L’esilio del “Re bambino” e la nascita della monarchia parlamentare italiana

Marzo del 1861: 158 anni fa la caduta dei Borbone e il compimento della prima fase dell’Unità d’Italia

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Francesco d’Assisi Maria Leopoldo di Borbone, quando ereditò la corona dal padre Ferdinando II, era poco più di un ragazzino. Lo era caratterialmente, non troppo sotto l’aspetto anagrafico (aveva 23 anni), anche se il suo viso pulito sembrava quello di un adolescente trovatosi d’un tratto catapultato verso una missione difficilissima, quasi oltre le sue possibilità: esercitare un potere ormai barcollante, forse desueto, contestato, accerchiato. Lo era soprattutto per l’avidità di Londra, Parigi e degli altri stati autonomi che componevano il “puzzle” Italia, i quali non disdegnavano affatto l’idea di svuotare delle sue ricchezze e della gestione delle sue strutture un sistema geopolitico secolare, che – pur commettendo molti errori – qualcosa di buono aveva comunque realizzato.

Il 22 maggio 1859, quando ascese al trono, il fragile Francesco II trovò nel suo stesso ambiente familiare un clima ostile, irrispettoso della sua persona e scettico sulle sue capacità di portare avanti un governo che veniva progressivamente abbandonato anche da molti dei suoi più stretti collaboratori. A un ragazzo cresciuto con un’educazione rigorosamente cattolica, fatta di studi, raccoglimento, una scarsissima frequentazione di donne e della mondanità nobiliare, tutto ciò suscitò un senso di estraneità terribilmente avverso. Trame, congiure, diserzioni, contrattazioni tra ambienti militari perché i vecchi ufficiali borbonici entrassero per via breve a far parte dell’esercito piemontese; erano una minima parte di quello che le più importanti stanze del potere della diplomazia europea stavano pianificando da tempo.

Ma quel timido giovane non era uno stupido, non lo era affatto; a dispetto di coloro che gli consigliarono di rinunciare alla corona, preparò invece i lavori perché la resa fosse quanto più onorevole possibile. Allertò l’esercito (o ciò che ne rimaneva) e abbatté l’imposta sul macinato per dare sollievo alle fasce più deboli, e benché sapesse che il regno napoletano stesse avviandosi verso il malaugurato tramonto (sembrava fosse un soggetto fortemente fatalista), trovò il tempo e la forza di varare una serie di riforme di ispirazione liberale: tra queste, il rafforzamento delle autonomie comunali, l’istituzione di apposite commissioni per migliorare le condizioni carcerarie e la riduzione delle tasse doganali. Considerati gli appena 22 mesi di mandato, non era poco.

La resa di Gaeta – avvenuta il 13 febbraio 1860 dopo molto spargimento di sangue e uno scontro impari contro i sabaudi – rappresentò solo l’appendice dei tentativi di destituire la corona di Napoli che contraddistinsero alcune fasi della politica internazionale nel corso della prima metà del XIX secolo. La mattina del 13 febbraio Francesco II si accingeva a lasciare il suo vecchio regno per raggiungere Papa Pio IX, il quale restituì “la cortesia” dopo il suo esilio a Gaeta dell’autunno 1848, quando fu accolto con devozione da Ferdinando II. Il giovane re ricevette ospitalità nell’esilio dorato di Palazzo Farnese, ma la sua Napoli, benché a neanche 200 km da Roma, gli sembrò molto più lontana di quanto fosse. Neanche la Chiesa, forte del suo millenario potere, così vicino (non solo geograficamente) alla dinastia borbonica, riuscì a mediare per impedirne la deposizione e l’espulsione forzata dalla sua terra.

Quel giorno, mentre Franceschiello (soprannominato tale sia dal punto di vista affettivo che in senso irrisorio) e la sua consorte Maria Sofia, detta “Spatz”, sorella della più celebre Sissi, si imbarcavano sul piroscafo francese che li avrebbe condotti a Roma, molti dei suoi soldati e dei suoi sudditi piansero. E tra la commozione dei gaetani, nel momento in cui i cannoni tiravano a salve rendendo gli onori al re deposto, quasi mille chilometri più a nord fervevano i preparativi per dare luogo alla istituzione della prima Monarchia Parlamentare del Regno d’Italia, forma di governo che sancì la transizione dall’assolutismo a uno Stato liberale. Nella fredda Torino, il 41enne Vittorio Emanuele II, cugino di sangue di Franceschiello (la madre del Borbone era una Savoia), pianificato ante litteram con le diplomazie anglo-francesi il programma che avrebbe condotto all’istituzione del Regno, il 17 marzo 1861 fu proclamato “re d’Italia per grazia di Dio e volontà della nazione”. Camillo Benso di Cavour, di Cellarengo e di Isola Bella divenne il primo Presidente del Consiglio dopo l’Unità. Il Parlamento, di tipo bicamerale, fu guidato da una maggioranza legata alla Destra Storica, la quale costituì dieci ministeri, di cui uno senza portafoglio e due a interim (Cavour agli Esteri e alla Marina).

La prima fase del processo risorgimentale si era compiuta.