Letta agguanta una vittoria superiore alle attese, complice l’astensionismo e lo sfarinamento del centrodestra.

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L’analisi del voto esclude facili trionfalismi, ma sta di fatto che il Pd esce corroborato dalla prova elettorale. Altro è il discorso sul futuro: anche nel ‘93-‘94 la sinistra sembrava inarrestabile e poi, malgrado la “gioiosa macchina da guerra” di Occetto, andò incontro a una sonora sconfitta. Bisogna considerare l’esistenza di un elettorato sensibile – definiamolo per comodità di centro – che in assenza di Draghi può chiudersi a riccio e mettere a repentaglio le aspettative del centrosinistra.

 

Cristian Coriolano

 

Il ballottaggio incorona il Pd come forza politica centrale. Vince a Parma e Catanzaro, ma soprattutto a Verona, approfittando qui e altrove delle divisioni del centrodestra. Si tratta di un risultato che irrobustisce le speranze del Nazareno circa la possibilità di trasformare il “campo largo” in un polo attrattivo di consensi. Una speranza che sconta, in ogni caso, la disarticolazione dell’asse privilegiato con il M5S (ora vieppiù indebolito dalla scissione) e riapre il confronto sulle alleanze, con una maggiore attenzione sul territorio ai nuovi fermenti che annunciano in vario modo un desiderio di cambiamento politico. Anche l’astensionismo sempre più alto, con il suo carico d’insofferenza dell’elettorato senza partito, da cui deriva per altro una implicita svalutazione dei risultati finali, segnala un’attesa di novità o quanto meno di rivitalizzazione dell’offerta amministrativa e politica.

 

Letta può essere soddisfatto di come sono andate le cose, ma la sua accortezza dovrebbe spingersi a cogliere gli aspetti più critici del dato elettorale. Il partito non gode di buona salute, se è vero che molti successi locali sono caratterizzati dalla ipertrofica presenza di liste civiche, fortuitamente capaci di nascondere agli occhi di una pubblica opinione distratta la debolezza politica e organizzativa dei Democratici. In alcune regioni questa difficoltà è ancora più accentuata dal momento che neppure si avvantaggia dell’apporto garantito dal cosiddetto mondo civico. Nel Lazio, ad esempio, il centrosinistra perde in tutti i capoluoghi di Provincia interessati al rinnovo (Viterbo, Rieti e Frosinone), nonché in  realtà significative per dimensione demografica o qualificazione simbolica (Guidonia, Sabaudia, Gaeta). A Viterbo, addirittura, l’affondamento del Pd (sostenuto da Calenda) non reca il timbro del centrodestra, ma di un agglomerato di gruppi e forze sociali che al primo turno si sono imposte anche sulla lista di Forza Italia e Lega, da un lato, e Fratelli d’Italia dall’altro.

 

Quando si vince in un contesto che vede crescere la disaffezione degli elettori e il disorientamento degli avversari, non è consigliabile nutrire fiducia sulla stabilità della prestazione realizzata. Il test amministrativo rivela  un’insidiosa labilità del voto: da qui alle politiche del prossimo anno tutto può cambiare, come già si dovette registrare nel tumultuoso biennio di transizione del ‘93-‘94. In quel passaggio avvenne addirittura a Torino che due candidati di sinistra, Castellani e Novelli, sbaragliassero il campo dei partiti tradizionali e dessero vita a un confronto finale tra due proposte, una più moderata e l’altra più radicale, riconducibili a un medesimo indirizzo politico. Sull’entusiasmo del momento Occhetto inventò la sua “gioiosa macchina da guerra” e andò felicemente incontro alla débâcle delle politiche. Oggi è tutto diverso, si dirà, ma non tanto da escludere però un analogo processo di selezione dell’offerta politica, specie se fosse strappato il tessuto della rappresentanza di quel centro politico-elettorale che fatica a ritrovarsi al di là di Draghi. Proprio l’incertezza sulla futura leadership, una volta decretata l’uscita di scena del Presidente del Consiglio, può destabilizzare o persino mortificare le aspettative del centrosinistra.

 

 

P.S. Fa piacere registrare che a Verona i due candidati alla carica di sindaco, Tommasi e Sboarina, abbiano usato toni rispettosi e garbati nei loro commenti a caldo, con un fair play davvero invidiabile. Sta forse emergendo un “dolce stil novo” nelle dinamiche, pur sempre appassionate, della politica locale?