso presuppone il venire meno delle riserve critiche dell’Io di fronte al mondo (riserve che, in altri contesti, per esempio in quello scientifico, sono del tutto appropriate, anzi necessarie) e, per così dire, il venir meno delle sue pretese di essere fondamento del mondo ma, al contrario, la scomparsa, almeno tendenziale, della centralità dell’io, che viene per così dire assorbito nella contemplazione della bellezza e che sopravvive solo come consenso, appagamento, tranquillità, pace, serenità. Tutte le grandi religioni mondiali, nei loro momenti più alti, presentano modalità e figure comparabili. Così san Francesco, veramente alter Christus, nel Cantico delle creature rimanda al suo Maestro, archetipo di un’umanità redenta. E, nelle diverse tradizioni cristiane e in quelle di altre religioni, non mancano mai, almeno in alcune correnti, esponenti di questa apertura quieta e meditativa alla meraviglia del creato. Ad essa faceva riferimento il grande mistico cattolico tedesco Angelus Silesius nel suo “Pellegrino cherubico”: Una rosa è senza perché. Fiorisce perché fiorisce/ Lei a se stessa non bada, non chiede che la si guardi. E così il nostro Dante, a proposito delle nozze mistiche tra san Francesco e Madonna Povertà, parlava di Amore e maraviglia e dolce sguardo. Questo sentimento mistico delle bellezza del mondo, sacro, inviolabile riflesso della bellezza di Dio, è, a nostro parere, il fondamento del testo papale. E senza di questo ci pare difficile cogliere l’Enciclica Laudato si’ nella sua profondità. Ma se questa esperienza, così propria della dignità dell’essere umano, c’è, allora risulta scosso quel criterio del fare come unico fondamento che è stato il presupposto centrale del modo di pensare occidentale moderno e post-moderno e che ha prodotto tanto la strumentalizzazione della scienza ai fini della tecno-scienza guidata dal mercato quanto l’esaltazione dell’avidità e del consumo delle cose e delle persone ridotte a cose.  E allora, c’è spazio per la Speranza? Sì, perché, come diceva Péguy (“Il portico del mistero della seconda virtù”, 1911) “la Fede è quella che tiene duro nei secoli dei secoli. La Carità è quella che dà se stessa nei secoli. Ma è la piccola Speranza che si leva tutte le mattine”. O, come dice Papa Francesco in questa splendida Enciclica, “per il credente, il mondo non si contempla dal di fuori ma dal di dentro, riconoscendo i legami con i quali il Padre ci ha unito a tutti gli esseri. Inoltre, facendo crescere le capacità peculiari che Dio ha dato a ciascun credente, la conversione ecologica lo conduce a sviluppare la sua creatività e il suo entusiasmo, al fine di risolvere i drammi del mondo” (L.S., §220). Questo è l’augurio conclusivo che rivolgiamo a tutti i lettori del Domani d’Italia, oltre che naturalmente a noi stessi.   

 

Monsignor Gianfranco Poma, teologo. E’ stato assistente spirituale dell’Azione cattolica della diocesi di Pavia (1988-1995), docente in Seminario (1966-2000), direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi (1997-2005), delegato vescovile per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso (2005 – 2016).

Prof. Walter Minella: saggista e filosofo. Ha tradotto il breve saggio di  Varlam Tichonovič Šalamov,Tavola di moltiplicazione per giovani poeti (Como – Pavia 2012). Ha curato la pubblicazione del libro postumo di Pietro Prini,  Ventisei secoli nel mondo dei filosofi (Caltanissetta – Roma 2015); sullo stesso autore ha scritto la monografia Pietro Prini (Città del Vaticano, 2016). Ha curato con altri studiosi il volume Credere oggi in Dio, ancora e nonostante: Pietro Prini filosofo del dialogo tra fede e scienza (Roma 2018).